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Trent'anni fa l'invasione degli Albanesi

albanesi 1991
Una delle imbarcazioni cariche di Albanesi a Brindisi nel marzo 1991 (Getty Images)

La prima settimana di marzo del 1991, le coste pugliesi venivano invase da migliaia di cittadini albanesi in fuga dal disfacimento del regime comunista che li aveva portati alla fame in quarant'anni di reclusione forzata entro i confini dell'Albania, governata con il pugno di ferro dal dittatore Enver Hoxha. In Italia era investita per la prima volta da uno tsunami umano giunto dall'altra sponda dell'Adriatico.



Le premesse dell'esodo


La piccola Albania era retta da un durissimo regime comunista instaurato dal secondo dopoguerra. Il suo leader Enver Hoxha era un rigido seguace di Stalin, del quale mantenne l'eredità politica nella più assoluta ortodossia. Impermeabile ai mutamenti nei paesi del blocco sovietico a partire dalla primavera di Praga del 1968, ruppe anche con la vicina Jugoslavia "non allineata" di Tito. Ossessionato dal culto della personalità e dall'osservanza dei principi di Stalin, fin dagli anni cinquanta chiuse le frontiere del proprio Paese, fortificando i confini con migliaia di bunker armati nella paranoide convinzione di una incombente invasione da parte dei paesi "capitalisti". L'economia albanese era rigidamente controllata e pianificata dallo Stato e prevalentemente agricola. Anche le risorse alimentari erano in mano ai funzionari del partito e il cibo razionato. Il controllo sociale era invece affidato alla ferocissima polizia politica Sigurimi, che controllava ogni forma di opposizione con la violenza e la repressione. Vivendo in Albania la pena capitale, molte furono le fucilazioni dei dissidenti o presunti tali. Enver Hoxha morì nel 1985, all'alba della perestrojka di Gorbachov. Ma già due anni prima aveva designato il proprio successore tra i vertici del Partito dei Lavoratori, Ramiz Alia. Quattro anni dopo la sua nomina cadeva il muro di Berlino, che generò il terremoto politico in tutti i paesi oltrecortina. Alia, alle prese con un paese allo stremo non concesse inizialmente che poche e timide aperture, cercando una sponda con la vicina Serbia, nel momento in cui si stava profilando anche per la Jugoslavia la dissoluzione che generò la sanguinosa guerra degli anni '90. La linea del capo del partito stalinista non resse perché l'industria era pressoché inesistente e non poteva certo affrontare la sfida dei mercati internazionali. Anche le dichiarazioni sullo stato economico del Paese e le aperture al mercato non ingannarono il popolo, tanto più che l'Albania si era indebitata con l'estero per le spese personali dei burocrati corrotti e per le celebrazioni del culto di Hoxha. La popolazione albanese, che seguiva le notizie filtrate dall'estero, si sentì definitivamente in trappola e destinata a patire la fame. L'unica via, impossibile fino ad allora, sarebbe stata la fuga verso il benessere dell'occidente.


L' "Eden" Italia


Gli Albanesi del 1990-1991 conoscevano il benessere dal quale solo una lingua di mare lunga solo 45 miglia marittime li separava. Avevano imparato l'italiano dalla televisione, perché grazie ad un ripetitore installato in Montenegro riuscivano a captare il segnale della tv di Stato e delle reti Fininvest. Reclusi nella miseria, cominciarono ad intendere l'Italia come un eden in cui i beni materiali fossero facili da raggiungere, come nei giochi a premi di Iva Zanicchi o Mike Bongiorno, mentre l'isolamento dell'Albania li tagliava fuori dalle primavere che avrebbero traghettato gli ex paesi del blocco sovietico alla democrazia. Ramiz Alia, pur non volendo intaccare la fede stalinista, aprì ad alcune concessioni che presto da poche gocce creeranno un fiume in piena. La prima fu la creazione del multipartitismo e di un opposizione che, seppur imposta dall'alto ed artefatta, ruppe gli equilibri. A capo della nuova forza politica fu messo il cardiochirurgo di fama internazionale Sali Berisha, leader del nuovo "Partito Democratico". Anche se l'azione politica del nuovo schieramento rimase molto limitata, questa novità favorì il movimento degli studenti albanesi, che videro nell'assalto alle ambasciate straniere a Tirana l'unico modo per cercare una via di fuga dal paese-prigione attirando l'attenzione dei media mondiali. Attorno al mese di maggio del 1990 l'occasione dell'assalto venne dalla decisione del governo albanese di concedere alcuni visti per motivi di lavoro. Per mesi lunghe code si formarono di fronte agli ingressi delle ambasciate finché il 2 luglio 1990 le rappresentanze diplomatiche furono prese d'assalto da migliaia di cittadini che chiedevano asilo politico. Ad eccezione delle ambasciate cinese e cubana, tutte le altre concessero assistenza ai rifugiati, circa 8.000, che riuscirono a oltrepassare i cancelli dei "templi della libertà" generando l'intervento mediatore dell'Onu. Il 13 luglio 1990 oltre 4.000 profughi richiedenti asilo furono autorizzati a salpare da Durazzo alla volta di Brindisi per essere quindi redistribuiti tra i paesi ospitanti. Si era creato il precedente per la grande fuga verso l'Italia.
Dall'inizio del febbraio 1991 iniziò così l'assalto al porto di Durazzo per cercare di emigrare in Italia con qualunque mezzo fosse in grado (anche a stento) di reggere il mare. I primi profughi a toccare le coste pugliesi erano giunti con mezzi di fortuna, tra cui anche zattere autocostruite persino prive del timone o bagnarole arrugginite che furono recuperate alla deriva dai mezzi della Capitaneria di Porto. Alla vigilia del grande esodo, erano arrivati ad Otranto già oltre 1.500 albanesi, che le improvvisate strutture ricettive del comune pugliese già faticavano a gestire, mentre la macchina della Protezione Civile si metteva in moto a rilento, coordinata dal commissario straordinario Vito Lattanzio.

