(Ansa Video)
Il premio Nobel tedesco, nominato uomo del secolo dalla rivista «Time» nel 1999, moriva a Princeton (Usa) il 18 aprile 1955.
Il premio Nobel tedesco, nominato uomo del secolo dalla rivista «Time» nel 1999, moriva a Princeton (Usa) il 18 aprile 1955.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 30 giugno con Carlo Cambi
Ogni tanto ci spiegano che gli immigrati ci pagheranno le pensioni. Il ragionamento si fonda sul fatto che diminuendo il numero di lavoratori attivi e aumentando quello dei pensionati a carico del sistema previdenziale, servono nuovi ingressi che versino i contributi e consentano all’Inps e agli altri enti di garantire l’assegno mensile a chi sta a riposo.
Il discorso apparentemente non fa una grinza, ma se ci si addentra nei numeri si scopre che al momento siamo noi a pagare, e non poco, i migranti. Forse un domani spetterà a loro farsi carico dell’equilibrio dei conti pubblici, ma di sicuro oggi tocca a noi mettere mano al portafogli per tenere in piedi il traballante sistema del welfare italiano.
Ci vuole poco a capirlo e basta prendere spunto dai recenti dati forniti dalla Fondazione Moressa, istituto che da anni studia il valore economico degli stranieri in Italia. Secondo una ricerca sintetizzata dal Sole 24 Ore, gli immigrati versano nelle casse dello Stato, come imposte sulle persone fisiche, 12,6 miliardi di euro, una cifra che rappresenta il 6,4% dell’Irpef totale incassata ogni anno. Apparentemente si tratta di una percentuale cospicua, ma se si va in profondità si scopre che così non è. Innanzitutto chiariamo che i contribuenti stranieri hanno un reddito medio inferiore a quello di chi è nato in Italia: 17.760 euro contro i 26.920 dei contribuenti autoctoni. Il 38% degli immigrati ha un reddito annuo lordo inferiore ai 10.000 euro, mentre il 40% guadagna fra i 10 e i 25.000 euro.
Dunque, già questo ci fa capire che il loro contributo in termini di tasse, ovvero di contributo alle spese di welfare, è molto basso se non nullo. Del resto, se si confronta il numero di contribuenti nati all’estero con la percentuale di Irpef versata si capisce facilmente che l’incidenza delle tasse pagate dagli stranieri sul totale è inferiore alla percentuale degli stessi lavoratori immigrati. A fronte di quasi cinque milioni e mezzo, pari a circa il 12% dei contribuenti, l’Irpef a carico degli stranieri si ferma al 6,4%. Cioè la forza lavoro supera il decimo del totale, ma paga la metà.
Questi soldi, che sono pari a 12,6 miliardi, dovrebbero servire a finanziare i servizi erogati dallo Stato a favore di tutti i cittadini, vale a dire l’istruzione, la sanità, le prestazioni assistenziali, il sostegno al reddito, gli alloggi pubblici, l’accoglienza ai migranti, ma anche la giustizia, la sicurezza, le stesse pensioni e i costi dell’amministrazione pubblica. Beh, se si fa un conto all’ingrosso di tutto ciò, è evidente che 12,6 miliardi non solo non bastano, ma coprono a mala pena un quarto della cosiddetta spesa pubblica di cui gli stranieri usufruiscono. Se infatti calcoliamo che la spesa sanitaria incide per 140 miliardi e attribuiamo alla popolazione straniera un costo pari al 9,2% (che è la percentuale di immigrati sul totale della popolazione) già abbiamo superato l’Irpef versata dai lavoratori stranieri e senza contare i clandestini. È vero che molti extracomunitari sono giovani e dunque meno bisognosi di cure, ma è altrettanto vero che spesso ricorrono con maggiore frequenza ai servizi sanitari d’emergenza. E se poi aggiungiamo l’istruzione, che vale tra i 9 e i 10 miliardi, si capisce che attualmente il costo è superiore al beneficio.
