La storia del misterioso caso di Sherri Papini in onda su Sky

Rapimenti, bugie, inganni, così ingarbugliati fra loro da saltare a piè pari l’ipotesi del reale per infilarsi, piuttosto, nell’idea che si ha del cinema, della finzione. Il misterioso caso di Sherri Papini, che Sky Crime ha mandato in onda nella prima serata di mercoledì 20 marzo per riproporlo poi in streaming su NowTv, è la cronaca di una vicenda tanto assurda da sfuggire alla razionalità, alle sue logiche.

Un Gone Girl che i fatti avrebbero detto, invece, essere realtà. Sherri Papini, bionda e sorridente nelle foto di famiglia, aveva due figli all’epoca della scomparsa. Era il 2 novembre 2016, il clima mite della California. Sherri era uscita di buon’ora, per correre nel silenzio di un quartiere ancora addormentato. Redding era placida e accogliente. Sapeva di casa. Sherri correva, un miglio più in là della propria villetta. Doveva essere il ripetersi di un rito quotidiano, la stessa tratta percorsa ogni mattina. Invece, è diventato altro: il preludio di una tragedia che avrebbe scosso l’America.

Sherri Papini, una vita all’apparenza perfetta, si è volatilizzata in quel miglio e poco più. Nessuno l’ha vista sparire, nessuno l’ha sentita urlare. Dei suoi capelli biondi, gli occhi blue e cordiali, si sono perse le tracce. Redding l’ha cercata in ogni dove, le televisioni locali sono state soppiantate da quelle nazionali. Gli Stati Uniti, nella loro interezza, hanno provato a ricostruire un puzzle che sembrava impossibile. Non c’era più, e i giorni passavano. Non c’era più, e i sospetti ricadevano sul marito, le congetture si trasformavano in accuse. Non c’era più, e l’America taceva, incapace di dar voce al finale che rimbombava nella testa di ogni cittadino. Non c’era più. Poi, è tornata.

Sherri Papini è stata trovata emaciata e malvestita in un parcheggio del Sud della California, a 145 miglia dal luogo in cui era scomparsa. Aveva i capelli corti e il corpo cosparso di lividi, in vita una catena e sulla spalla un marchio a fuoco. Sembrava provata, ma lucida. Agli agenti, ha raccontato di essere stata rapita da due donne ispaniche, con il volto parzialmente coperto. L’avevano sorpresa durante la corsa di inizio novembre, minacciata con le pistole e trasportata in un luogo segreto. Lì, per ventidue giorni, fino alla fuga nel giovedì del Ringraziamento, l’avrebbero torturata e vessata. La cartina di cicatrici e contusioni, la mappa delle violenze disegnata su braccia e gambe, sulla schiena, sembrava provarlo. Nessuno, dunque, ha osato obiettare. I medici hanno confermato quel che la Papini raccontava a parole. Poi, però, qualcosa è cambiato.

Quattro anni più tardi, nel 2020, l’Fbi ha cominciato a dubitare della versione di Sherri. Sui suoi abiti, c’era del dna maschile e quel dna riportava ad un uomo ben preciso: James Reyes, ex fidanzato della donna. Allora, il castello è crollato. Quella madre angelica ha ammesso di aver ordito un piano semi-diabolico: inscenato la propria scomparsa e passato le tre settimane della presunta prigionia in compagnia dell’amante. Di più. Fra le lacrime, ha confessato di aver chiesto all’uomo di picchiarla, così da poter sostanziare l’idea di un rapimento. Reyes, da parte sua, ha giurato di non aver mai accettato di picchiare la Papini, ma di averla aiutata ad autoinfliggersi lesioni con una mazza da hockey. Quel che era nato come compassione, quel sentimento di empatia al quale la vicenda aveva dato adito, si è tramutato repentinamente in una forma violenta di disprezzo. L’Fbi ha accusato la Papini di falsa testimonianza e frode postale, portandola al banco degli imputati. Era il 2022, quando Sherri accettava il patteggiamento: diciotto mesi di carcere e un risarcimento di circa 300 mila dollari, da dividersi tra l’ufficio dello sceriffo della Contea di Shasta, la Us Social Security Administration e il California Victim Compensation Board, scrivendo così la parola fine ad un caso straordinario, ricostruite con interviste e testimonianze all’interno di un documentario da vedere e rivedere.

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