Riforme, il gol mancato del governo Meloni a causa delle parate del Colle
Giorgia Meloni (Ansa)

Se dovesse ritornare a Palazzo Chigi nel 2027, Giorgia Meloni non potrà ricominciare da tre, come insegnava Massimo Troisi, ma da zero o poco più. Delle tre grandi riforme promesse nella scorsa campagna elettorale, infatti, nemmeno una è andata in porto: il presidenzialismo è rimasto nel cassetto, seppure ridimensionato in premierato; l’autonomia è ancora un embrione, decapitata dalla Corte costituzionale e pure dalle beghe interne alla maggioranza, mentre la riforma della giustizia è finita travolta dai No al referendum.

L’elezione diretta del capo dello Stato

Dovevano essere tre grandi risultati, uno per partito della maggioranza, e invece restano tre miraggi: certo non per colpa del governo, o comunque non solo del governo, ma a due giorni dalla grande celebrazione del governo più longevo della storia repubblicana restano delle ombre su questi cinque anni di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Il presidenzialismo è stata la prima delle tre grandi riforme promesse agli italiani a finire nel dimenticatoio: vessillo elettorale e programmatico di Fratelli d’Italia, la sua realizzazione si è scontrata con mille difficoltà pratiche. Sull’elezione diretta del capo dello Stato da parte del popolo italiano, la Meloni, il 4 maggio 2022, pochi mesi dopo l’insediamento a capo del governo, dichiarò: «Il presidenzialismo è la madre di tutte le riforme costituzionali. È lo strumento per rimettere al centro la volontà popolare e dire basta ai giochi di palazzo che espropriano gli italiani del loro diritto di scegliere da chi essere governati.

Lo scudo di Mattarella alle riforme del governo Meloni

In questi anni Fratelli d’Italia ha portato avanti in ogni sede questa proposta, inserendola anche tra i punti qualificanti del programma con cui il centrodestra si è presentato alle elezioni politiche. Dopo una lunga attesa e un lungo lavoro», aggiunse la Meloni, «martedì 10 maggio l’Aula della Camera inizierà a discutere la proposta di legge che mi vede come prima firmataria. Finalmente gli italiani sapranno dal voto del Parlamento chi davvero vuole che siano i cittadini a scegliersi il capo dello Stato e chi invece ha mentito. Mi auguro che le forze politiche dimostrino maturità e visione: una riforma dello Stato in senso presidenziale è la strada maestra per dare alla nazione una democrazia efficiente e capace di decidere».

Eppure, le buone intenzioni si sono scontrate con la realtà: per realizzare il presidenzialismo si sarebbe dovuta, inevitabilmente, stravolgere la Costituzione, e una volta approvata la riforma il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avrebbe potuto decidere di dimettersi. Si è così virato verso il cosiddetto premierato, ovvero l’elezione diretta del presidente del Consiglio, ma dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia anche questa riforma è stata accantonata (nella nuova legge elettorale si prevede l’indicazione del candidato a premier, ma si tratta di un surrogato).

Il risultato doloroso della riforma della giustizia

A proposito di riforma della giustizia: questa innovazione costituzionale, basata sulla separazione delle carriere e sulla riforma del Csm, è stata approvata dal Parlamento e sottoposta al giudizio degli elettori domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026. Come tutti sappiamo, è stata bocciata dal 53% degli elettori. Una sconfitta, diciamolo chiaramente, che ha avuto molto poco di «tecnico» e tanto di politico: la campagna elettorale si è trasformata in un giudizio sul governo, la propaganda della sinistra sull’attacco alla giustizia è stata letteralmente ossessiva e forse il centrodestra si è lasciato trascinare nella rissa invece di continuare a spiegare di cosa si parlasse nella realtà. Inimmaginabile riproporla nella prossima legislatura, la riforma è stata sepolta.

La spinosa questione dell’Autonomia

E L’Autonomia? Bandiera della Lega, approvata in via definitiva dal Parlamento nel giugno 2024, è stata fatta a pezzi, ovvero completamente svuotata dei principali contenuti, dalla Consulta, che nel dicembre del 2024 ha dichiarato l’incostituzionalità di sette punti chiave.

La Corte costituzionale ha tra l’altro dichiarato illegittimo delegare il governo a definire i Livelli essenziali delle prestazioni tramite dpcm senza chiari criteri direttivi fissati dal Parlamento; ha bocciato il meccanismo della cosiddetta spesa storica, che calcolava le risorse da trasferire in base ai costi storici regionali, poiché cristallizzava le disuguaglianze tra regioni; ha poi detto no al trasferimento di intere materie di competenza statale; al via libera consentire alle Regioni di modificare le aliquote dei tributi per finanziare le funzioni trasferite, premiando quelle più efficienti.

In sostanza, tra Quirinale, Corte costituzionale e cittadini (attraverso il referendum), le tre grandi riforme promesse dal centrodestra sono rimaste sulla carta. Un motivo di riflessione per la Meloni e il centrodestra, per affrontare al meglio la campagna elettorale per le Politiche 2027.

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