«Il signore delle mosche», il ritorno fedele al romanzo di Golding
«Il signore delle mosche» (Sky)

La serie voluta dalla Bbc e scritta da Jack Thorne porta su Sky il romanzo di William Golding senza tradirne trama e tesi: tra sopravvivenza e sopraffazione, l’isola dei ragazzi torna a interrogare la natura umana.

Jack Thorne, brillante autore dell’acclamatissima Adolescence, non ha inventato nulla, stavolta. William Golding lo ha fatto per lui, scrivendo un libro la cui attualità è sempiterna, affatto bisognosa di essere reinventata, riadattata, cercata oltre le parole scritte. Il signore delle mosche, foss’anche solo per quei suoi protagonisti bambini, potrebbe essere frutto di un guizzo contemporaneo.

Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell’ultimo adattamento televisivo dell’opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L’autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l’ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un’intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un’isola al largo dell’Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all’essere umano, senza riguardo per l’età o l’esperienza di mondo.

Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L’ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l’ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l’avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell’uomo.

Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l’homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l’innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.

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