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Boni Castellane presenta il libro in edicola con La Verità e Panorama. E analizza i provvedimenti che il presidente americano e il creatore di Tesla stanno mettendo in campo. Sarà davvero una rivoluzione positiva?
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Zouhair Atif era stato monitorato dalla Digos per un sospetto rischio di radicalizzazione religiosa. Emergono ulteriori dettagli sulla personalità dello studente marocchino che il 16 gennaio nella scuola Einaudi Chiodo di La Spezia ha ucciso con una coltellata il compagno di origini egiziane Youssef Abanoub. Il movente dell’omicidio sembrerebbe essere la gelosia. Ma forse non andrebbe trascurato il sospetto di radicalizzazione se si contrappone a un altro elemento di questa vicenda: Youssef, Aba per amici e parenti, era figlio di una famiglia copta egiziana, la minoranza cristiana più antica e massacrata del Medio Oriente. La famiglia era scappata dall’Egitto più di dieci anni fa proprio perché perseguitata.
È stato Il Secolo XIX a raccontare che l’attività di verifica della Digos sul ragazzo era scattata dopo una segnalazione fatta nel 2024 da una docente di religione che si era preoccupata dopo aver sentito il ragazzo parlare di «Islam in maniera un po' troppo estrema». Poi un tema sul fenomeno dei femminicidi, che venne definito «allarmante».
L’insegnante parlò di «fragilità e sofferenza» del ragazzo «con un abisso dentro». Secondo la Digos quello scritto non faceva pensare a rischi concreti, ma venne segnalato all’Ufficio minori della Questura. Senza dimenticare che spesso diceva di avere la curiosità di «sapere cosa si prova a uccidere», citava i versetti del Corano e girava armato di coltello con cui aveva minacciato anche altri studenti.
«Quella comunicazione non manifestava esigenze o obblighi come, per esempio, l’avvio di una presa in carico del ragazzo. Non c’è stata nessun’altra corrispondenza tra i vari uffici, così come dal Tribunale, successivamente a quella segnalazione, non è arrivata alcuna richiesta» aveva detto Sara Luciani, assessore ai servizi sociali del Comune di Arcola, dove il ragazzo risiedeva con la famiglia.
Cesare Baldini, l’avvocato spezzino che difende Zouhair Atif, ha affermato di non sapere nulla circa i passati accertamenti della Digos. «So soltanto che Atif in carcere ha chiesto di poter leggere il Corano. Mi preme, però, ricordare che è un ragazzo che ha manifestato più volte intenti suicidi e ha vissuto per anni lontano dai genitori: loro erano in Italia, lui in Marocco con gli zii. Il contesto sociale è sicuramente complesso» spiega il legale. «Ho chiesto alla Procura di valutare la possibilità di una perizia psichiatrica perché credo sia un ragazzo che vada valutato anche sotto quel profilo».
Proprio per questo Baldini non ha chiesto la scarcerazione di Atif: «Il carcere mi pare sia il luogo che possa proteggere Atif da sé stesso o da altri». Anche se si tratta di una vicenda passata, il pm Giacomo Gustavino ha fatto sequestrare il compito in classe sul femminicidio, ed è stata ascoltata anche la professoressa che in passato si era preoccupata sentendolo discutere di religione in classe e parlare di Islam radicale.
Intanto, secondo le indagini a «giustificare» l’uso di quel coltellaccio con una lama di 22 centimetri per uccidere Youssef sarebbe stata la gelosia scattata perché Aba e la fidanzata di Atif si erano scambiati alcune foto dei tempi delle scuole medie.
«Zouhair era gelosissimo, diceva che ero soltanto sua e Aba lo provocava. A scuola, quando si incrociavano in corridoio, si scambiavano insulti, anche in arabo» ha raccontato la ragazza, ancora minorenne, nell’interrogatorio in Procura. «Aba è un mio caro amico d’infanzia. Siamo cresciuti insieme, da piccoli ci sentivamo. Ma questa amicizia ad Atif non andava giù».
