Lago d’Averno, la porta dell’inferno tra mito, poesia e scienza
Enea e la Sibilla Cumana al lago d'Averno in un dipinto di Joseph Mallord William Turner (Getty Images)

Laggiù sono il popolo e la città dei Cimmeri, avvolti da nebbie e nuvole: mai il sole splendente li guarda con i suoi raggi, né quando sale nel cielo stellato, né quando volge dal cielo al tramonto, ma sugli infelici mortali si stende una notte funesta. (Omero, Odissea libro XI versi 15-20)

Così Omero descriveva l’ambiente che Ulisse trovò dopo essere stato inviato da Circe presso l’ingresso dell’Ade, per interrogare il defunto indovino Tiresia. Dopo riti sacrificali, l’eroe omerico incontrò le anime dei morti, tra cui il compagno Elpenore morto poco prima e Agamennone.

Anche se la collocazione geografica non è facilmente individuabile nei versi omerici, che ispirarono Dante nella descrizione dell’ingresso agli inferi della Commedia, molti elementi inducono a pensare che quei versi rimandino al Lago d’Averno, in Campania, come luogo di accesso al mondo dei defunti. Nel libro precedente infatti Ulisse naviga dalle isole Eolie (dove incontra il dio dei venti Eolo) fino all’isola di Eea, dimora di Circe, che viene comunemente indicata come il Monte Circeo, non distante dal Lago d’Averno. Molti sono gli indizi che gli antichi hanno lasciato nei secoli, a cominciare dal toponimo del lago. Averno deriverebbe dal greco «a-òrnos», cioè «privo di uccelli» a causa delle esalazioni solforose del lago nato da un vulcano. Il nome Averno, nella tradizione latina, si identifica poi con l’Ade, il regno sotterraneo dei morti. Fu Virgilio, raccogliendo l’eredità omerica, che identificherà il lago campano con la porta degli inferi nel libro VI ai versi 237-242. Simile a quella dell’Odissea è anche la narrazione. Enea giunge presso il lago Averno per incontrare l’ombra del padre Anchise, dopo essere sbarcato a Cuma dove incontra la Sibilla, che indica all’eroe l’ingresso agli inferi da una spelonca del lago campano. Così il sommo poeta descrive l’ambiente del lago d’Averno, con parole che ricorreranno secoli più tardi nella «Commedia» dantesca: Spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu, scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris, quam super haud ullae poterant impune volantes tendere iter pennis: talis sese halitus atris faucibus effundens supera ad convexa ferebat. Unde locum Grai dixerunt nomine Aornon. (C’era una grotta profonda e immensa di vasta apertura, rocciosa, difesa da un nero lago e dalle tenebre dei boschi sopra la quale nessun volatile poteva dirigere il cammino con le ali impunemente; un puzzo così intenso si diffondeva alle volte superiori sprigionandosi dalla oscura bocca. (Ecco perchè i Greci chiamarono quel luogo Aornon). Boschi e tenebre, gli stessi elementi della selva oscura di Dante e il nero lago inviolabile per gli uccelli a causa delle esalazioni mefitiche del vulcano.

Non solo i grandi poeti epici parlarono del lago. Anche Strabone nel libro V della sua «Geografia» riprende fedelmente il mito dell’Averno: L’Aorno è tutto chiuso in giro da gioghi scoscesi che gli sono imminenti da ogni lato, tranne quel punto pel quale vi s’entra; ed ora sono accuratamente coltivati, ma anticamente erano ombreggiati da un salvatico bosco con grandi alberi e inaccessibile, sicchè rendevano opaco anche il golfo e opportuno alla superstizione. Gli abitanti circonvicini v’aggiungono anche la favola, che se qualche uccello attraversa sorvolando l’Aorno, cade nell’acqua ucciso dai vapori che ne esalano, siccome avviene ne’ luoghi Plutonii. Ed anche l’Aorno fu considerato come un luogo Plutonio, e si disse che quivi abitarono una volta i Cimmerii: e chiunque volea navigarvi propiziavasi innanzi tratto i Mani con sagrifizii, secondo il rito prescritto da certi sacerdoti che toglievano come a pigione quel luogo. Avvi colà una sorgente d’acqua dolce snlla riva del mare; ma tutti se ne astenevano, persuasi che fosse acqua dello Stige.[…] Anche il popolo mitologico dei Cimmeri, abitanti delle buie grotte di tufo è descritto dallo storico greco: Ed Eforo di Cuma accomodando la descrizione di questo luogo ai costumi dei Cimmerii, dice che vivevano in sotterranee abitazioni chiamate Argille, comunicando fra loro per mezzo di strade pur sotterranee, e che così ricevevano anche i forestieri che andavano all’oracolo, fabbricato molto sotterra. Vivono poi co’ proventi delle miniere e dell’oracolo, e collo stipendio loro assegnato dal re. Dice inoltre Eforo che di coloro i quali stavano al servizio del tempio, nessuno mai per antico costume vedeva il sole, ma di notte soltanto uscivano delle loro caverne.

Ovidio racconta più volte del lago in diversi brani delle «Metamorfosi»: nel libro X, raccontando il mito di Orfeo ed Euridice il poeta descrive l’ambiente come un luogo privo di bellezze (inamoena regna) popolato di anime evanescenti (leves popoli) prima di accedere alla porta infernale per raggiungere la sposa Euridice nel mondo dei morti.

