Qualcuno l’ha chiamata il «male del secolo». Di sicuro, la cosiddetta «ecoansia», definita dall’American psychological association «paura cronica del disastro ambientale», è il lato oscuro del celebratissimo impegno ecologico dei giovani. I quali, ricoperti dalle lodi di media e leader politici, si sono esibiti alla Youth4climate di Milano. Sono loro, infatti, i più sensibili al catastrofismo degli attivisti per il clima. E sono loro i più esposti a sintomi che, secondo gli studi – ancora pochi, invero – spaziano dalla depressione agli attacchi di panico, dall’insonnia ai pensieri ossessivi.
D’altronde, il linguaggio della propaganda verde ha questo tenore: «Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia […]. Le persone stanno soffrendo, stanno morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa». Si tratta, ovviamente, dello stralcio di un discorso di Greta Thunberg. Il messaggio è inequivocabilmente tragico: voi che oggi avete 20 anni, con ogni probabilità sarete sommersi da una piena, o travolti da un tornado, o stroncati dalla sete, prima che ne compiate 40. Così, è normale che, vedendo la nuova comprimaria ugandese di Greta, la ventiquattrenne Vanessa Nakate, piangere per il proprio Paese alluvionato, il cuore dei nostri ragazzi si spezzi. E che le loro menti si pieghino.
Nel 2019, una coetanea della militante svedese, Lauren Jeffrey, confidò a Forbes un dettaglio inquietante: «Una mia amica era convinta che nel 2030 ci sarebbe stato un tracollo della società e che l’estinzione dell’umanità si sarebbe verificata a breve termine, nel 2050. La sua conclusione era che ci rimanevano dieci anni di vita». Nel marzo 2020, un sondaggio britannico aveva rivelato che un bambino o adolescente inglese su cinque, di età compresa tra gli 8 e 16 anni, ha addirittura «degli incubi notturni sul cambiamento climatico». Anche la Thunberg scrisse: «Quando dormo di notte non mi sento al sicuro. Come posso sentirmi al sicuro quando so che siamo nel bel mezzo della più grave crisi della storia umana?». La rilevazione più recente è di un paio di settimane fa. Il 45% di 10.000 giovani tra 16 e 25 anni, di dieci Paesi, ha ammesso che «ansia e angoscia per la crisi climatica stanno condizionando la loro vita quotidiana e la loro capacità di agire». Tre quarti del campione considera «spaventoso» il futuro. In Italia, ancora non esiste un censimento dell’ecoansia: essa rimane un «fenomeno sommerso». Swg, nel 2019, rivelò che il climate change è in testa alle «realtà che preoccupano maggiormente» il 64% degli appartenenti alla generazione Z (i nati tra il 1995 e il 2010). Il problema è tanto più grave, dal momento che, come sottolineava il Guardian ad aprile, molti psicoterapeuti ammettono di «non sapere cosa fare o cosa dire» ai loro piccoli pazienti, prostrati dai tormenti ambientali.
In teoria, i fatti non giustificano né le loro paralizzanti paure, né i toni apocalittici di giornalisti e Ong. Nemmeno il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, un foro scientifico sorto da due organismi Onu, ha mai parlato di «inferno climatico» o «estinzione di massa». Due anni fa, 200 accademici italiani, tra i quali Franco Prodi, Franco Battaglia, Alberto Prestininzi, Antonio Zichichi e Renato Angelo Ricci, inviarono a Sergio Mattarella, ai presidenti di Camera e Senato e al presidente del Consiglio, una petizione sul riscaldamento globale antropico, affermando che «non v’è alcuna emergenze climatica». La stessa iniziativa, a livello internazionale, raccolse centinaia di adesioni da scienziati e docenti di tutto il mondo. La stampa, però, veicola un discorso diverso.
Ieri, ad esempio, Associated press ha diffuso una nota agghiacciante. La piattaforma di crowdfunding ambientale tricolore, Ener2crow.com, avrebbe calcolato che «in un anno bastano le emissioni di CO2 di appena quattro italiani a uccidere una persona». In pratica, l’alternativa è tra essere vittime o carnefici: o muori a causa della catastrofe climatica, o uccidi a causa del tuo egoismo. In ogni caso, la soluzione è una: paga. Versa più tasse, eroga più donazioni, imponi più multe alle imprese per il «green washing». Te lo chiede tuo figlio, che non vuole una morte orribile in una «Terra inabitabile», per citare il titolo di un recente best seller.
Perciò sono preoccupanti le intenzioni della delegata italiana al summit, la «green influencer» Federica Gasbarro, la quale ha lavorato al documento congiunto che oggi sarà presentato ai ministri, in vista di Pre Cop e Cop26 a Glasgow. La studentessa chiede che l’ecologismo diventi una materia d’insegnamento, «come la matematica». Ed è significativo che Greta abbia iniziato a maturare le sue fissazioni a 8-9 anni, quando in classe le mostrarono film e foto della plastica negli oceani e di eventi climatici estremi. «Quelle immagini mi s’impressero nella testa», raccontò lei stessa. «Iniziai a pensare: “Niente ha senso”. E a 11 anni, divenni molto depressa». Ecco: dovremmo pensarci due volte, prima di rendere le nostre scuole un viatico per il disagio psicologico.
Sorge una domanda: a chi giova tutto ciò? Iniziamo da Thomas Hobbes: lo capì già lui, nel 1651, che la paura della morte è la più potente leva del potere. Così, se devono far digerire alle classi medie una «transizione» repentina, che le impoverirà, falcidiando il loro potere d’acquisto e picconando il loro stile di vita, è logico che i governi la presentino come l’unica alternativa alla fine del mondo. Se poi i testimonial dell’ecoscippo sono i giovani atterriti, il gioco diventa ancora più facile: chi non sborserebbe il triplo per le bollette, pur di salvare vita e salute mentale del proprio figlio? Non a caso, oggi Mario Draghi incontrerà Greta e Vanessa.
Dopodiché, attorno al catastrofismo ruotano tanti interessi economici. L’esperto americano Michael Shellenberger ha notato che, negli Usa, «tutti i grandi gruppi che si battono per il clima» prendono soldi o investono «nelle aziende del gas naturale e delle energie rinnovabili». E poi ci sono le ambizioni della Cina, che inquina più di tutti ma punta a diventare la capofila nell’elettrico: dalla Svezia a Pechino, il passo è breve. Per gli ecologisti vale il solito adagio: verdi fuori, rossi dentro.
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