Su Paramount+ l’esordio televisivo di Sylvester Stallone con «Tulsa King»
«Tulsa King» (Paramount+)

Dieci episodi e una seconda stagione già annunciata: più che uno show di mafia, è una serie d’azione dove le categorie di buoni e cattivi sono state riviste, ribaltate ad uso e consumo della narrazione.

Mafia e televisione, negli anni, è diventato un binomio abusato e si ha la percezione di sentire un vago prurito, una leggera orticaria quando l’emittente di turno promette di reiterarlo una volta di più. Con originalità, però, con pretese di innovazione, come se altro ancora potesse essere detto. Ci si prova allora ad ignorare gli annunci, l’ambizione, a tenersi alla larga da certi prodotti di genere. Ma, spesso, la buona volontà da sola non è sufficiente a proteggere gli occhi e lo spirito di chi guardi. Spesso, si cede alla curiosità, alla speranza. A qualcosa che, nel caso di Tulsa King, su Paramount+ dalla domenica di Natale, non ha deluso né tradito i tanti e stufi spettatori. Bene inteso, la serie televisiva, la prima in cui Sylvester Stallone abbia accettato di recitare da protagonista, non è un capolavoro e non è indimenticabile. Non può essere annoverata tra le pietre miliari di genere né reggere il confronto con titoli che, invece, lo sono. È leggera, semplice. Manca di pretese intellettuali. Ed è proprio qui, nell’onestà di un prodotto che alle dichiarazioni di verosimiglianza ha preferito l’azione, che risiede la godibilità del tutto.

Tulsa King, storia di un capo mafia tradito dai suoi superiori, è un piacevole diversivo serale. Una serie svuota-testa, veloce, a suo modo celebrativa di un genere che ha fatto grande Hollywood. Dwight Manfredi, Il Generale per la mala newyorchese, ha scontato una pena di venticinque anni. Venticinque anni in cui fra le mura di un carcere ha cullato il pensiero del proprio ritorno, venticinque anni in cui si è consolato con la promessa di poter riprendere un giorno dove la legge lo ha interrotto. Venticinque anni in cui altri, però, hanno tramato alle sue spalle. «Va’ a Tulsa, Oklahoma. Apri un negozio», è quel che si è sentito dire non appena uscito di prigione: un ordine meschino, travestito da mansione di pregio. Il boss non si è preso la pena di silurarlo, non dichiaratamente, non come dovrebbe fare ogni uomo (o donna) d’onore. Lo ha spedito nel nulla fingendo di voler costruire su quel nulla, su una terra di nessuno che – gli ha detto – potrebbe diventare terreno fertile per gli affari del clan. Manfredi, il Manfredi di Stallone, è partito, remissivo solo all’apparenza. Il tradimento, lo stesso tradimento che il boss ha cercato di mistificare, lo ha riconosciuto e sentito. Lo ha metabolizzato con la freddezza di un gangster e con la stessa freddezza ha ordito la propria vendetta. Sarebbe andato a Tulsa, avrebbe studiato il territorio e messo in piedi una banda criminale, la propria.

Tulsa King, dieci episodi e una seconda stagione già annunciata, parte da queste poche premesse per svelare subito le proprie intenzioni. Nessuna storia di mafia così come la televisione ne ha raccontate negli ultimi anni. Nessuna ambizione autorale. Solo, una storia di vendetta, infilata all’interno di un contesto in cui Stallone si possa muovere ad occhi chiusi. Tulsa King è una serie d’azione, dove le categorie di Buoni e Cattivi sono state riviste, manomesse, ribaltate ad uso e consumo della narrazione. Non ci sono leggi universali ad attraversarla, solo la legge particolare di uomo, Il Generale, tradito a settantacinque anni dall’organizzazione cui ha votato la vita. Parteggiare, dunque, è un istinto irrefrenabile. La si guarda la e ci si scopre più solidali a Stallone di quel che la consapevolezza del vivere civile dovrebbe consentirci. Tulsa King, più che uno show di mafia, è una serie d’azione, rispettosa delle regole di genere. E Stallone, al suo (vero) esordio televisivo, nell’azione ci sguazza con mestiere, facendo niente più e niente meno di quel che dopo mezzo secolo è lecito aspettarsi.

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