L’Italia allarga il fronte dei ribelli per smontare l’impalcatura verde
  • Mentre i trattori tornano a marciare per contestare i dogmi Ue, Roma si oppone all’accorpamento dei fondi Pac nel prossimo bilancio. Con lei ci sono la Grecia e altri 15 Paesi. L’Austria va all’attacco della legge Natura.
  • Pronto il ricorso dell’Emilia-Romagna contro il mega impianto eolico che la Toscana vuole piazzare al confine. Fdi: «Perché Giani non lo costruisce fuori Firenze?».

Lo speciale contiene due articoli.

La presidente della Commissione europea deve essersi allenata facendo sparire i suoi messaggini con il capo di Pfizer, Albert Bourla, al tempo dei vaccini imposti e così continua con il gioco delle tre carte. Se da una parte ha promesso di raffreddare l’impatto del Green deal, ma in realtà mantiene intatto l’impianto e le scadenze dettate dall’ideologia verde in danno soprattutto degli agricoltori, dall’altra è intenzionata a togliere soldi ai contadini per destinarli ai carri armati. Diceva il compianto presidente della Repubblica Sandro Pertini: «Vuotiamo gli arsenali e riempiamo i granai». A Bruxelles invece i grani stanno indigesti. E per ora Von der Leyen dovrà fare i conti con i cingoli sì, ma dei trattori.

Coltivatori di oltre 20 Paesi Ue sono tornati in piazza a Bruxelles, tra Schuman e Rue de la Loi, con i loro trattori per gridare il proprio dissenso. Sotto lo slogan «The Eu House of cards» («L’Ue è un castello di carte»), le sigle locali supportate dalla Copa Cogeca hanno chiesto garanzie concrete sul mantenimento di un bilancio adeguato per le aziende agricole, opponendosi con decisione a un unico fondo nazionale che, a loro giudizio, rischia di smantellare la Pac. E per dirla alla francese ce n’est que un debut, perché in tutta Europa e soprattutto ai confini con l’Ucraina gli agricoltori sono pronti alla rivolta. Le ragioni sono essenzialmente due: i pesi eccessivi che ancora derivano dall’applicazione del Green deal; la messa in discussione della politica agricola. Di questo secondo aspetto si è discusso ieri nel corso di Agrifish (è il consiglio europeo dei ministri agricoli), in cui il commissario all’Agricoltura, Christophe Hansen, ha illustrato ciò che Ursula von der Leyen vuole; unire i fondi dell’agricoltura con quelli di coesione in un’unica voce di finanziamento che viene erogato ai singoli Paesi secondo piani nazionali. Si sa che la Von der Leyen spinge perché i Paesi attingano dai fondi di coesione i soldi per il Rearm Europe.

Immediata la risposta dell’Italia con il ministro della Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, che si è messo alla testa di un gruppo di Paesi che respinge questa ipotesi. Sottolinea Lollobrigida: «Siamo del tutto contrari allo spezzettamento delle politiche agricole. Noi crediamo che la sovranità alimentare europea si debba raggiungere garantendo la produzione e lasciando flessibilità alle singole nazioni. Oggi l’Italia insieme alla Grecia ha detto no all’accorpamento dei fondi per l’agricoltura e per la pesca in un fondo unico europeo. Alla nostra posizione si sono aggiunte altre quindici nazioni, è un grande successo». Al fianco di Roma c’è infatti la Francia e che ha l’adesione di Austria, Belgio, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Ungheria, Irlanda, Portogallo a cui si è unita anche la Spagna. Nel documento si afferma: «La Commissione europea deve rispettare e mantenere una linea di finanziamento coerente e dedicato per l’agricoltura e la pesca nel prossimo bilancio comune Ue per il 2028-2034, per salvaguardare il buon funzionamento delle politiche comuni dell’Ue».

Sul fronte della Pac c’è un’altra fortissima contestazione che viene da Est. I Paesi che confinano con l’Ucraina – Polonia, Ungheria, Bulgaria, Romania, Slovacchia – sono contrari all’adesione di Kiev all’Ue. Gli agricoltori protestano per il dumping che grano, mais e olio di girasole ucraini fanno ai loro prodotti. Le organizzazioni agricole di quei Paesi stimano che il l’ingresso dell’Ucraina potrebbe sottrarre fino a 100 miliardi dai fondi Pac sul finanziamento pluriennale (5 anni) complessivo, pari a 270 miliardi. Ed è forse per mitigare l’impatto di queste contestazioni che la Commissione sta facendo il gioco delle tre carte sul Green deal. È vero che ha sospeso alcune norme capestro come le condizionalità agricole previste inizialmente nel Farm to fork, ma è tornata alla carica con la legge sulla rinaturalizzazione e con quella per la deforestazione.

La Commissione si prepara a presentare a giugno la proposta legislativa sul target climatico al 2040. L’obiettivo resta la riduzione del 90% entro il 2040, ma pare che la Von der Leyen sia disposta a concedere ai singoli Paesi una loro via al raggiungimento del target anche utilizzando i rimedi «naturali» di assorbimento della CO2: dalle foreste all’agricoltura. Si tratta di una falsa apertura perché Bruxelles insiste sulla legge per la deforestazione, che sia pure fatta slittare a fine di quest’anno, ma resta un pilastro del Green deal. Stavolta Austria e Lussemburgo sono alla testa di 11 Paesi – tra cui l’Italia – che chiedono una totale revisione della legge. Sostengono che «i requisiti imposti agli agricoltori e ai silvicoltori rimangono elevati, se non addirittura impossibili da attuare. Sono sproporzionati rispetto all’obiettivo d’impedire la deforestazione laddove si verifica realmente». L’Italia in quanto a foreste è tra i primi della classe: il 37% del nostro territorio – pari a oltre 11 milioni di ettari – è coperto da boschi in costante aumento. Ma Bruxelles fa finta di non saperlo. I trattori sono pronti a ricordarglielo.

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