Calabresi a un passo dalla candidatura. Il Pd milanese ribolle, Schlein è nel pallone
Mario Calabresi (Ansa)

Mario Calabresi è ormai a un passo dalla candidatura a sindaco di Milano. Ma il nome che avrebbe dovuto mettere ordine nel centrosinistra rischia di rendere ancora più caotica la situazione. Dal primo settembre, l’ex direttore di Repubblica e Stampa lascia tutte le cariche in Be Water, cede la sua quota e abbandona la direzione editoriale di Chora e Will Media. Nel comunicato parla di un «nuovo e diverso percorso personale non editoriale».

Sui social aggiunge: «Lascio perché sento forte il richiamo a percorrere una strada nuova». Molti le hanno già tradotte in una candidatura certa. Lui, però, non l’ha ufficializzata. E adesso esclude anche la data più naturale. «Non ci saranno annunci il 12 settembre», precisava ieri anche alle agenzie, smentendo che l’incontro alla Festa dell’Unità del Corvetto con don Luigi Ciotti possa trasformarsi nel lancio della corsa a Palazzo Marino. La disponibilità resta, ma prima c’è da sciogliere il nodo che paralizza il Pd: primarie sì o no. Prima delle ferie i democratici avevano indicato nei gazebo la strada per scegliere il successore di Giuseppe Sala. Da allora il fronte si è scomposto. Una parte li vuole, un’altra cerca un candidato unitario per evitarli, un’altra aspetta che l’incrocio con le Politiche renda la consultazione impraticabile. Il civico che doveva semplificare il dopo-Sala finisce così dentro una faida locale e nazionale.

Il primo segnale era arrivato il 22 luglio a Vizzolo Predabissi. Calabresi aveva ammesso di pensare alla candidatura e di essere in «rispettosa attesa» del percorso. Chi gli è vicino avrebbe preferito evitarla. Ma nei giorni precedenti erano comparsi Donatella Sciuto e Umberto Ambrosoli, indicati come possibili soluzioni civiche senza primarie. Da lì la scelta di esporsi. È su quel passaggio che si è aperta la frattura tra vertici locali e nazionali. Il dossier è gestito dal segretario metropolitano Alessandro Capelli e dalla segretaria regionale Silvia Roggiani, ma una linea ancora non c’è. E pesa l’assenza di Elly Schlein dalla Festa dell’Unità milanese: sul palco sfileranno quasi tutti i papabili, la segretaria resterà fuori scena. Anche il silenzio del Pd pesa. Dopo Vizzolo non arrivò alcuna investitura e nemmeno l’uscita da Be Water ha prodotto un sostegno ufficiale. Si espongono invece riformisti e centristi. Carlo Calenda e Pina Picierno hanno definito Calabresi «un ottimo candidato riformista» da sostenere «da subito da tutto il centrosinistra, senza farlo passare per il tritacarne delle primarie». Daniele Nahum di Azione ha liquidato i gazebo come «un regolamento di conti interno al Pd».

È il cortocircuito perfetto. Il candidato pensato per allargare rischia di diventare il nome dei riformisti prima ancora che del Pd. Picierno porta lo scontro dentro il partito, mentre Azione avverte che non sosterrà automaticamente il vincitore delle primarie. Senza gazebo il Pd rischia la rivolta interna, ma con i gazebo rischia di perdere l’area moderata. Eppure la macchina sarebbe già in moto. Calabresi avrebbe già uno staff con Marco Dragone, ex portavoce di Giuliano Pisapia, Maurizio Baruffi e Luca Gibillini, oggi al Gabinetto del sindaco.

Il partito resta affollato. Pierfrancesco Majorino ha radicamento e una macchina pronta. Anna Scavuzzo conserva una rete importante. Poi ci sono Lorenzo Pacini, Emmanuel Conte, Tommaso Goisis e Carlotta Cossutta. Se anche Italia viva e M5s presentassero nomi, i gazebo diventerebbero una gara affollatissima. Per Calabresi sarebbe la strada più difficile, con il rischio di restare stritolato. La notorietà nazionale non coincide con la capacità di portare elettori ai gazebo. Majorino parte con una rete collaudata. Calabresi dovrebbe costruirla quasi da zero. Il sondaggio YouTrend di maggio lo dava infatti dietro all’ex assessore, 31 contro 35 per cento.

La battaglia milanese si intreccia poi con quella nazionale. Schlein non può investire Calabresi senza consegnare ai riformisti e ai centristi una vittoria politica. Mentre fermare Majorino dall’alto aprirebbe lo scontro con la sinistra del partito. Lasciarli correre entrambi significherebbe preparare una resa dei conti. Lo stesso nodo si ripropone sul candidato premier e sul perimetro del campo largo.

Intanto Calabresi lascia un gruppo da 29,2 milioni di ricavi e, cedendo la quota, recide anche il legame con Tether, il colosso crypto salito fino al 38%. Un rapporto già considerato nel Pd un possibile punto debole e destinato a diventare terreno d’attacco sui conflitti d’interesse.

Il 12 settembre, dunque, niente annuncio. Calabresi continua ad avvicinarsi alla candidatura mentre il Pd non sa ancora attraverso quale porta farlo entrare. Primarie, investitura diretta, accordo di coalizione: tutto resta aperto. Tra i dem c’è chi scherza facendo un paragone religioso. Il candidato del centrosinistra resta la Madonna di Fatima della politica milanese: apparizioni annunciate, «pastorelli» in attesa. Ma per ora, a Palazzo Marino, il miracolo non si è visto.

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