Diciamo che sommando tutto, cioè ogni servizio, compresi gli alloggi popolari, l’assistenza, la sicurezza e la giustizia, la spesa pubblica sostenuta per gli stranieri potrebbe oscillare fra i 30 e i 45 miliardi. Una cifra all’ingrosso, certo, ma di gran lunga superiore, anche nell’ipotesi più benevola, ai 12,6 miliardi di Irpef. Senza contare che oltre il 30% delle famiglie di immigrati va a ingrossare le cifre della povertà che tanto allarmano la Caritas, la Cgil e tutti i partiti di sinistra. Dunque, al momento, l’idea che gli stranieri ci paghino le pensioni è lontana anni luce dal realizzarsi. Ora, come spiegavo, siamo noi a pagare. E non mi pare poco.
C’è chi, fuori dai nostri confini, è riuscito a condannare in via definitiva un ex banchiere che da anni ha lasciato l’Europa e che, al tempo della pandemia, è stato uno dei principali artefici (se non il principale) della fornitura da 800 milioni di dispositivi cinesi arrivati dal Paese del Dragone e finiti, dopo un pagamento di 1,25 miliardi di euro, in gran parte al macero.
Stiamo parlando di Daniele Guidi, classe 1966, il cui passaporto è scaduto, e che adesso vive all’estero non si sa bene con quali documenti. Forse con quelli di uno staterello africano.
Per alcune fonti del quotidiano La Verità lui, l’ex moglie Maria Stefania Lazzari e il figlio Tommaso si sarebbero trasferiti a Dubai. L’ex banchiere risiederebbe nel Paese del Golfo grazie alla sponsorizzazione di una società di tecnologia finanziaria e di telecomunicazioni.
Prima di spostarsi negli Emirati, secondo la Guardia di finanza, «Guidi, con la collaborazione della moglie e di Ivano Poma, avrebbe trasferito le proprie attività e i propri interessi economici da San Marino a Hong Kong (dove avrebbe ottenuto il permesso di soggiorno, ndr) mediante la costituzione della Chenxing management consulting limited».
Dalle investigazioni è anche emerso che Guidi avrebbe reinvestito una parte significativa delle provvigioni percepite dal governo italiano in bond emessi da società localizzate in paradisi fiscali (Isole Vergini britanniche, Cayman, etc...).
Nel Belpaese, Guidi, insieme con altri indagati, era accusato dalla Procura di Roma di traffico di influenze e frode in pubbliche forniture. Nei mesi scorsi, lui e la sua squadra, a partire dall’amico Andrea Tommasi, imprenditore con ottimi contatti all’interno del mondo della Difesa e dei servizi segreti, hanno ottenuto il dissequestro di quasi 72 milioni di euro.
Lo Stato italiano dopo sei anni di inchiesta ha restituito tutto con tante scuse e adesso gli ex imputati potranno godersi il frutto delle commissioni milionarie ottenute per la più grande fornitura di mascherine del 2020 […].
Così va la giustizia in Italia. Ma mentre la maggior parte degli ex imputati si può adesso godere il denaro ricavato con la vendita delle mascherine cinesi, uno di loro non dorme sonni tranquilli, inseguito come è dai giudici sammarinesi.
Stiamo parlando del già nominato Guidi. Che sul Monte Titano sta collezionando condanne. Nel dicembre 2020 la Procura di Roma aveva ordinato, come detto, il sequestro di 72 milioni di euro di provvigioni incassati dai mediatori, 12,5 dei quali sarebbero stati destinati al «Gruppo Daniele».
In realtà, secondo una mail rinvenuta durante le perquisizioni, la somma riservata all’ex banchiere sarebbe stata ben più cospicua: 44,7 milioni su un totale di 203,8 di «fee».
Somme che, però, non sono mai state rintracciate dagli inquirenti.
L’avvocato di Guidi, Fabio Federico, non ha memoria dell’effettivo sequestro di denaro al suo cliente. Forse perché l’esperto banchiere potrebbe aver preferito mettere al sicuro le proprie sostanze fuori dall’Italia.
Il suo ruolo centrale nell’affaire era già chiaro nei primi atti dell’inchiesta, dove si diceva di lui: «Unitamente a Tommasi, ha curato l’aspetto organizzativo e, in particolare, i numerosi voli aerei per convogliare in Italia un quantitativo così ingente» di mascherine, «compiendo i necessari investimenti».
