- Il Lecco ha vinto i playoff ma non ha lo stadio adatto alla cadetteria e rischia l’esclusione, come la Reggina che non ha i conti a posto. Perugia e Brescia pronte alle vie legali. La Figc ha abbandonato la categoria.
- I giallorossi come Cardinale col Milan. In futuro potenziale pericolo d’incroci vietati.
Lo speciale contiene due articoli.
Hanno introdotto il Boxing Day il 26 dicembre e il calendario asimmetrico. All’assemblea di Serie B non è mancato l’umorismo involontario. Giocando su box e boxe, i club del secondo livello professionistico italiano si stanno prendendo a schiaffi senza ritegno anche in estate. E non c’è nulla di più asimmetrico di questo finale di stagione. Ancora una volta il pallone italiano diventa un esempio concreto di surrealismo regolamentare, se vogliamo di «casino organizzato» nell’accezione che ne dava Eugenio Fascetti, con un finale che rischia di trascinarsi verso Ferragosto. Non esattamente lo spot positivo che il presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina, vorrebbe vedere. Ma pur sempre il risultato della cara vecchia filosofia delle recite a soggetto e dei colpi di spugna.
In questo momento fra Serie B e Lega Pro ci sono cinque squadre che ancora non conoscono il loro destino. Hanno giocato otto mesi, litigato due, riempito moduli e firmato ricorsi nelle ultime settimane dibattendosi dentro uno spettacolo indecoroso che bisognerebbe vietare ai bambini. Sono Lecco, Reggina, Brescia, Perugia e Foggia, tutte vittime a loro modo di regolamenti inesistenti, ambigui o tirati come chewing-gum per assecondare interessi di parte. La valanga arriva dal manzoniano Resegone e si chiama Lecco, club che dopo 50 anni (e un playoff da sogno) è legittimamente tornato in Serie B «sul campo». Fuori dal campo cominciano i problemi perché la società non dispone di uno stadio a norma. Per gli standard del campionato cadetto al vecchio Rigamonti servono più posti in tribuna, sala stampa, sala hospitality, torri faro per le riprese in notturna (totale 500.000 euro), lavori impossibili da completare per fine agosto. Il presidente Paolo Di Nunno chiede di poter cominciare la Serie B altrove, incassa una raffica di no e arriva fino a Padova, dove ottiene il sospirato sì. Ma nel frattempo l’ultimo giorno utile per presentare la documentazione di iscrizione scade, manca la firma del prefetto in ferie. E amministrativamente il Lecco promosso verrebbe ricacciato in Lega Pro sotto il peso delle scartoffie. Difficile che si arrivi a calpestare così palesemente il merito sportivo, il 30 giugno la Covisoc (commissione di vigilanza federale) darà il parere come l’oracolo di Delfi. Il club potrà ricorrere entro il 5 luglio mentre il 7 la parola passerà alla Federcalcio.
La vicenda è delirante per due motivi. Primo: perché non esiste una regola che prevede l’ammissione ai playoff solo di squadre con i presupposti per salire di categoria? Dire «non siamo in regola perché non pensavamo di vincere» è segno di un’inadeguatezza programmatica molto italiana. Secondo: pretendere che una società presenti un dossier a 48 ore dalla promozione senza un minuto di differimento (dopo che la stagione si è conclusa con una settimana di ritardo) è puro esercizio sadomaso. Il presidente di Lega B, Mauro Balata, ha detto: «In queste circostanze si sarebbe dovuta valutare una proroga». Giusto, ma questo andrebbe contro il regolamento. Come per il caso Juventus tutto è malleabile, non c’è un perimetro chiaro. E allora ecco che il Perugia attende l’atto finale del pasticcio per procedere con un ricorso. E il Foggia, sconfitto dal Lecco nell’ultimo spettacolare episodio dei playoff, potrebbe seguirlo poiché sogna legittimamente di salire al suo posto in Serie B.
Anche qui regna il caos perché il Brescia, pur essendo retrocesso in Lega Pro dopo una stagione da paura, ora spera nel ripescaggio. Il presidente Massimo Cellino ha fatto a sua volta ricorso, sport preferito in questi giorni afosi, ma non contro il Lecco bensì contro Figc, Lega B e Reggina per farsi riammettere a spese della squadra calabrese. Quest’ultima ha vissuto una stagione folle, con uno stillicidio di mini-penalizzazioni per il dissesto dei conti che l’hanno tenuta in bilico fino alla fine. Il cda si è dimesso in blocco e la società di Felice Saladini deve allo Stato 757.000 euro per la ristrutturazione del debito. Quei soldi andavano pagati entro il 20 giugno, ora secondo regolamento dovrebbe essere tardi per l’iscrizione al campionato di Serie B. Ma mai dire mai. A pasticcio, pasticcio e mezzo. Il patron della Reggina conta sulla clemenza federale e aggiunge: «Purtroppo c’è chi confida nelle disgrazie altrui».
La pensa così anche il presidente del Lecco, che prima del pellegrinaggio verso Nord-Est alla ricerca di uno stadio in regola, si era fermato a Monza. Brianza, neanche 50 km lì sotto. Racconta Di Nunno: «Avevo sentito Adriano Galliani. Mi aveva detto di pensare prima a vincere la finale e dopo avremmo discusso della questione stadio. Io ho vinto ma lui non mi ha più voluto parlare: mi passano l’avvocato che mi spiega come il terreno non regga partite di due squadre. Ma noi giochiamo il sabato, loro la domenica. Di fatto è un no». I maligni ricordano che Galliani è amico di Cellino e il valzer riparte mentre i regolamenti evaporano e i ricorsi si accumulano. Fra vuoti di potere, vuoti di memoria e vuoti a perdere.
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