Dieci episodi al debutto nella prima serata di venerdì 14 aprile: la serie tv lo ha scritto nel suo antefatto che non avrebbe seguito il copione tipico dei film western. Preso a prestito qualche dettaglio, e su questo ricamato una storia nuova: una storia che comincia fra le note di un jukebox, negli anni Ottanta, in Montana.
Il titolo allude ad atmosfere note. Le richiama, senza preoccuparsi (troppo) dell’effetto cui il citazionismo può indurre: paragoni, raffronti e confronti tra il presente e il passato che gli è sotteso. Un passato cui La giustiziera senza nome, in lingua originale, ha fatto a meno di guardare tanto esplicitamente. Il titolo, negli Stati Uniti, non ha avuto nulla a che spartire con l’uomo di Clint Eastwood. Ha deciso di giocare su altro, su altri. Bring on the dancing horses diceva il titolo originale, tirando in mezzo gli anni Ottanta, la musica degli Echo and the Bunnymen. «La giustiziera senza nome», ha tradotto, però, l’Italia, ammaliata dalla promessa di un western e dalla rilettura di genere che questa stessa promessa avrebbe implicato. La giustiziera senza nome, dieci episodi al debutto su Sky nella prima serata di venerdì 14 aprile, lo ha scritto nel suo antefatto che non avrebbe seguito il copione tipico dei film western. Non ne avrebbe ripercorso luoghi e tempi. Non avrebbe dato sfogo all’immaginario che il cinema, da Sergio Leone in avanti, ha codificato. Avrebbe fatto altro. Preso a prestito qualche dettaglio, e su questo ricamato una storia nuova: una storia che comincia fra le note di un jukebox, negli anni Ottanta, in Montana.
La giustiziera del titolo, una ragazza senza nome, è bambina, nel primo episodio della serie tv. Sono gli anni Ottanta e una musica leggera riecheggia in sottofondo. Poi, le atmosfere sfumano e la bambina si fa grande, una giovane donna decisa a rinnegare un futuro che pareva scritto. Avrebbe potuto, dovuto, forse, lavorare nell’azienda di famiglia. Allora, una carriera brillante l’avrebbe aspettata. Ma di dar seguito ai condizionali la ragazza senza nome non ha mai avuto intenzione. Non davvero. Un senso di giustizia, un bisogno di vendetta è cresciuto in lei. Non avrebbe preso la strada più scontata, accettando la professione che altri le hanno cucito addosso. Avrebbe preso la sua strada, la strada impervia di una assassina animata da una morale propria.
La giustiziera senza nome, alla cui protagonista Kate Bosworth è capace di regalare una tridimensionalità non scontata, è il racconto di un piano personale, perverso a tratti. È la narrazione di quel che potrebbe accadere se non fossero le leggi sociali, ma il libero arbitrio a muovere la mano dell’uomo. La ragazza senza nome uccide. Non risparmia le proprie vittime. Chiede loro una sorta di comprensione. Non moriranno, dice, ma passeranno ad un altro stadio dell’esistenza umana. La ragazza senza nome, vestita come un Quacchero, uccide, e non implora perdono. Uccide, e non cede alla pietà. Uccide, e pur di uccidere dispone degli altri in maniera utilitaristica, Machiavelli tra gli assassini.
La giustiziera senza nome è la disposizione del suo piano folle. E, in dieci episodi, ne racconta le pieghe e gli sviluppi. Lo fa con gli elementi del western, ma i toni, il ritmo è quella della serialità moderna. è furbo, veloce, dinamico. Gli episodi finiscono portandosi dietro quel senso di irrisolto che spinge chi guardi a volerne di più. E funziona. Funziona bene.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >