Ora gli ecoteppisti bloccano anche le ambulanze: «Vi avevamo avvertito…»
Ansa
  • Nell’ennesima azione di disturbo, a Milano, quel che spaventa è l’ottusità dei protagonisti. Una massa facilmente manovrabile.
  • E oggi i ciclisti paralizzano il traffico. Previsto dalle 19 l’assalto a quattro snodi principali del capoluogo lombardo, già ingolfato dalla settimana della moda, per protestare contro le morti sull’asfalto.

Lo speciale contiene due articoli.

Forse andrà meglio con l’«aperitivo postcoloniale» il 12 ottobre a Milano, fra la Statale e il Leoncavallo, clou della loro campagna decarbonizzante in Lombardia. L’evento è molto atteso. Con opportune integrazioni alcoliche potrebbe diventare imperdibile e rappresentare il momento culturalmente più alto nella storia di Ultima Generazione, che per il resto non riesce a dimostrare all’italiano medio la sua contagiosa simpatia.

Ieri mattina alle otto gli attivisti arancioni hanno provato a paralizzare gli automobilisti in transito su viale Fulvio Testi (insulti), gli studenti che stavano andando a scuola (insulti anche da loro), i medici e gli infermieri in direzione Niguarda (insulti con l’aggravante di interruzione di pubblico servizio). Quando hanno intrappolato nell’ingorgo un’ambulanza, la polizia li ha fatti sgomberare, li ha portati in questura e il malinconico show è finito in gloria social. Sbadigli, the end.

L’autunno caldo dei guerrieri del clima che Matteo Salvini ha chiamato «eco-imbecilli» è cominciato, anche se per ora l’upgrade muscolare si manifesta solo in due dettagli: l’età media degli adepti (ieri fra i perdigiorno si notavano un paio di attempate zie del Sessantotto) e la totale incapacità di comunicare dei portavoce. L’empatia del plotone è molto simile a quella di un gatto aggrappato alle mutande. E se per zittire Beatrice Pepe in tv è stata necessaria una domanda di Chicco Testa (risposta «lei sta cercando di invisibilizzarmi»), per mandare in confusione il capo del blitz milanese è bastato un giovane poliziotto con la testa sulle spalle.

C’è un video illuminante che sarebbe piaciuto a Pier Paolo Pasolini e testimonia la differenza di struttura culturale fra un servitore dello Stato e un blateratore di sovvertimenti per rovesciare «il sistema neoliberale che depreda territori e fa bollire il pianeta». Il dialogo avviene a sit-in concluso, a striscioni arrotolati, a catene spezzate, a cittadini liberati dall’incubo post-rivoluzionario in Birkenstock. Il portavoce grida di voler tornare a sedersi in mezzo all’arteria più importante a Nord di Milano «perché abbiamo fatto passare l’ambulanza». Il poliziotto lo invita ad abbassare i toni e poi replica: «Avete fatto ciò che volevate fare, fine. Adesso spostiamoci perché rischiamo di essere investiti». Una decisione ineccepibile, molto diversa da quella presa a Londra dai bobbies, che arrestarono un idraulico nell’atto di sollevare di peso l’ecoguerriero in versione Buddha, perché disturbava la protesta.

Il dialogo in via Testi prosegue. Il graduato di Ultima Degenerazione si sente gabbato e rilancia: «Noi avevamo chiamato il 118 per far sì che le ambulanze non passassero di qua». L’agente lo guarda con aria di comprensibile compatimento: «Non decidete voi dove devono passare le ambulanze. Se vanno là (indica la zona di Niguarda), devono passare di qua».

Il portavoce sembra spiazzato e tenta un ultimo assalto verbale: «Possiamo gentilmente rimetterci in mezzo alla strada? Poi voi ci spostate», quasi supplica balbettando, incapace di portare a termine una frase di senso compiuto. Il poliziotto non abbocca ma la richiesta evidenzia l’unica necessità di una protesta che senza smartphone e telecamere sarebbe sì «invisibilizzata»: quella della passerella mediatica. Basterebbe una giacchetta sugli obiettivi al primo minuto dei sit-in per togliere ogni velleità rivoluzionaria, per restituire gesti e slogan all’anonimato che meritano.

Il duetto è rivelatore per un altro motivo: la povertà di linguaggio e di elaborazione progettuale della pattuglia protestataria mettono paura. Da sempre l’ingenua ignoranza è più pericolosa della cattiveria, perché i fanatici in buona fede sono facilmente manipolabili. Cantava Giorgio Gaber nel 1978 davanti al disfacimento di una generazione: «Cari polli d’allevamento nutriti a colpi di musica e di rivoluzioni/ immaginando di passarvi accanto in una strada poco illuminata/ non si sa se aspettarsi un sorriso o una coltellata». È già successo, la pasionaria Alessandra – ieri orgogliosa d’essere stata portata in questura a 72 anni «per amore dei miei nipoti» – dovrebbe saperlo. Forse quando ne aveva 20 okkupava la Statale. È già successo con identici meccanismi che conducono a inquietanti déja vu.

Ventidue anni fa, proprio strumentalizzando gli ingenui, la sinistra gruppettara disorientata dal crollo del Muro di Berlino si riciclò in un movimento apparentemente pacifista (No global), si servì di una testimonial (Naomi Klein), si scagliò contro le istituzioni (G8 di Genova), si fece infiltrare dai violenti (black bloc). E il folclore si trasformò in sangue, in fiamme che per qualche tempo incendiarono l’Occidente. Per ora le analogie stanno nei prodromi: Ultima Generazione, Greta Thunberg, pianeta da salvare «con l’ecologismo rivoluzionario». Non è detto che le uniche vittime siano i pesci del fiume Lauch a Colmar, in Francia, diventato verde a colpi di colorante.

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