Quel 16 gennaio Aba avrebbe chiesto scusa ad Atif per quello scambio di foto ma l’ira del marocchino era già esplosa: ha dato il primo colpo al collo del compagno davanti agli altri studenti. Aba si sarebbe allontanato ma lui lo ha inseguito e poi finito in un’altra aula. Infine, ha cercato la fidanzata per farle vedere cosa aveva fatto. «Mi ha fatto vedere il coltello insanguinato. Era soddisfatto. Rideva mentre io guardavo Aba a terra».
Un omicidio, quello commesso da Atif, aggravato «da futili motivi» ma soprattutto «connotato da peculiare brutalità» e «allarmante disinvoltura» ha scritto il gip del tribunale di La Spezia al termine dell’interrogatorio di garanzia del diciannovenne che da venerdì 16 è in una cella di isolamento nel carcere della città sotto massima sorveglianza: un controllo ogni 15 minuti.
E proprio ieri il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato l’arrivo di metal detector mobili per controllare gli ingressi laddove «la scuola sia preoccupata, laddove il preside e la comunità scolastica lo siano e si può chiedere al prefetto che valuterà l’utilizzo. Questa non è repressione ma sicurezza».
Di fronte a particolari situazioni di pericolo, i dirigenti scolastici potranno chiedere al prefetto l’autorizzazione a installare metal detector mobili all’ingresso delle scuole. È l’idea lanciata dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, intervenuto ieri a «Idee in movimento», manifestazione organizzata a Roccaraso dalla Lega: «Questo governo», spiega Valditara, «sta attuando un’autentica rivoluzione culturale. Arriviamo da 60 anni di una “cultura” che ha disintegrato il buon senso. Viene ucciso un ragazzo con un coltello in una scuola, oggi (ieri, ndr) hanno trovato addirittura un ragazzo con un machete in classe. Sta diventando quasi una moda», aggiunge Valditara, «e la prima cosa che mi è venuta spontanea proporre sono stati i metal detector mobili per controllare gli ingressi. Laddove la scuola sia preoccupata», evidenzia il ministro, «il preside può chiederlo al prefetto che valuterà l’utilizzo. Questa è un’esigenza di sicurezza, è un’esigenza di libertà, è una garanzia nei confronti dei nostri giovani, dei nostri docenti, del personale della scuola. Hanno parlato di repressione, ero incredulo e c’è pure qualcuno che gli ha dato retta, ma dove sta la repressione? Questa è sicurezza». Difficile dar torto a Valditara, la cui proposta è comunque subordinata a una esplicita richiesta della scuola interessata e a una attenta valutazione della prefettura. Che la misura sia colma è un fatto difficilmente contestabile: ieri i carabinieri di Budrio, nel Bolognese, sono intervenuti in una scuola superiore dopo la segnalazione di un insegnante, che ha notato un machete all’interno dello zaino di uno studente minorenne. I militari, una volta arrivati nella struttura, hanno proceduto nei suoi confronti. Un machete a scuola: sembra un film horror, invece è una realtà con la quale bisogna fare i conti. Eppure, da sinistra arriva la solita litania, anche se neanche i dem possono ignorare completamente la realtà: «In alcune scuole», commenta la parlamentare del Pd Paola De Micheli, «ci sono già i metal detector, installati sulla base dell’autonomia scolastica. Forse possono servire, ma siamo convinti che una misura di deterrenza sia sufficiente per limitare la violenza tra i giovani? Mi pare ancora una volta che da parte del ministro Giuseppe Valditara e di questo governo, a fronte di un problema serissimo come quello della violenza tra i giovani, arrivi una risposta emotiva e sensazionalistica. Che di fatto evidenzia una desolante mancanza di idee e di analisi, necessari per offrire proposte