Flamin’ Hot, disponibile su Disney+ dal 9 giugno, è una visione leggera e positiva, una coccola nella quale indugiare senza pensare. Senza rimuginare. Prendendo solo quel che di buono può offrire, intrattenimento e (pure) un po’ di ispirazione.
Dove finisca la realtà e inizi la finzione, il racconto mitico, con creature magiche e imprese mirabolanti, è difficile a dirsi. Richard Montañez ha confuso le acque. Ha detto di aver fatto da sé, di aver creato di proprio pugno i Flamin’ Hot Cheetos, non patatine ma fenomeni planetari. Avrebbe portato a casa un pacchetto come tante, patatine ordinarie prodotte dalla Frito-Lay, divisione della Pepsi. Le avrebbe assaggiate, giudicate insipide. Avrebbe deciso di condirle con un mix di spezie ispaniche, lascito dei propri natali messicani. Allora, l’illuminazione. Quelle patatine insaporite, gli aromi ad evocare culture lontane, avrebbero potuto parlare ad un segmento di consumatori che la Frito-Lay, negli anni, aveva (più e meno deliberatamente) ignorato: i latini. Richard Montañez avrebbe lottato per comunicare la propria intuizione ai vertici dell’azienda. E così, nell’epica dell’uomo, è stato. Richard Montañez ha raccontato più volte di aver valicato i confini imposti dalle gerarchie per poter, umile inserviente alla Frito-Lay, incontrarne il Ceo. Più volte, ha posto l’accento sulle proprie battaglie, sulla propria determinazione, sulla forza delle idee- e più volte è stato creduto: l’ultima, negli uffici di Eva Longoria.
L’ex casalinga disperata ha ammesso di essersi commossa nell’ascoltare la storia di Montañez, di aver visto nel suo volto un riflesso di sé. «La sua storia mi è suonata molto familiare. Ho scoperto molte assonanze con la mia», ha spiegato la Longoria, raccontando di un uomo che, «Sottovalutato da tutti, ha coltivato il desiderio di essere qualcosa di più di quello che è stato: non di avere qualcosa in più, ma di essere qualcosa di più». Montañez, per la Longoria, è diventato un archetipo. Poco importa che la Frito-Lay abbia smentito la sua versione, negando che l’inserviente – poi promosso ad apicale dell’azienda –, abbia avuto un qualche ruolo nella creazione dei Flamin’ Hot Cheetos. Eva Longoria ha deciso, comunque, di utilizzarne la storia per il proprio debutto registico. E Flamin’ Hot, disponibile su Disney+ dal 9 giugno, è il risultato di questa sua caparbietà.
La pellicola, con Jesse Garcia ad interpretare Montañez, ripercorre pedissequamente la versione dell’ex addetto alle pulizie. Ne racconta l’ascesa. Ricorda e ribadisce quanta importanza abbiano rivestito la fede e il supporto della famiglia nel plasmare la carriera di Montañez. Eva Longoria ritorna ogni volta che può sull’uomo dietro il tycoon. E la aggira, le genesi dei Flamin’ Hot Cheetos. La usa come pretesto per raccontare una vita, solo ed esclusivamente attraverso gli occhi di colui che dice di averla vissuta. Flamin’ Hot, tratto dall’autobiografia di Montañez (A boy, a burrito and a cookie: From janitor to executive), è il manifesto programmatico di un visionario. E si potrebbe stare a discutere su quanto il potere visionario di Montañez abbia a che fare con la realtà e quanto, invece, abbia a che fare con la sua proiezione di questa. Ci si potrebbe rodere il fegato nel tentativo di stabilire una verità oggettiva, di mediare fra Montañez e la Frito-Lay. Si potrebbe tutto, ma davanti a Flamin’ Hot ci si scopre pigri. Indolenti. Ci si scopre determinate unicamente a godere del film: del conforto che la sua trama emana, dell’ottimismo contagioso con il quale è intessuta, della regia della Longoria, efficace e non (troppo) retorica. Flamin’ Hot, al netto delle dispute (pur esistenti), è una visione leggera e positiva, una coccola nella quale indugiare senza pensare. Senza rimuginare. Prendendo solo quel che di buono può offrire, intrattenimento e (pure) un po’ di ispirazione.
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