Brindisi, 7 marzo 1991: l'onda degli Albanesi si infrange


Mentre i volontari e le autorità si dannavano per gestire gli esuli già approdati, moltiplicando gli appelli al Governo Andreotti nella persona del Ministro Vincenzo Scotti, una vera e propria flotta salpava dal caos dei porti di Durazzo e Valona, questa volta a bordo di imbarcazioni molto più grandi delle precedenti, su ciascuna delle quali erano stipate migliaia di albanesi in fuga. Due di queste grandi imbarcazioni furono interessate da un blocco navale deciso dalle autorità italiane sulla base della vigente "Legge Martelli", che concedeva asilo politico soltanto a chi era riconosciuto come perseguitato politico, categoria nella quale i fuggiaschi non rientravano. Mentre il canale di Otranto brulicava di ruggine galleggiante e di uomini, donne e bambini in rotta verso l'Eldorado, il governo italiano cercava di imporre la linea dura. Data l'entità di quella che si profilava come una vera invasione (erano stati preventivati in pochi giorni 30.000 sbarchi) fu predisposto un blocco navale a protezione del porto di Brindisi, dove le navi più grandi si stavano dirigendo. Durante la traversata, una delle motovedette italiane fu speronata, e la mattina del 7 marzo attorno alle 10 comparve all'orizzonte del porto pugliese la sagoma della nave mercantile "Lirja". A bordo ci sono più di 3.000 persone, che vanno ad aggiungersi alle altre sbarcate nei giorni precedenti. Seguiranno a poche ore di distanza altre carrette del mare: la "Tirana", con oltre 3.500 passeggeri e infine la "Legend", rimasta alla fonda per ore fino alla rivolta dei profughi. Brindisi, investita da una massa incontrollabile di disperati, optò per la loro concentrazione al molo di Sant'Apollinare davanti ai grandi silos del grano, controllati a stento dalle forze dell'ordine. Scattano presto tafferugli, alcuni riescono a saltare agevolmente le barriere improvvisate e si riversano i città logori e affamati. La lotta è spesso per le razioni gettate da distanza dai volontari della Croce Rossa, che scelgono di non avvicinarsi per non essere travolti.
Mentre a Brindisi e Otranto si consumano gli effetti dell'esodo improvviso e travolgente, a Roma si fa appello alla Croce Rossa Internazionale e all'Onu. In Rai il Tg1, per bocca dell'allora vice-direttore Ottavio De Lorenzo, conferma la decisione di rivolgere appelli alla popolazione ancora in Albania, dove il notiziario italiano è molto seguito, perché si comunichi che l'Italia non è l' Eldorado che i fuggiaschi in attesa sulle banchine pensano di poter raggiungere. Da un punto di vista giuridico, il Governo decide per una deroga alla legge Martelli, affidando ad una commissione lo studio dei singoli casi di richiesta di asilo. Dall'altra parte l'esecutivo teme la strumentalizzazione dell'arma dei migranti da parte del leader Alia al fine di ottenere vantaggi in termini di aiuti e di allentare la pressione del disastro economico dell'Albania scaricando i disperati all'Italia. Mentre a Roma si discute, a Brindisi i cittadini passano dalla compassione per i primi sbarcati nei giorni precedenti verso i quali avevano mostrato solidarietà, alla paura. Il giorno stesso del grande assalto ai porti pugliesi si segnalano i primi episodi di violenza: un farmacista rapinato, un camion di viveri razziato, una donna scippata. La paura dei brindisini è anche di carattere sanitario, perché tra gli albanesi ci sono casi di scabbia e si teme un'epidemia, mentre il repubblicano La Malfa (l'unico rappresentante del governo che si era recato a Brindisi) invoca l'intervento dell'esercito e il ministro della difesa Virginio Rognoni lo esclude