più profonde e realmente efficaci. Occorre», aggiunge la De Micheli sul sito FrV News Magazine, «inquadrare il problema in tutta la sua dimensione, che investe l’intera società, anche al di fuori delle aule. Bisogna affrontare le sfide educative e ascoltare chi ogni giorno opera in contesti difficili prendendo atto che misure soltanto repressive non bastano». Quelle che di sicuro non bastano, non bastano più, sono le parole dense di demagogia e qualunquismo che da sinistra ripetono stancamente per bollare come «repressivo» ogni provvedimento messo in campo per garantire la sicurezza ai cittadini. Il fenomeno delle armi da taglio nelle scuole sta prendendo una piega estremamente grave, restare con le mani in mano può voler dire non evitare altri delitti. Del resto, i metal detector sono strumenti che fanno parte della nostra vita: non si comprende perché installarli nelle scuole debba rappresentare chi sa quale svolta pericolosa, come profetizzato dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore: «Se non vogliamo diventare come gli Stati Uniti, che hanno i metal detector in alcune scuole di serie B e C, se non vogliamo seguire la deriva di Trump, dobbiamo sostenere il personale scolastico con stipendi adeguati e, scuola per scuola, riflettere sulle esigenze per mettere in sicurezza il plesso scolastico».
La Lega mette in luce la sua anima moderata, attenta ai diritti civili, e lancia la sfida: ieri a Rivisondoli (L’Aquila) si è aperta la kermesse del Carroccio intitolata «Idee in movimento», che ha l’obiettivo di sgretolare tanti luoghi comuni costruiti intorno al partito guidato da Matteo Salvini. Tocca all’ex presidente del Veneto, Luca Zaia, da sempre su posizioni liberal in tema di diritti civili, lanciare la sfida: «Sui temi dei diritti civili e dell’eutanasia», dice Zaia in videocollegamento, «io credo che non sono di dominio di qualcun altro, dobbiamo avere il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Sull’eutanasia non abbiamo ancora un Parlamento che riesce a esprimersi, ci vuole una legge. Io sono convinto che vinca sempre la destra liberale. Una destra liberticida e troppo concentrata sugli aspetti fondamentalisti», aggiunge Zaia, «non può portare ai risultati che i cittadini si aspettano».
A Zaia replica il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, leader di Forza Italia: «Siamo sempre stati disposti ad affrontare queste questioni. Sui diritti», sottolinea Tajani, «siamo sempre stati in prima fila. Siamo sempre stati a favore dello ius Italiae, quindi i diritti anche dei giovani cittadini o che stanno per diventare cittadini. Sulle questioni più di coscienza, ovviamente abbiamo sempre dato la libertà ai nostri parlamentari di votare in base alla loro scelta personale. Quindi massima libertà di discussione e anche massima libertà di voto».
Partecipa all’evento anche Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi e attivista dei diritti civili, accolta con simpatia dai tanti militanti intervenuti. Pace fatta pure con Matteo Salvini: «Sinceramente», dice la Pascale, «posso dire che trovo più libertà qui nella Lega che per esempio in altri partiti, non dico Forza Italia, ma in altri. Qui ho avuto la libertà e la possibilità di salutare tutti anche se sono sempre stata molto ostile e aggressiva con la Lega. Invece ho trovato coesione e in particolare le donne della Lega mi hanno sorpreso sul tema dell’Iran, sono state presenti a differenza del femminismo di sinistra. Salvini? Lo ringrazierò», aggiunge la Pascale, «perché sono stati ospitalissimi. Ho avuto modo finalmente di dire qualcosa sul mio tema preferito nell’ambito del centrodestra che è la mia area politica».
