- Dopo una corsa notturna dal Cav in ospedale, Matteo Salvini era sereno. In poche ore, però, Jacques Attali, «padrino» di Emmanuel Macron, avrebbe allertato Re Giorgio. Da lui, il messaggio sarebbe arrivato ad Antonio Tajani. Il resto è lo stallo attuale.
- Adesso la Vigilanza coinvolge Giovanni Tria nel braccio di ferro. L’organismo di garanzia chiederà l’intervento dell’azionista. Domani Marcello Foa guiderà il cda su diritti sportivi e «Un posto al sole».
Lo speciale contiene due articoli.
«Via libera». L’intrigo dell’estate era cominciato con il più classico dei semafori verdi e Matteo Salvini non aveva fiutato la trappola. Tre giorni dopo quella frase pronunciata da Licia Ronzulli al telefono e ascoltata con rilassata serenità dal ministro dell’Interno, è scoppiato il caso Rai. Il presidente designato Marcello Foa è stato bocciato in Commissione di Vigilanza con l’astensione decisiva di Forza Italia, il governo ha subìto il primo stallo e l’alleanza di centrodestra non è mai stata così vicina a rompersi. L’ora più buia, quella dei lunghi coltelli e dell’illuminante frase di Luigi Di Maio: «Salvini mi aveva assicurato che era tutto a posto». Perché effettivamente lo era. Anzi lo sembrava. Ma nessuno poteva sospettare che, per la prima volta in 25 anni, un doppio «sì» di Silvio Berlusconi potesse trasformarsi in un doppio «no».
E allora, alla vigilia del prossimo cda della Rai, previsto per domani e con all’ordine del giorno gli highlights di Novantesimo minuto e il destino della fiction Un posto al sole, vale la pena ripercorrere i colpi di scena della scorsa settimana, ricostruire l’intrigo attorno alla poltrona più rappresentativa della Tv pubblica italiana. Per scoprire che il no a Foa somiglia in modo inquietante all’identico no che nei giorni di gestazione del governo di Giuseppe Conte era finito come un meteorite sul nome di Paolo Savona. Stesso mandante, l’europotere di Bruxelles con fortissimi addentellati a Parigi. Con una parte di Forza Italia, quella più irrequieta ed europeista, come esecutrice materiale del blitz. Imbeccata dall’ombra dell’ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano.
La famosa telefonata preventiva, quella dell’indignazione di Forza Italia e del «non abbiamo neppure aperto il file Foa» perché mancava la precondizione dell’accordo, era stata fatta. Salvini si era comportato secondo i patti, aveva condiviso il nome e il curriculum, aveva ottenuto il via libera per ufficializzare il pretendente al trono. Un liberale, moderato, di area centrodestra, che per 20 anni aveva ricoperto il ruolo di caporedattore e inviato di Esteri nel Giornale della famiglia Berlusconi. Un candidato potenzialmente perfetto per il Cavaliere. Anche se un uomo competente, non manipolabile ed estraneo alle logiche di Palazzo, negli ultimi 30 anni non si era mai avvicinato così tanto alla stanza dei bottoni di viale Mazzini. Tutto a posto? No, perché la sera di domenica 29 luglio un flash di Dagospia ispirato dai colonnelli azzurri fa capire che qualcosa sta cambiando: si parla di un Berlusconi infuriato, di un clima burrascoso, di un Foa indigesto. Il Cavaliere è in clinica al San Raffaele per controlli non di routine, non può tessere le fila della vicenda, è irraggiungibile. Trascorrono 24 ore di forti fibrillazioni, così Salvini decide di non rischiare di giocare al buio e alle cinque di mattina di martedì 31 luglio parte da Milano Marittima per parcheggiare tre ore dopo davanti all’ospedale milanese fondato da don Luigi Verzè. Il colloquio è definito «molto cordiale», le tensioni sono considerate «scaramucce» e da Berlusconi arriva il secondo via libera. Il leader della Lega riparte, tranquillizza Di Maio e soprattutto Foa, nel frattempo preda di comprensibili apprensioni. Salvini tutto si aspetterebbe tranne che di ascoltare, la sera stessa, un Berlusconi di nuovo cupo dichiarare al TgCom24: «Noi non voteremo il candidato del governo».