Plinio il Vecchio nella «Naturalis Historia» ritorna ancora sul mito dei Cimmeri, popolo delle grotte custode dell’ingresso nell’Ade: Avernus iuxta quem Cimmerium oppidum quondam, dein Puteoli colonia Dicaearchia dicti, postque Phlegraei campi, Acherusia palus Cumis vicina […] (l’Averno, accanto al quale un tempo si trovava la città dei Cimmeri, poi Pozzuoli colonia chiamata Dicearchia, e in seguito i campi Flegrei, la palude Acherusia vicina a Cuma). In questo passaggio la palude Acherusia corrisponde al vicino lago Fusaro.

Fu l’intervento umano a cancellare le caratteristiche geomorfologiche che facevano del lago d’Averno un luogo tetro e malsano. Mario Vipsanio Agrippa, generale ed architetto romano, trasformò radicalmente l’area del lago durante la guerra tra Ottaviano e Sesto Pompeo. La necessità di un porto militare strategico collegato al mare che potesse riparare le navi portò alla creazione del Portus Julius nel 37 a.C. Agrippa fece collegare il lago Fusino al mare e quest’ultimo all’Averno, generando un ricambio delle acque che eliminò le esalazioni sulfuree. Operò anche una deforestazione che cancellò la «selva oscura» che circondava le rive nei pressi dell’accesso all’aldilà.

Tuttavia la tradizione degli antichi rimarrà nei secoli. Anche la scienza, secoli più tardi, parlerà del lago campano. Galileo Galilei nelle sue lezioni sulla Divina Commedia del 1588, parlò dell’esatta ubicazione della porta dell’Inferno dantesco presso il lago d’Averno: giunse a questa conclusione grazie agli studi del matematico fiorentino Antonio di Tuccio Manetti, che nelle sue opere applicò la scienza dei calcoli alla letteratura. Questi calcolò il diametro dell’Inferno e ne individuò l’ingresso usando un compasso che da Gerusalemme toccava l’Italia tra Cuma e Napoli. Così disse lo scienziato degli scienziati: «La selva dove si trovò è, secondo il Manetti, tra Cuma e Napoli, e qui era l’entrata dell’Inferno; e ragionevolmente la finge esser quivi: prima, perché ‘l cerchio della sboccatura dell’Inferno passa a punto intorno a Napoli; secondo, perché in tal luogo, o non molto lontani, sono il lago Averno, monte Drago, Acheronte, Lipari, Mongibello e simili altri luoghi, che da gli effetti orribili che fanno paiono da stimarsi luoghi infernali; e finalmente giudica, aver il Poeta figurata ivi l’entrata dell’Inferno per imitar la sua scorta, che in tal luogo la pose. Quindi arrivati alla porta dell’entrata, sopra la quale erano scritte di colore oscuro le parole: Per me si va nella città dolente, Per me si va nell’eterno dolore, Per me si va tra la perduta gente».

Avanti nei secoli, anche Gabriele D’Annunzio accennerà al lago vulcanico. Nel «Notturno» l’autore è cieco a causa di un’incidente aereo e usa l’atmosfera spettrale dell’Averno dei classici per descrivere Venezia: Usciamo. Mastichiamo la nebbia. La città è piena di fantasmi. Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligine. I canali fumigano. Dei ponti non si vede se non l’orlo di pietra bianca per ciascun gradino. Qualche canto d’ubriaco, qualche vocìo, qualche schiamazzo. I fanali azzurri nella fumea. Il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia. Una città di sogno, una città d’oltre mondo, una città bagnata dal Lete o dall’Averno. I fantasmi passano, sfiorano, si dileguano.

Nel terzo millennio l’Averno torna nell’opera di Louise Glück, poetessa e docente statunitense. Premio Pulitzer nel 1993 con la raccolta di poesie «L’Iris selvatico», nel 2006 uscì con una nuova opera intitolata proprio «Averno», dove la poetessa ripropone il mito classico della discesa agli inferi attraverso la porta presso il lago campano: They say there is a rift in the human soul which was not constructed to belong entirely to life. Earth, they say, is a crater lake, and the birds do not fly over it. There is a dark lake there, they say, Averno. (Si dice che ci sia un luogo dove l’anima va quando viene strappata dal corpo. Un luogo selvaggio, dicono, un cratere spento, e che gli uccelli non vi volino sopra. Lì c’è un lago nero, dicono, l’Averno).

L’aura di mistero che ha circondato l’Averno sin dall’antichità, è alimentata anche da un raro fenomeno ottico che si verifica sulle sue rive, noto come «Fata Morgana». Si tratta di un miraggio documentato fin dall’Ottocento che alimenta ancora di più il mito. Il nome è tratto dalla tradizione etrusca e celtica della figura magica di Morgana, che secondo la narrazione avrebbe preso dimora proprio presso il lago vulcanico. Il fenomeno ottico è scientificamente spiegabile per la morfologia particolare della zona. Generato dall’inversione termica dovuta ai gas termali, il fenomeno produce una distorsione nella rifrazione dei raggi luminosi. Le forme all’orizzonte (alberi, case e altro) vengono modificati prendendo forme allungate che li fanno assomigliare a torrioni, obelischi e castelli che secondo la leggenda sarebbero creati dalla maga per attrarre gli uomini.

Attraente è sicuramente per i turisti. Oggi il lago d’Averno è ricco di strutture ricettive. Le sue rive sono percorribili con una agevole pista ciclabile ad anello della lunghezza di 5 chilometri.

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