Fittissimo il parterre dei partecipanti, tra i quali il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, che nel suo intervento affronta il delicato e attualissimo tema dell’equilibrio tra sicurezza e libertà: «Da una parte», argomenta Fontana, «più sicurezza tendenzialmente significa anche dire magari meno libertà; e quindi dobbiamo stare molto attenti a garantire la giusta sicurezza, affinché tutti i cittadini onesti possano vivere tranquillamente, senza ovviamente trasformarci da un Paese libero a un Paese dove queste libertà non sono concesse». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, innanzitutto dà una notizia: «Penso che lo spirito della rottamazione delle cartelle esattoriali», sottolinea Giorgetti, «valga anche per i Comuni. L’auspicio è che per andare rapidamente allo smaltimento di quell’immenso magazzino di crediti accertati che sono lì da decenni, la soluzione transattiva con i contribuenti potrebbe aprire una stagione nuova. È lo spirito con cui la Lega ha lavorato». Un’idea, quella di estendere ai tributi comunali la possibilità della rottamazione, che è destinata a riscuotere (è il caso di dirlo) grande apprezzamento tra gli italiani. Molto attuale anche l’intervento di Luca Palamara, ex magistrato ed ex presidente dell’Anm: «Quando tutto ciò che non è sinistra è al governo», sostiene Palamara, «una parte della magistratura, che è preponderante, va in tilt. Lo vediamo sull’immigrazione, tema che porta a questo corto circuito fra una parte della magistratura e una parte della politica». Sul caso Striano, aggiunge Palamara, «bisogna capire cosa è successo. Non sono normali 230.000 accessi informatici. Mettere in circolo le informazioni sulle segnalazioni di operazioni sospette su cui non ci sono ancora indagini aperte, significa sostituire alla prova il sospetto per eliminare questo o quel rivale politico».
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Ha deposto, nascosta dietro a un paravento, la quarantanovenne residente in un Comune del Trevigiano che, nel gennaio dell’anno scorso, sarebbe stata vittima di un autentico orrore perpetrato dall’allora convivente, un cittadino marocchino di 41 anni, tossicodipendente e con problemi di alcolismo, che era già stato in carcere per maltrattamenti nei confronti della compagna e del figlio piccolo, finito a processo per maltrattamenti, lesioni personali aggravate e violenza sessuale. Un anno fa, al termine di una notte di violenze, la donna aveva chiamato il 118. All’operatore la presunta vittima aveva detto parole inequivocabili, che avevano dato il via anche all’intervento dei carabinieri: «Venite, mi ha massacrato».
All’arrivo dell’ambulanza i soccorritori si trovano davanti una scena raccapricciante: la donna è completamente tumefatta e il suo sangue è dovunque, dal pavimento ai mobili di casa e persino nel terrazzino dell’appartamento. Uno scenario che racconta chiaramente un massacro. Poco dopo arrivano anche alcune pattuglie dell’Arma, che però trovano la porta d’ingresso della casa sbarrata. I militari riescono a entrare solo grazie all’intervento dei vigli del fuoco e trovano il marocchino sul letto, intriso del sangue della compagna. Sul tavolo, in bella vista, diverse bottiglie di alcolici, della carta stagnola e una pipetta che viene utilizzata per fumare crack.
Il racconto della nottata fatto dalla donna è a dir poco agghiacciante. Ubriaco e probabilmente sotto l’effetto di droga, il quarantunenne tunisino avrebbe inizialmente aggredito la compagna con dei pugni al volto e calci diretti al torace e all’addome. Poi un’escalation priva di limiti: la donna sarebbe stata trascinata in bagno dove il compagno le avrebbe sbattuto ripetutamente la testa sul bidet fino a farle perdere conoscenza. Non contento, avrebbe afferrato un temperino e avrebbe cominciato a seviziarla, utilizzando anche una bottiglia rotta. La donna, priva dei sensi, riporterà contusioni multiple alla testa e al viso, un ematoma alle orbite oculari, la frattura del naso e contusioni agli arti e alla schiena. Ma l’orrore non si sarebbe limitato alla violenza fisica. L’uomo avrebbe infatti stuprato la compagna, utilizzando anche una bottiglia. In aula la presunta vittima ha confermato la sua versione: «Sono stata picchiata, seviziata con un taglierino e poi mi ha anche stuprato con una bottiglia».
