Hai voglia a buttarlo giù: quello, come Ercolino Sempre in piedi, scatta di nuovo su, più reattivo di prima. Sono tre anni che lo hanno messo alla berlina e sono tre anni che l’uomo, da ex generale autore di un libro scomodo, è diventato un leader di un partito ancor più scomodo.
Sì, il paradosso di Roberto Vannacci è questo: più lo attaccano, più cresce; più lo accusano delle peggiori situazioni, più attira consensi come fosse Calimero. Ogni tentativo di arginarlo – mediatico, politico, persino istituzionale – produce l’effetto opposto a quello dichiarato. Del resto, la genesi del personaggio parla chiaramente. Nell’agosto 2023, la pubblicazione de Il mondo al contrario provoca la reazione durissima dei vertici militari e del ministro Guido Crosetto, che parla di «farneticazioni personali». Il risultato? Circa 94.000 copie vendute in due settimane e il quinto posto tra i bestseller dell’anno, secondo i dati ufficiali. Invece di isolare l’autore, la campagna «contro» aveva stimolato la curiosità e ne certificava lo status di perseguitato dal sistema, narrazione che il generale ha poi trasformato in mantra.
Lo stesso schema si ripresenta oggi su tre fronti diversi. Iniziamo dall’attacco del Financial Times, sullo stile appunto di Repubblica col libro. L’inchiesta del FT definisce Vannacci «cavallo di Troia» dell’influenza russa in Italia, citando i sospetti dell’European Council on foreign relations, un think tank di politica estera con sede principale a Londra (e uffici in varie capitali europee), e l’Istituto affari internazionali, altro think tank ma italiano con sede a Roma. Secondo l’Ecfr, «una Roma influenzata da Vannacci bloccherebbe attivamente le iniziative di difesa Ue, porrebbe veto alle sanzioni e farebbe trapelare il coordinamento sulla sicurezza». Magari i colleghi del Financial Times non sanno che certe campagne finora hanno portato beneficio solo al diretto interessato, il quale infatti non ha perso tempo a replicare a suo modo: una lettera aperta sarcastica, in inglese, in cui si definisce ironicamente un «candidato manciuriano» e chiude ringraziando il quotidiano per aver «amplificato» le sue posizioni: «A giudicare da certi titoli, il mal di pancia deve essere davvero forte. Da domani Imodium per tutti. Per i casi più gravi, potrebbe non fare effetto».
Questo genere di articoli porta legna nella cascina di Futuro nazionale, con la paradossale situazione che, se per assurdo fosse vera la tesi di Vannacci megafono del Cremlino, proprio questi articoli non farebbero altro che spingere ancor più l’ex generale. Il quale, tra le altre cose, sa che gli italiani ne hanno le scatole piene della guerra in Ucraina e sono tiepidi rispetto a Volodymyr Zelensky. La guerra ci porta, così, alla seconda situazione favorevole alla retorica vannacciana: l’invito a Cernobbio e la reazione stizzita di Carlo Calenda, offeso per il trattamento riservato al leader di Fn. «Al Forum Ambrosetti», ha scritto Calenda su X, «hanno invitato in pompa magna Vannacci. Il segretario di Futuro nazionale non dovrà confrontarsi nel panel con tutte le altre opposizioni ma godrà di un trattamento preferenziale in un panel a lui dedicato. Secondo la peggiore tradizione del lobbismo italico, si corre a genuflettersi davanti all’ultimo populista, in questo caso un neofascista, razzista e pro-russo. Credo che questa dovrebbe essere una buona ragione per considerare seriamente la partecipazione al Forum da parte di imprenditori e leader politici. Per quanto mi concerne ne starò alla larga».
Insomma, Calenda fa l’indignato e coglie la palla al balzo per avere un po’ di pubblicità gratuita e magari alzare il magrissimo bottino di voti. Puro teatrino. A Calenda ha risposto il padrone di casa del Forum Ambrosetti, Valerio De Molli, definendo la lettura del leade di Azione «del tutto lontana dallo spirito con cui costruiamo il Forum» e sottolineando che, essendo Vannacci europarlamentare e membro del gruppo «Europa delle nazioni sovrane», il suo coinvolgimento nel panel sulla sovranità europea (con Jordan Bardella e Mario Monti) è «coerente». Ha aggiunto di essere rimasto «sinceramente piuttosto sorpreso» dal post di Calenda, ricordandogli la sua storia di partecipazioni al Forum «da esponente di Confindustria, da ministro e, negli ultimi quattro anni, da leader politico e voce dell’opposizione». Insomma, uno che gira da anni. Vannacci intanto se la gode. Sale nei sondaggi e registra il nervosismo che pure nel centrodestra rischia di diventare vera nevrosi. Il caso più delicato è quello della riforma elettorale con relativa questione del ballottaggio. I sondaggi certificano un sorpasso ormai strutturale di Futuro nazionale su Lega e Forza Italia; da qui, quindi, la mossa del doppio turno così da riprendersi i voti a favore di Vannacci. Il quale – sempre stando al solito copione cominciato l’estate di tre anni fa – rilancia polemicamente, parlando di «mossa della paura», domandando retoricamente: «Se siamo così irrilevanti, perché tanta fretta di cambiare le regole?». La narrazione di Vannacci è semplice: «palla a terra» e velocità di manovra. Il suo mood è finalizzato sempre a dare l’impressione che l’establishment abbia paura e siccome non riesce a fronteggiarlo nel merito, cerca di farlo insinuando sospetti (come ha fatto il Financial Times), reagendo stizzito come ha fatto Calenda (lo trattano meglio di me, quindi io non vado) oppure cambiando le regole, come con la legge elettorale. Ma poi? Sono tre anni che quel «poi» non fa che rafforzare il personaggio e ora la sua leadership. Tant’è che quel furbacchione di Matteo Renzi lo accarezza, lo blandisce, nella speranza che lui non vada col centrodestra.
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