Ma l’importanza della sua figura risulta ancora più evidente dalle chat analizzate dalla Gdf. «Nel corso dei mesi di marzo e aprile 2020, periodo nel quale sono state affidate le sei commesse milionarie ai noti consorzi cinesi», per le Fiamme gialle Guidi sarebbe stato l’interlocutore privilegiato di Zhongkai Cai, il collegamento del gruppo con la Cina. «Dalla messaggistica si comprende il ruolo rivestito da Guidi nell’impartire a Cai le istruzioni per la predisposizione dei contratti e delle mail da inoltrare verosimilmente alla struttura commissariale. Le istruzioni così ricevute appaiono essere state condivise con i responsabili di diritto dei tre consorzi cinesi per gli adempimenti di competenza». Consorzi che erano guidati da persone di diretta conoscenza di Cai, cittadino italo-cinese, oggi sparito dal nostro Paese.
Dunque l’ex banchiere di San Marino avrebbe preparato i contratti che, poi, sono stati firmati dal commissario Domenico Arcuri, in quel momento uomo di stretta fiducia dell’allora premier Conte. Ma il regista che dirigeva le operazioni con discrezione e su cui i media italiani non hanno mai acceso un vero faro, intanto collezionava procedimenti sul Monte Titano proprio con l’accusa di depredare le casse dello Stato.
Però a San Marino hanno avuto la forza di perseguirlo, contrariamente a quanto accaduto con la nostra magistratura. Guidi è stato processato e punito più volte per reati collegati al dissesto di Banca Cis (Credito industriale sammarinese), di cui è stato amministratore delegato e direttore generale.
Per esempio è stato condannato in via definitiva a cinque anni e dieci mesi per truffa continuata ai danni dell’Istituto per la sicurezza sociale. Guidi avrebbe distratto e utilizzato indebitamente oltre 60 milioni di euro appartenenti ai fondi pensione dei lavoratori dell’Iss e circa 15 milioni di euro del fondo complementare Fondiss.
Il 14 giugno scorso, Giacomo Fumu, il giudice della terza istanza (la nostra Cassazione), prima di morire all’improvviso (il 24 giugno, all’età di 74 anni), ha dichiarato inammissibili i nove motivi d’appello della difesa di Guidi, rendendo definitiva la condanna.
Adesso il ministero della Giustizia sammarinese è pronto a procedere con la richiesta del mandato di cattura internazionale (provvedimento che dovrà essere emesso da una toga). Il nome di Guidi finirà così nel circuito dell’Interpol, a cui San Marino ha aderito nel 2006, con la cosiddetta «red notice», una segnalazione globale che invita le polizie di tutto il mondo ad arrestare provvisoriamente il ricercato in attesa di estradizione.
Ma i guai per Guidi non sono finiti: ad aprile del 2025 è stato condannato in primo grado a quattro anni e otto mesi di prigionia per amministrazione infedele e ostacolo alla vigilanza. A dicembre, sempre in primo grado, si è preso quattro anni per l’utilizzo indebito di titoli della clientela che sarebbero stati dati in pegno senza autorizzazione.
In un maxi processo, Guidi è alla sbarra con l’accusa di associazione per delinquere e, in un ulteriore procedimento, è sospettato di concorso in amministrazione infedele continuata.
Un elenco di contestazioni che non gli ha impedito di fare affari con l’Italia durante la pandemia. Grazie ai buoni rapporti con il governo di allora o, quanto meno, con la struttura commissariale […].
Il Gruppo interforze della Polizia giudiziaria di San Marino ha sequestrato al manager un audio (il file numero 50) in cui questi parla proprio di 007. La registrazione è stata effettuata mentre l’uomo si stava recando con una coppia di conoscenti presso il casello autostradale di Riccione. Nell’occasione avrebbe incontrato due sedicenti appartenenti ai servizi segreti italiani che sostenevano di poter impedire o procrastinare l’esecuzione di un non meglio precisato mandato di cattura emesso da San Marino nei confronti di Guidi. Uno dei presenti, il riminese F. P., puntualizza: «I miei che sono di Bologna, non di Roma […] mi hanno informato di questo procedimento, di questo deposito».
Al termine del colloquio che Guidi avrebbe avuto con le suddette barbe finte, si comprende che l’aiuto promesso non era gratuito: «Loro si aspettavano che gli dessi dei soldi adesso... metà prima dell’operazione, perché domani c’è questo mandato d’arresto, e metà dopo», commenta Guidi. Che aggiunge: «I capi di quelli che sono venuti qua erano a Roma, non erano qui».