Stando al racconto della donna la notte degli orrori di un anno fa non sarebbe stato un episodio isolato, ma affonderebbe le sue radici in una storia iniziata diversi anni fa. Protagonisti la donna, invalida e il quarantunenne di origine nordafricana, con il quale aveva avviato una relazione sentimentale dalla quale era nato anche un figlio.
Fin dai primi tempi, però, il rapporto era stato contraddistinto dai gravi problemi dell’uomo con l’alcol e soprattutto con la droga. Problemi e tensioni che erano progressivamente e costantemente aumentate, fino a degenerare in episodi di violenza che avevano già portato a una condanna per maltrattamenti, aggravata dal fatto che l’uomo aveva picchiato anche il figlio piccolo.
Dopo aver scontato la pena, i due si erano riavvicinati. La donna aveva infatti deciso di dargli di nuovo fiducia e accoglierlo nuovamente in casa, forse nel tentativo di ricostruire un nucleo familiare. «Se non altro adesso ho qualcuno che si occupa di me e mi aiuta nelle cose di tutti i giorni», avrebbe confidato. Il nordafricano, invece, le avrebbe assicurato di essere cambiato: «Vedrai che fra di noi adesso le cose funzioneranno».
Una promessa vana. Dopo pochi mesi l’uomo sarebbe infatti ricaduto nelle vecchie abitudini, sprofondando nuovamente nel tunnel delle dipendenze. Per la donna è iniziato un periodo sempre più difficile, segnato da continui litigi e da un clima di crescente tensione.
La situazione sarebbe definitivamente esplosa intorno al settembre del 2024, quando ormai del tutto privo di freni inibitori, il quarantunenne avrebbe assunto atteggiamenti sempre più aggressivi: insulti, prevaricazioni e, soprattutto, violenze fisiche. In un episodio particolarmente grave, l’uomo avrebbe colpito la donna con pugni alla testa e l’avrebbe minacciata con un coltello da cucina. «Qui stasera moriamo tutti e due», avrebbe minacciato in preda ai fumi dell’alcol.
Poi la notte horror del gennaio di un anno fa, che ha aperto per l’uomo le porte del carcere di Santa Bona, a Treviso.
E il processo, dove il nordafricano cerca di derubricare l’accaduto a un incidente domestico. Nell’udienza precedente a quella della testimonianza della presunta vittima (che ha chiesto il paravento per non dover incrociare lo sguardo dell’imputato) era stata decisa la non acquisibilità nel fascicolo processuale degli esami effettuati dal Ris dei carabinieri di Parma sulle tracce ematiche rivenute nell’appartamento e sul Dna risultante da una tampone vaginale fatto alla donna. Ma le prove biologiche che sono ancora a disposizione, come ad esempio il sangue presente sul temperino con cui la donna sarebbe stata colpita alla testa sono state ammesse. Il quarantunenne aveva provato a giustificare il taglio presente sulla nuca della donna con un incidente che, a suo dire, la ex compagna aveva avuto mentre stava andando in bagno. Ma sul manico del taglierino è stato ritrovato anche il sangue del presunto aggressore, particolare che smentisce la ricostruzione dell’imputato. Il processo riprenderà il 19 febbraio, giornata in cui dovrebbe essere pronunciata la sentenza.
Un mezzanino della metropolitana di Cadorna a Milano, il centro di San Benedetto del Tronto, un bar di Cascina, un autobus davanti alla stazione di Padova, il porto di Taranto. Coltelli, roncola, fendenti, risse. Cambiano i volti e le età, ma non la scena: l’arma bianca che esce all’improvviso. È una sequenza che tiene insieme storie simili e che sembrano rientrare in pieno nel quadro dei nuovi strumenti legislativi messi a punto dal Viminale e dal ministro Matteo Piantedosi.