inizialmente, scaricando il barile sul ministro dell'Interno Scotti. Il vicepremier Martelli difende la sua legge, e vorrebbe che fosse Tirana a chiudere i rubinetti, ma lo stesso La Malfa ribatte ponendo l'accento sulla natura particolare dell'esodo degli Albanesi, vittime del comunismo stalinista e quindi automaticamente da considerare rifugiati politici. Ma il giorno dopo la grande ondata degli Albanesi sul Governo arriva la doccia fredda dell'Onu, che invita le autorità italiane all'accoglienza incondizionata in seguito alla quale potrà poi partire un eventuale processo di valutazione delle richieste di asilo e di redistribuzione in Europa. Mentre le Nazioni Unite si esprimevano sulla situazione italiana, Belgrado e Atene mandavano i carri armati al confine con l'Albania, lasciando aperta l'unica via di fuga rappresentata dall'Adriatico. Andreotti si esprime per la prima volta due giorni dopo il grande sbarco, quando la situazione sanitaria è diventata insostenibile. A chi lo critica per l'immobilismo di Palazzo Chigi, il leader democristiano risponde che lo Stato non avrebbe potuto gestire da solo l'emergenza, e che le "famiglie italiane" avrebbero dovuto fare la loro parte ospitando i profughi, mentre Bettino Craxi puntava il dito sulla mancata preparazione italiana ad una catastrofe umanitaria preannunciata, con l'aggravante del fatto che fosse ben noto il legame tra il popolo albanese e quello italiano per la breve distanza geografica. I Verdi e i Missini dai banchi dell'opposizione chiedevano le dimissioni del commissario straordinario Vito Lattanzio, mentre Virginio Rognoni alla fine dovette cedere e autorizzare l'intervento dell'Esercito nella gestione dell'emergenza. Proprio l'arrivo degli uomini in grigioverde riuscirà a portare all'assedio di Brindisi un po'di sollievo: sul posto si recano duecento Alpini che si occupano di mantenere la pulizia delle scuole e delle banchine dove bivaccano i migranti; arrivano tende da campo, cucine, brande. Altre 200 penne nere, come sempre le prime ad essere chiamate all'azione nelle emergenze umanitarie, sfameranno i profughi con le cucine campali.
A pochi giorni dal grande sbarco del 7 marzo 1991, mentre Claudio Martelli si trova a Tirana per discutere dell'emergenza e far pressioni sul governo albanese affinché si adoperi a fermare l'emorragia umana, una delle navi inverte la rotta e riporta in Patria i primi 1.000 albanesi rimasti delusi dalla situazione dell'eden soltanto immaginato. Altri, fuggiti da Brindisi, saranno bloccati e respinti alla frontiera svizzera mentre cercavano di raggiungere la Germania e ricacciati in Puglia. Altri bivaccano alla stazione Centrale di Milano, senza documenti e senza meta. Parte della prima grande ondata sarà invece ridistribuita in diversi centri profughi, caserme e strutture in tutta Italia. Poi una deroga alla legge Martelli stabilirà un compromesso per la permanenza dei richiedenti asilo: un visto della durata di un anno durante il quale gli emigranti avrebbero dovuto frequentare un percorso formativo ed inserirsi nel tessuto socio-economico del nuovo Paese d'adozione.
Quando parve che l'emergenza fosse rientrata ed il Governo italiano sperava negli accordi bilaterali con Tirana che prevedevano un piano di aiuti economici all'Albania, nell'agosto del 1991 la tragedia si rinnovò. Il 31 marzo si svolsero le prime elezioni libere ma il partito di Ramiz Alia rimase al potere, promettendo riforme che non ebbero alcun effetto sulle condizioni disperate del paese, ancora privo degli aiuti economici esteri e ancora formalmente legato al marxismo. La grande fuga ebbe una seconda, drammatica puntata.

