- La punta del Genoa, 37 anni, ha guidato la Macedonia del Nord a una storica vittoria contro i tedeschi. Schivo e silenzioso, è sempre pronto quando serve: che sia per il triplete dell’Inter o per salvare il Grifone.
- Arthur e Paulo Dybala pizzicati dai carabinieri in un party nella villa di Weston McKennie, multa per tutti. Altra tegola in vista del derby: Leonardo Bonucci è rientrato dalla nazionale col Covid.
Lo speciale contiene due articoli.
Il Sunset Boulevard è lungo 35 chilometri e la leggenda vuole che laggiù in fondo a Los Angeles ci sia qualcuno che non riceve mai la posta. Goran Pandev il macedone lo sta attraversando tutto, a piedi, un metro alla volta godendosi il panorama da turista della vita che ha gabbato il destino. Con quella stempiatura già a 20 anni, con quella chierica stile travet del catasto sembra sul viale del tramonto da sempre. Eppure segna, esulta, vince a 37 anni come se il tempo fosse una variabile priva di senso.
Che fai, marchi stretto Pandev? Ma va. L’errore lo hanno commesso tutti, quel nonno con il passo corto da Mario Corso e la discrezione da maître d’hotel non può far paura ad atleti bionici con parametri algoritmici e tartarughe esibite su Instagram. L’hanno commesso anche i tedeschi, quello sbaglio. E lui mercoledì a Duisburg li ha puniti. Gol, e la piccola Macedonia del Nord vince contro l’armata di Joachim Löw (1-2, raddoppio del talento napoletano Elijf Elmas), uno schiaffo in faccia al Wünderteam, terza sconfitta in una partita di qualificazione mondiale in 85 anni di storia, il ct che rischia il siluramento e il minuscolo Stato balcanico – 2 milioni di abitanti – in corsa per un posto ai Mondiali del Qatar.
Sul pianeta calcio dominato da Kylian Mbappè ed Herling Haaland avverti nell’aria il blues di Pandev al quale nessuno dà mai una lira, con la conseguenza di lasciargli il bottino. «Sono un uomo fortunato», scherza mentre sverna al Genoa cricket and football club, reduce da un altro pianeta e da un football antico come i suoi tocchi di esterno. È sempre a un passo dal ritiro, poi succede qualcosa: salva i rossoblù dalla retrocessione («quasi quasi continuo un altro anno»), porta la Macedonia agli Europei con una rete storica alla Georgia («quasi quasi vado avanti per giocarli»). Adesso un nuovo traguardo e la sensazione dolce di chi esce da una pasticceria, sopraffatto dalla vaniglia.
Se avesse l’autostima di Zlatan Ibrahimovic chiederebbe a petto gonfio una statua alta tre metri nella piazza principale di Skopje. La meriterebbe, in fondo ha vinto una Champions league più di lui, anzi un triplete. È bello svegliarsi un mattino e scoprire di essere uno dei calciatori più titolati al mondo: «Sì, in fondo mi manca solo l’Europa League». Lo dice quasi per scusarsi, è l’unica concessione allo snobismo di questo numero 10 gentile, un piede sinistro da piccolo re silenzioso, arrivato in Italia nel 2001 (aveva 18 anni) da uno Stato anche più piccolo di lui dopo la deflagrazione della Jugoslavia.
La Macedonia del Nord (per distinguerla dalla terra di Alessandro Magno che sta in Grecia) oggi ha un simbolo sportivo e Goran sente la responsabilità sotto la pelle. In campo è un eroe operaio, non è un atleta-immagine, non fa ombra a nessuno ed eccelle nelle piccole cose che non entrano nelle statistiche. Ha resistito sei anni a Pegli alle rivoluzioni stagionali di Enrico Preziosi. Quando era alla Lazio ha segnato una doppietta al Real Madrid. All’Inter ha affascinato Josè Mourinho («Un giocatore universale») perché era in grado di sostituire Wesley Snijder e Samuel Eto’o senza farli troppo rimpiangere. Il gol più importante? «Negli ottavi di Champions a Monaco contro il Bayern in quel 3-2 che fu il canto del cigno dell’Inter mondiale», disse prima dei due che hanno mandato il suo Paese in paradiso. Un destino racchiuso in una consonante. Il macedone più celebrato prima di Pandev era stato Darko Pancev, che sfiorò un pallone d’oro ma da cobra si trasformò in ramarro una volta sbarcato a Milano, sponda nerazzurra. Questione di dettagli e di carattere: quello era orgoglioso, tronfio, individualista proprio come questo è umile, duttile, capace di esaltare se stesso dentro i meccanismi di squadra. È illuminante sentirlo nelle interviste perché non parla mai di sé ma sempre dei compagni e del loro indiscutibile valore. È la merlettaia del quadro di Jan Vermeer, china su un lavoro da completare bene. Non ha tempo di celebrarsi, domenica si gioca di nuovo.
Da ragazzo voleva diventare come Dejan Savicevic, il genio individualista dell’ultima Jugoslavia. Da adulto ha interiorizzato il mito di Ronaldo il fenomeno, perché «ho avuto il privilegio di giocare con lui in allenamento e lo racconterò ai miei nipoti». In allenamento. In Italia ha vestito una collezione di maglie: Spezia, Ancona, Lazio, Inter, Napoli, Genoa, eterno contratto a termine con la valigia in mano. E un destino da comprimario: arrivava con l’appellativo di «Pandev chi?» e dopo qualche anno veniva lasciato andare a fatica, con rimpianto. Mai un simbolo, sempre un esempio.
Dove si è fermato ha vinto e si è fatto rispettare. A Napoli, dove talvolta l’emotività fa premio sulla razionalità, dopo anni nessuno tocchi il macedone. Oggi arriva al San Paolo da avversario ma i tifosi lo applaudono ancora per quella doppietta alla Juventus nel 2011 e quell’appellativo di «pandemonio» che si regala a pochi. La curva dell’Inter ricorda ancora il gol su punizione a sigillare un derby che i nerazzurri stavano giocando in nove. Quando lo chiami, Pandev risponde e non c’è anagrafe che tenga.
Ruppe lo schema dell’understatement solo a Roma. Il presidente laziale Claudio Lotito lo mise fuori squadra per ripicca; lui non fece una piega, si limitò ad appoggiare il dossier sulla scrivania dell’avvocato. Nessuna protesta, solo una frase: «Mi ha trattato male, voglio andare via». Ecco affiorare l’orgoglio balcanico, la granitica linea di demarcazione fra diritti e doveri. Prese le sue cose e andò altrove a giocare, a segnare e a insegnare, lui nato vecchio con la chierica e quel passo stanco che illude i difensori, convinti di avere di fronte un attaccante qualunque.
Trentacinque chilometri è lungo il Sunset Boulevard fino a Pacific Palisades dove balugina l’oceano, dove Thomas Mann trovò la pace lontano dal nazismo e scrisse il Doctor Faustus. C’è un piccolo grande calciatore che lo percorre tutto e quando la partita è a bassa intensità riesce ancora a fare la differenza. È la storia di Goran, che senza pretendere sinfonie a 37 anni ha schiantato la Germania e forse ha fatto un patto col diavolo. Ma non ce lo rivelerà mai.
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