Milano, linea verde. La miccia si accende venerdì sera a Cadorna. Da una parte due ragazzi siciliani, entrambi diciannovenni. Dall’altra un quattordicenne milanese, residente in zona Forze armate e senza precedenti. Vola qualche insulto. Alla fermata di Lambrate il minorenne si avvicina, tira fuori una roncola di 34 centimetri con lama da 21 e colpisce entrambi alle gambe. Poi si allontana. Butta giubbotto, cappello e scaldacollo e cerca di mimetizzarsi tra i passeggeri che risalgono dal mezzanino. I due feriti vengono soccorsi. Subiscono un’operazione. Le prime prognosi superano i 45 giorni. Un passante che vede i ragazzi a terra e nota il minorenne che tenta di nascondersi fuori dalla metropolitana. Lo segue fino a un bus della linea 924 in via Viotti. Sale a bordo e gli chiede spiegazioni. Il ragazzino estrae ancora una volta la roncola e lo minaccia. Semina il panico tra i passeggeri. I carabinieri lo rintracciano poco dopo. Viene fermato e arrestato per lesioni personali aggravate. La Procura del tribunale per i minorenni ha disposto, in attesa della convalida, l’affidamento alla madre in regime di detenzione domiciliare.
San Benedetto del Tronto, centro città. Un tunisino di 27 anni venerdì viene preso alla sprovvista mentre è con alcuni amici e accoltellato più volte a un fianco da un connazionale di 25 anni. Nella notte la vittima viene sottoposta a un delicato intervento chirurgico. È in pericolo di vita. L’indagine porta a un arresto poche ore dopo. Polizia e carabinieri individuano il presunto aggressore nella zona di Ponterotto, dopo una notte di ricerche tra stabilimenti balneari e casolari abbandonati lungo il litorale. L’accusa è di tentato omicidio. Stando alle prime ricostruzioni investigative si tratterebbe di un regolamento di conti.
Cascina, provincia di Pisa. Sempre venerdì. Tarda serata. Nelle vicinanze di un bar un uomo comincia a litigare con alcune persone: un italiano e alcuni albanesi. Scende dall’auto, si dirige verso di loro. Dopo qualche insulto tira fuori un coltello e ferisce all’addome un ragazzo di 25 anni residente a Pontedera. I carabinieri recuperano l’arma e individuano l’aggressore, un uomo di 44 anni, denunciato per lesioni e porto d’armi illegale.
Padova, zona stazione. L’allarme parte da un autobus. L’autista segnala un gruppo di quattro nordafricani molesti e ubriachi a bordo, uno dei quali armato di coltello. La polizia li rintraccia e li blocca. Sono un cittadino marocchino di 38 anni, irregolare, e tre cittadini egiziani con permesso di soggiorno. Tutti, però, hanno precedenti per reati in materia di sostanze stupefacenti e contro il patrimonio. Sotto i portici, nelle immediate vicinanze, viene rinvenuto il coltello da cucina con lama da dieci centimetri. Il questore ha disposto per il marocchino il trattenimento in un Cpr in attesa dell’espulsione. Mentre la Divisione della polizia anticrimine si è attivata per l’adozione della misura di prevenzione del Daspo per tre anni.
Ultimo caso: una violenta rissa scoppiata nella zona del porto mercantile di Taranto, dove la polizia è intervenuta dopo la segnalazione di una rissa tra stranieri. Quando gli agenti arrivano sul posto trovano un africano che pesta un bengalese già con evidenti ferite al volto. L’aggressore, un trentunenne del Ciad, non si è fermato neppure alla presenza dei poliziotti: ha continuato a opporre resistenza e ha minacciato gli agenti. È risultato titolare di un permesso di soggiorno ma senza fissa dimora. Solo poche ore prima era stato denunciato dalla polizia locale per una tentata estorsione.