La fiumana di diecimila profughi sbarcati a Bari dalla nave "Vlora" l'8 agosto 1991 (Getty Images)


Dalla solidarietà alla rabbia: la seconda ondata del 1991


L' 8 agosto 1991 all'orizzonte del porto di Bari si staglia la sagoma brulicante di uomini, donne, vecchi e bambini che ricoprono le forme della nave "Vlora". Sono diecimila, tutti in un solo carico, mentre altre imbarcazioni giungono fino alle coste calabresi. Diretta inizialmente a Brindisi, è intercettata dalla nave "Euro" della Marina Militare, ma il comandante della "Vlora", minacciato con le armi, è costretto a tentare lo speronamento finché la nave militare per evitare un massacro è costretta a cedere il passo fino all'arrivo al porto di Bari. Anche in questo caso la situazione è disperata. Molti sono allo stremo, tra cui bambini a rischio della vita. Ma questa volta tra i passeggeri si notano anche uomini armati di coltelli e pistole, vagano come zombie e stavolta fanno davvero paura. Da queste premesse la decisione delle autorità italiane di concentrare i migranti nello stadio della Vittoria. All'annuncio che l'Italia non li avrebbe accolti scoppia la rivolta. In diversi armati di spranghe riescono a fuggire dallo stadio e si riversano per le strade del capoluogo pugliese, mentre all'interno della struttura sportiva i profughi colpivano le forze dell'ordine con blocchi di cemento staccati dagli spalti. Il governo italiano optò questa volta per la linea dura, in particolare modo per voce del Ministro per gli Italiani all'estero e dell'immigrazione, la socialista Margherita Boniver, la quale scelse una via più lunga ma più efficace a lungo termine, il rimpatrio e il conseguente aumento degli aiuti al paese balcanico, tramite l'inclusione dell'Albania negli organismi economico-finanziari del mondo occidentale come il Fondo Monetario. Parallelamente fu avviata una campagna di aiuti umanitari con una missione militare, la "Pellicano", che portò in Albania tonnellate di viveri, medicinali e beni di prima necessità per evitare il tracollo di una nazione, proprio nei mesi in cui dalla vicina Jugoslavia soffiavano sempre più forti i venti di una guerra imminente. Nel 1992 le elezioni portarono al potere Sali Berisha, che traghettò l'Albania verso l'apertura al mondo occidentale e all'economia capitalista. L'impatto, nei successivi cinque anni, fu devastante e quella che si sperava potesse ritornare una "Svizzera dei Balcani" fu messa nuovamente sul lastrico . Sostenuta dalle rimesse degli emigranti e dagli aiuti internazionali, l'Albania di Berisha sprofondò a causa del fallimento delle società finanziarie "piramidali", che portarono il paese al default. La nuova mareggiata di albanesi, questa volta accompagnati dall'organizzazione criminale degli scafisti, la nuova "professione" emersa dai mesi del disastro dell'impatto malsano con il capitalismo. Ma questo è un altro capitolo, perché il mondo attorno alla piccola nazione balcanica era cambiato per sempre. Non c'era più la vicina Jugoslavia, disgregata dalla guerra, e anche l'Italia era reduce da uno tsunami: quello politico e finanziario che decretò la fine della prima repubblica alla quale la grande onda degli Albanesi aveva dovuto rispondere trent'anni fa, quando l'Eldorado degli anni ottanta era al suo ultimo colpo di coda.

«Oggi il lusso è qualità senza ostentazione»
Marco Baldassari @Eleventy
Il fondatore di Eleventy Marco Baldassari festeggia i 20 anni del brand: «Siamo rimasti fedeli ai nostri valori. Nelle nuove collezioni ho messo due mie passioni: il denim e lo sport. L’uomo vuole capi più confortevoli e versatili. Tra poco sbarchiamo a Saint-Tropez e Chicago».

La collezione Primavera-Estate 2027 segna una tappa importante per Eleventy: il ventesimo anniversario del marchio fondato da Marco Baldassari insieme ai suoi soci.

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L’anima che divora senza freni è incapace di contemplare la verità
Byung-Chul Han (Getty Images)
Il filosofo Han porta la pensatrice Weil nell’attualità, spiegando la crisi dell’attenzione.

presente da diversi decenni nei dibattiti non solo accademici europei, dove ha portato aspetti nuovi e una spregiudicata attenzione critica all’attualità e a suoi temi. Questo ultimo libro: Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil (nottetempo ed.), rispetta, come si vede fin dal titolo, la cura nel lavoro di Han nel non stare lontani dai temi e dalla zone più osteggiate dalla cultura occidentale tardo moderna: il Dio cristiano, appunto, e uno dei suoi più profondi e originali testimoni, la francese Simone Weil.

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Una diffusa evasione fiscale pari a oltre 4 milioni di euro è stata individuata dalla Guardia di Finanza di Firenze nell’ambito di una operazione nel settore dell’aviazione privata all’Aeroporto «Amerigo Vespucci» del capoluogo toscano. Più di 1.000 società risultate irregolari.

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Il Papa a gamba tesa sull’eutanasia: «Il medico non può servire la morte»
Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.

In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!


La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.

La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.

Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.

Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.

Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?

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