Davide Rondoni, che bilancio fa dell’ottavo centenario della morte di San Francesco?
«All’inizio della mia avventura nel Comitato per le celebrazioni avevo parlato di “un’esplosione di vita” e così è stata. Un’esplosione di vita, documentata in tante iniziative che rimarranno nel tempo e nella realizzazione di programmi artistici e solidali in 50 Paesi del mondo».
Per i giovani è stata l’occasione per scoprire una figura piena di fascino?
«Direi di sì. Vedo tanti Tau al polso o al collo di molti ragazzi».
Lei ha pubblicato un saggio sul santo intitolato La ferita la letizia (Fazi editore): qual è la parola che direbbe ai giovani per trasmettere la sua testimonianza?
«La parola chiave è creatura. Francesco crede nell’Altissimo onnipotente e buono. Essere una creatura vuol dire che se sei nato vai bene, non me lo devi dimostrare tutti i giorni».
Il contrario della competizione che vediamo ovunque.
«Essere creatura è il contrario dell’ansia che domina la vita di tanti ragazzi».
Parlando dell’acqua e del fuoco ci possiamo dimenticare che le strofe del Cantico iniziano con «Laudato sii, mio Signore»?
«Il Cantico è alle creature, non alla flora e alla fauna. È un canto a Dio a cui si unisce tutto il creato e che Francesco ama poveramente perché la povertà è un amore povero. Francesco non ama le creature perché sono sue o fanno quello che dice lui. Sa che la natura a volte è madre e a volte sembra matrigna. È comunque segno di Dio creatore. In questi giorni in Nepal dire “sorella acqua” in modo banale sarebbe inopportuno e difficile».
Il fatto che in Italia non ci siano le proteste che vediamo in Francia è segno che le nostre istituzioni sono più attente al mondo della scuola?
«Non sono un sociologo, ma credo che la diversità dipenda dal fatto che il quadro sociale è migliore rispetto ai Paesi dove avvengono queste rivolte. Tuttavia, occorre fare attenzione ai segnali di disagio, dalla violenza alle dipendenze, che vengono da giovani ai quali non insegniamo il sentimento creaturale dell’esistenza».
Il decreto Scuola che a giorni sarà legge è adeguato alle esigenze attuali?
«Non sono un politico e non ho mai voluto insegnare, ma giro le scuole e frequento un sacco di ragazzi. Mi permetto di dire che, come prevede il decreto, possiamo anche chiamare tutte le scuole superiori licei e applicare il buon senso al numero di stranieri nella stessa classe, ma trovo sorprendente che nella scuola italiana la musica sia quasi assente, l’arte sia proposta solo come storia e la poesia sia mal fatta, come dimostra il solo 5% dei maturandi che l’anno scorso hanno commentato un’opera di Cesare Pavese».
Il ministro Giuseppe Valditara ha appena annunciato che nei programmi di italiano si tratterà il melodramma.
«Non basta far approfondire Verdi nei licei musicali».
Insomma, per lei manca un’educazione alla bellezza?
«Mi sembra che, pur essendoci molti insegnanti ben disposti, l’educazione alla bellezza sia da sempre Cenerentola. Si pensa che l’arte non sia importante, ritenendo di fare integrazione ed educazione con le competenze e i vari corsi per la legalità e l’affettività. È paradossale, considerato che siamo l’Italia. A questo proposito, i dati, non le mie idee, sono impietosi. Perciò auspico che si crei il prima possibile un tavolo di lavoro comune tra il ministero della Cultura, quello dell’Istruzione e quello dell’Università che si occupa delle accademie e dei conservatori. Sarebbe bello che giovani musicisti dei conservatori girassero le scuole e che studenti delle superiori frequentassero le accademie delle belle arti, facendo più ore di musica e arte perché è di questo che hanno fame i ragazzi».
È un salto di qualità quello degli istituti tecnici e professionali trasformati in licei tecnologici e professionali?
«Non basta cambiare i nomi per ottenere un upgrade. Credo che anche un ragazzo che frequenta un liceo tecnologico o professionale abbia il diritto di incontrare la musica di Antonio Vivaldi, le sfumature di Caravaggio e le poesie di Pier Paolo Pasolini e Mario Luzi».
Non è che prima del decreto ne avessero la possibilità.
«Infatti, il problema dura da 50 anni e gli effetti si vedono. Proviamo a risolverlo».
Il decreto è finalizzato anche all’inclusione dei disabili, degli stranieri e ai corsi sull’affettività.
«Se non si fa arte, tanto vale chiudere le scuole e fare dei corsi di affettività di Stato. Neanche Stalin e Hitler ci avevano pensato».
Ci sono i femminicidi.
«Leggendo le poesie dei trovatori e le opere di San Francesco si scoprirebbe la differenza tra amare e possedere».
È una novità positiva la richiesta ai genitori di origine straniera di imparare la lingua italiana?
«È ovvio. Ma la vera amicizia con la cultura italiana si ottiene facendone scoprire, attraverso la nostra lingua, le sue espressioni migliori come l’arte e la poesia. Ha fatto più integrazione san Filippo Neri cantando negli oratori di tanti progetti scolastici. L’Italia è un paese di grandi educatori, da don Bosco a Maria Montessori, da don Giussani a don Milani: guardiamo a loro».
C’è chi lamenta che anche per accedere a professioni normali servono troppi corsi che, per altro, non garantiscono l’inserimento. Una volta alle maestre elementari bastava il diploma delle magistrali, ora serve la laurea.
«Nel “Manifesto per una giovane Italia” scritto con altri artisti chiediamo l’abolizione del valore legale della laurea, un diverso sistema di ingresso nelle professioni e una rimessa in moto dei giovani attraverso una sferzata alla comodità degli adulti. Come ho avuto occasione di dire al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, non abbiamo solo ragazzi che primeggiano nello sport, ma anche in tante professioni. Soltanto che, per farlo bene vanno via. Mentre, se restano, si avviliscono».
La vera riforma è quella del corpo insegnante, in gran parte impermeabile alle domande di senso degli adolescenti?
«Ho suggerito al ministro Valditara di istituire una vera scuola dei talenti al posto della scuola delle enciclopedie. Una scuola di scopritori di talenti, non di funzionari frustrati».
Bisogna pagare adeguatamente i professori?
«Quando vedrò gli insegnanti in piazza per chiedere 3.500 euro al mese, ma al contempo disponibili ad accettare il licenziamento, sarò contento. Purtroppo, per garantire il lavoro sicuro si è siglato un patto fatto di routine a 1.500 euro. A pagarlo in termini umani sono i ragazzi. Forse la parabola dei talenti offre un’impostazione educativa migliore dell’enciclopedia statalista della scuola attuale».
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