Tommaso Foti: «L’Italia ha ritrovato voce e dignità in Ue»
Tommaso Foti (Imagoeconomica)
  • Il presidente dei deputati meloniani: «Il no di Ungheria e Polonia alla nostra proposta di mediazione è un po’ il gioco delle parti. Disonesto dire che è stato un fallimento. Sull’immigrazione la sinistra ha fatto sempre da scendiletto a Francia e Germania».
  • Ora lo dicono pure le euro penne: i burocrati cercano il pelo nell’uovo per ricattarci.

Lo speciale contiene due articoli.

Tommaso Foti è il presidente dei deputati di Fratelli d’Italia.
Presidente Foti, alcuni commentatori parlando di sconfitta del governo al Consiglio europeo. Ma il fatto che altri Stati come Polonia e Ungheria tutelino in queste sedi i propri interessi nazionali, non dovrebbe essere la cosa più normale del mondo?

«Partirei da una considerazione: quella sinistra e quegli intellettuali dei miei stivali che oggi vogliono far passare per una sconfitta italiana il risultato del Consiglio europeo, sono gli stessi che per anni hanno predicato e praticato lassismo e politiche delle porte aperte all’immigrazione incontrollata in tutt’Europa. Non solo. Se non si volessero coprire di ridicolo, si dovrebbero chiedere una cosa: ma come mai con altri 24 presidenti del Consiglio, tutti hanno convenuto che fosse Giorgia Meloni a tentare la mediazione con Polonia e Ungheria?».

Come mai, presidente?

«Evidentemente perché innanzitutto vi è un riconoscimento esplicito del ruolo che l’Italia ha assunto in Europa; in secondo luogo perché è evidente che si riconosce che l’Italia è in prima fila nell’affrontare l’emergenza immigrazione. Sono anni che l’Ue non si preoccupava più di affrontare i temi dei confini esterni e del contrasto alla immigrazione irregolare. Se ciò è accaduto è perché c’è un governo di centrodestra in Italia».

Quale la sua valutazione su quanto accaduto?

«Dobbiamo capire le ragioni per le quali Polonia e Ungheria non hanno accettato l’obbligatorietà dei ricollocamenti o in alternativa la sanzione di 20.000 euro per ogni ricollocamento non effettuato. Allora qui dovremmo avere il buon senso di dire una cosa: chi ha ospitato qualche milione di ucraini sono state principalmente Polonia e Ungheria. È evidente che in questo caso l’interesse nazionale emerga, anche in ragione del fatto che anche sotto il profilo geografico abbiamo delle necessità diverse. Se non si parte dalla premessa, e capisco che con interlocutori di nome Schlein pensare a un ragionamento è utopico, che Polonia e Ungheria sono stati i Paesi che più di tutti stanno accogliendo i profughi della guerra, evidentemente si ragiona in modo fazioso o quantomeno strabico».

Era facile vincere quando non si giocavano le partite: bastava dire signorsì a Francia e Germania…

«Noi a differenza di altri non siamo un governo scendiletto. Così come noi abbiamo posto al centro della discussione europea la questione dell’immigrazione, perché abbiamo un interesse nazionale al riguardo, legittimamente altri possono, da una diversa posizione, ritenere che ci sia un interesse nazionale a non accettare i ricollocamenti obbligatori. La verità che qualcuno vuole far dimenticare è che l’Europa solo dopo la vittoria del centrodestra in Italia e la presenza di Giorgia Meloni quale presidente del Consiglio si è fatta carico del fatto che l’immigrazione non è più un problema di uno o alcuni Stati nazionali, come l’Italia che funge da primo porto di approdo nel Mediterraneo, ma è una sfida europea che richiede una risposta europea, e questo non lo dico io ma lo ha detto nelle sue conclusioni il presidente del Consiglio europeo. Quando mai abbiamo ascoltato queste parole?».

Come si può ricomporre la frattura con Polonia e Ungheria?

«Per giungere a una conclusione, soprattutto dovendoci essere unanimità, dovrà emergere una posizione di compromesso. Mi pare che perfino il cancelliere tedesco Scholz abbia detto chiaramente che dobbiamo entrare nell’ordine di idee che su questi temi si deve arrivare a un compromesso. Il vero successo è aver posto il tema al centro della politica europea, dove non era mai stato. Dirò di più: addirittura viene accolta, seppure in un capitolo che non è quello dell’immigrazione ma relativo alle relazioni esterne, la prospettiva del Piano Mattei. Per la prima volta nelle conclusioni si evidenzia l’importanza di sviluppare partnership strategiche con i Paesi del vicinato meridionale, tanto è vero che viene accolto con favore il pacchetto di partenariato globale, reciprocamente vantaggioso, concordato con la Tunisia. Quando qualche buontempone chiedeva cosa andasse a fare la Meloni a Tunisi, ora lo sa: a fare accordi. La protezione delle frontiere esterne deve passare necessariamente attraverso una intesa quantomeno con Algeria, Tunisia, Libia. E poi attenzione: anche il fatto di avere espresso in Consiglio europeo sostegno alla presenza rafforzata dell’Unione africana nei consessi internazionali, in particolare nel G20, vuol dire creare le premesse per un nuovo approccio tra Europa e Africa. E questo serve in particolar modo in un momento in cui la Cina sta rafforzando la sua presenza in Africa».

Un commento sulla situazione in Francia?

«Macron è dovuto rientrare in Francia per quanto stava accadendo. Un mese e mezzo fa il suo ministro dell’Interno diceva che il nostro governo non sapeva affrontare il tema dell’immigrazione, e ci ha fatto lezioni di alta scuola su questo tema. Oggi che con sommo dispiacere, da popolo che ama la Francia, vediamo che un giorno mettono a ferro e fuoco Parigi, l’altro giorno che mettono a fuoco e ferro le banlieue, beh forse più che docente di integrazione e di gestione delle politiche migratorie, mi pare che Darmanin sia un allievo dal profitto scarso».

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