
«Anche stavolta non ci hanno visto arrivare». Le prime parole pronunciate da Elly Schlein, subito dopo la sua elezione a segretaria Pd, valgono anche oggi. Solo che adesso è lei che deve stare attenta a chi arriva.
Prima del referendum i dem lodavano le primarie. Adesso i compagni si sono accorti che se le facessero finirebbero nelle fauci di Giuseppe Conte. Una consapevolezza alimentata dai sondaggi che assegnano la vittoria all’avvocato del popolo.
Il giornale dei poteri forti, attraverso la penna di Paolo Mieli, lo ha già battezzato: «Cara Elly, fai come i tuoi predecessori, quando affidarono lo scettro a Prodi». Tradotto: Schlein fai un passo indietro e lascia il campo (largo) a Conte, già rodato a Palazzo Chigi.
«Le primarie rischiano di diventare una conta sui nomi, la cosa che più allontana le persone», frena Stefano Bonaccini. La prima cittadina di Genova, Silvia Salis, gioca di astuzia e si sfila: “Sono contraria. Creano divisioni durature”. Spaventato dalla forza di Conte, anche Nicola Fratoianni leader di Avs: “Non sono un’urgenza”.
Per dire come Schlein sia messa male basti pensare che le è rimasto un solo alleato: Matteo Renzi, sempre pronto a partecipare alle risse. Solo il leader di Italia viva è a favore della competizione interna. Ma per usare un eufemismo, Renzi non è ben visto nel Pd, trasformato in una melma dove ognuno va per conto suo.
Conte spinge ovviamente per farle (le ha proposte lui addirittura ad urne ancora calde), ossessionato com’è dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi, e sta tendendo un trappolone a Schlein. Il professorino di Volturara Appula ha disegnato un modello di primarie a propria immagine che avvantaggerebbero solo lui: aperte a chiunque, online e con un doppio turno. Il M5s si è reso conto di avere in mano la carta vincente: basta aprire la gabbia dei militanti e spingere sulla popolarità dell’ex presidente del Consiglio che sa spacciare per abilità politica la sua innata attitudine trasformistica.
Conte è appoggiato in questo viscido tranello da alcuni traditori del Pd, quell’area grigia che venderebbe la mamma per una poltrona. Uno di questi è Goffredo Bettini, il "principe" di tutte le congiure: con “Giuseppi” a Palazzo Chigi si moltiplicherebbero i ministeri per il Pd. Una suite da sogno con vista Quirinale. «Elly ha fatto un lavoro enorme», dice Bettini scaricandola, “le va riconosciuto. Ma la questione della premiership non va posta oggi. Bisogna pensare al migliore per vincere”. Nei dintorni del Pd si bisbiglia che Elly, per quanto abile a unire il partito, non abbia il quid per battere Meloni.
Conte gongola e si diverte a provocarla: «Il risultato referendario ci dice che il leader va scelto nella maniera più democratica possibile». Schlein ha il fiato sul collo e risponde: «O si fa come la destra, ovvero chi prende un voto in più governa, oppure si fanno le primarie». «Le urne saranno le nostre primarie», la corregge Claudio Mancini, vecchio dalemiano, braccio destro del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.
All’odore di carne fresca, riescono dalla tana i vecchi leoni, feriti ma ancora feroci. Rosy Bindi ha fatto un sogno che somiglia di più a un incubo. Secondo l’ex ministra, né Schlein né Conte sono in grado di costruire quella sintesi politica necessaria a rendere competitivo il campo largo. E su questo ha ragione.
La sua suggestione è un «federatore, facilitatore, grande mediatore», capace di «apparecchiare la tavola» e costringere i due leader a sedersi. Un arbitro, ma anche un regista che metta pace tra la segretaria dem e il leader M5s e che possa anche diventare il candidato premier. Un fantasma, un miraggio, un’apparizione mariana. Uno che non esiste. Senza dirlo, «perché non deve uscire da me», un nome in testa ce l’ha e non è una donna: un Romano Prodi (86 anni) più giovane, tipo Pier Luigi Bersani (74 anni) o Massimo D’Alema (76 anni) o Clemente Mastella (79 anni) o Paolo Gentiloni (71 anni). Più che il programma di governo sembra si stia parlando del programma per una Rsa. Della vecchia guardia comunista, non ci libereremo mai.