Per la seconda volta in due giorni il fondatore di Forza Italia, l’ottantunenne politico più dominante della seconda Repubblica, viene messo in minoranza dai suoi. Il cerchio magico guidato dal vicepresidente del partito Antonio Tajani e composto da Mariastella Gelmini, Gianni Letta, Licia Ronzulli e Niccolò Ghedini ha la meglio, anche perché può contare su un alleato insospettabile, Fedele Confalonieri, preoccupato dalla possibile rivoluzione gialloblù dentro l’azienda pubblica con la quale giocoforza Mediaset ha da anni stabilito regole di non belligeranza. La pax pubblicitaria innanzitutto.
A scatenare la negatività di Tajani, dei suoi fedelissimi e della componente giornalistica vicina a Berlusconi non è soltanto una poco comprensibile gelosia interna, ma una strana telefonata in arrivo dall’estero, di cui stanno parlando da qualche giorno alcuni siti che si occupano di massoneria. A farla sarebbe stata una delle eminenze grigie più luciferine d’Europa, Jacques Attali, l’uomo che ha inventato Emmanuel Macron, nemico numero uno di euroscettici e sovranisti, preoccupato che questa sterzata mediatica dentro la Rai possa provocare un contagio anche in Francia, dove Marine Le Pen sta tornano in auge e il suo pupillo sta precipitando negli abissi dei sondaggi.
Attali avrebbe espresso perplessità per gli accadimenti italiani a una sua vecchia conoscenza, il presidente emerito Giorgio Napolitano, che a sua volta avrebbe consigliato di far intervenire Tajani. «Bisogna fermare l’operazione a tutti i costi». E chi meglio del presidente del Parlamento europeo, figlio politico di Bruxelles, europeista convinto, delfino designato da Berlusconi (ma non ancora plenipotenziario) poteva portare a termine la missione facendo saltare l’accordo e creando i presupposti per la bocciatura di Foa? È la fotocopia del caso Savona, se ne sono accorti anche Salvini e Di Maio, proprio per questo sono fermi come paracarri sul punto. Anche perché questa volta il Quirinale, ovviamente sondato, non ha opposto alcun veto. Superato con saggezza l’effetto del tweet di critica di Foa (per la verità di disgusto) e fatte le opportune verifiche sulla persona, questa volta Sergio Mattarella ha deciso di non farsi strumentalizzare dal partito trasversale degli indignados permanenti.
Ora si gioca a carte scoperte. Domani Foa, che non ha ancora chiesto le deleghe presidenziali su Comunicazione e Rappresentanza (quelle che fanno scattare il massimo compenso), presiederà il cda Rai come consigliere anziano. Salvini e Di Maio sperano che il clima si stemperi, che Berlusconi torni in sella e che Forza Italia cominci a contare gli amministratori e i parlamentari pronti a saltare sul carro della Lega, ma finora bloccati dalle porte chiuse imposte da Giancarlo Giorgetti per ottemperare a un gentleman agreement deciso in tempi di idillio.
Mentre il fronte dell’establishment e del vecchio potere lealista – con Forza Italia a braccetto del Pd – prepara ricorsi per paralizzare mamma Rai e renderla più immobile del destriero di Francesco Messina, insistendo sul candidato unico il governo vuole veramente mostrare un forte segnale di discontinuità. «Chi ha governato prima avrebbe cambiato cavallo un minuto dopo il voto della Commissione, ricominciando subito a inciuciare con la tarantella come colonna sonora. Noi no», spiegano dal quartiere generale della Lega. Da quello dei 5 stelle arriva la stessa musica: «Coesione e serietà, la cosa li sconvolge. Dovranno abituarsi».
Giorgio Gandola
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