Si trattava di millantatori? O erano davvero 007? Quel che sappiamo per certo è che, in quel momento, la comitiva, nonostante i guai giudiziari di Guidi, ha una sete incredibile di affari e, a un certo punto, mette gli occhi non solo sul business delle mascherine, ma anche sul grande affare della sanificazione dei palazzi istituzionali, a partire dagli uffici di Invitalia, di cui Arcuri era ad.
Purtroppo dalle chat degli indagati sono stati cancellati mesi di messaggi e non è facile capire se i piani siano stati realizzati e attraverso quali società. Ma mentre i servizi segreti italiani e la Procura di Roma sembravano non cogliere l’importanza della vicenda, a San Marino la magistratura e la Banca centrale aggredivano gli affari illeciti di Guidi.
Per una buona mezz'ora il Brasile se l'è vista brutta. Sotto 1-0 contro il Giappone, gol di Sano al 29', la Seleção di Carlo Ancelotti ha trovato prima il pareggio con un colpo di testa al 56' di Casemiro e poi è riuscita a evitare i tempi supplementari con un colpo da biliardo di Gabriel Martinelli in pieno recupero, al 96'. Una vittoria affatto scontata e più complicata del previsto per i cinque volte campioni del mondo, ottenuto contro un avversario ostico e che può dare al Brasile lo slancio necessario per guardare con ottimismo alla sua parte di tabellone.
La squadra di Ancelotti ha però dovuto sudarsi fino all'ultimo il passaggio del turno. Il Giappone ha confermato anche contro una delle grandi favorite del torneo di essere una nazionale organizzata, compatta e capace di colpire appena si apre uno spiraglio. È successo al 29', quando un errore in impostazione di Danilo ha spalancato la strada a Kaishu Sano, bravo a recuperare il pallone e a battere Alisson con un preciso diagonale. Un gol che ha premiato la concretezza dei nipponici, fino a quel momento quasi sempre chiusi nella propria metà campo ma impeccabili nel difendere il vantaggio. Il Brasile, pur mantenendo a lungo il possesso del pallone, aveva infatti faticato a trovare spazi. La manovra verdeoro era sembrata lenta e prevedibile, con Suzuki impegnato soltanto in un paio di interventi senza particolari difficoltà. Nell'intervallo Ancelotti ha perso anche Paquetá, costretto ad alzare bandiera bianca per un problema fisico e sostituito da Endrick, modificando l'assetto offensivo della squadra.
La ripresa ha raccontato un'altra partita. I verdeoro hanno aumentato ritmo e intensità, affidandosi soprattutto al gioco sulle corsie laterali e ai cross in area. Dopo un colpo di testa di Bruno Guimarães respinto da Suzuki e una conclusione di Casemiro salvata sulla linea da Tomiyasu, il pareggio è arrivato al 56': perfetto traversone di Gabriel Magalhães e incornata vincente dello stesso Casemiro. Due minuti più tardi il Brasile è andato vicinissimo al sorpasso con una straordinaria iniziativa personale di Vinicius Junior, fermato soltanto dal palo dopo la deviazione del portiere giapponese. Con il passare dei minuti il copione è diventato sempre più chiaro. Il Giappone si è abbassato a difesa della propria area, mentre il Brasile ha continuato ad attaccare con pazienza, senza però riuscire a trovare il varco decisivo. Quando i tempi supplementari sembravano ormai inevitabili, al sesto minuto di recupero è arrivata la giocata che ha deciso la sfida: Bruno Guimarães ha trovato con un filtrante perfetto Gabriel Martinelli, entrato dalla panchina, che ha controllato il pallone e con un preciso destro ha battuto Suzuki per il definitivo 2-1.
Una rete pesantissima non solo perché vale gli ottavi di finale, dove il Brasile affronterà la vincente di Costa d'Avorio-Norvegia, ma anche perché entra nella storia del torneo. Il gol di Martinelli, realizzato al 96', è infatti il più tardivo mai segnato nei tempi regolamentari di una partita della fase finale di un Mondiale, superando il primato che apparteneva dal 2006 a Francesco Totti, autore del rigore decisivo contro l'Australia al 95'. Per Ancelotti, al di là del record, conta soprattutto il carattere mostrato dalla sua squadra: per continuare a inseguire il sesto titolo mondiale serviranno anche vittorie sofferte come questa.

