Non lo facciamo per sport
  • Per anni le autorità sanitarie hanno ripetuto che l’attività fisica è fondamentale per il benessere, soprattutto degli anziani. Che oggi invece sono reclusi. E chi osa passeggiare è bollato come una pericolosa fonte di contagio.
  • Il prossimo presidente dei geriatri, Francesco Landi: «È in gioco la salute collettiva, vediamo già gli effetti del troppo tempo passato in sedentarietà».
  • Il presidente dei gestori di impianti, Fabio Conti: «Inutili gli investimenti massicci per la sicurezza I ristori sono stati insufficienti. E così molti dei nostri centri hanno chiuso per sempre».

Lo speciale contiene tre articoli.

Per anni c’è stata una campagna martellante sull’importanza dell’esercizio fisico. Medici, psicologici ma anche istituzioni hanno stretto d’assedio gli italiani. «Siete troppo sedentari, grassi, pigri, dovete muovervi», è stato il mantra rimbalzato sui media. Il fitness è diventato un pilastro della vita, come il mangiar sano, come la lotta agli zuccheri e al junk food. Così sono proliferate le palestre e le piscine, si sono moltiplicate le discipline e i trainer specializzati. Un business, ma anche un contributo al sistema sanitario nazionale perché vivere a lungo e in salute è diventata la sfida di ogni società moderna.

Questa macchina marciava a gonfie vele, fino a quando è arrivato il Covid. All’improvviso le palestre da luoghi di salute sono diventati incubatoi di contagio e l’attività fisica un’occasione di assembramenti pericolosi. I dpcm sembrano fatti apposta per scoraggiare anche i drogati dello sport, figurarsi gli altri. Perfino una passeggiata è diventata un’impresa faticosa con la mascherina obbligatoria all’aperto. A oggi il settore conta 10 mesi di chiusura, interrotti solo dal breve intervallo estivo. Un vero colpo di grazia per qualunque imprenditore.

Ma se il primo stop era stato vissuto con lo spirito quasi positivo del «ce la faremo», questa volta la situazione pare disperata. Il mondo del fitness è il grande dimenticato del secondo lockdown. Mentre ristoranti e bar strappano deroghe, le palestre sono cadute nell’oblio. Dell’esercizio fisico si può fare anche a meno, è un passatempo modaiolo da relegare in secondo piano rispetto alle priorità del Paese: è questo il messaggio che viene dai vari dpcm. Eppure le strutture si erano messe subito a norma, con la sanificazione e organizzando gli spazi per il distanziamento. Nulla da fare. Né si fanno ipotesi sulla riapertura. L’industria del fitness è scomparsa persino dalle conferenze stampa onnicomprensive del premier Giuseppe Conte.

L’industria dello sport fino a un anno fa macinava utili. Nel 2019 le 100.000 palestre contavano 5,5 milioni di abbonati. Tra prima e seconda chiusura c’è stato un crollo del 79% delle iscrizioni. L’Associazione nazionale impianti sportivi e fitness (Anif) stima per il 2020 una perdita di circa 8,5 miliardi, il 70% dei 12 miliardi fatturati nel 2019. Per il 2021, sempre che si esca dall’emergenza Covid entro la primavera, i danni sono già stimati intorno al 50/60% rispetto al 2019.

Secondo il Coni, lo sport in Italia vale l’1,7% del Pil, ovvero 30 miliardi di euro: un valore che raddoppia a 60 miliardi se si considera anche l’indotto. Nel complesso, sono 20 milioni gli italiani che praticano attività sportive, in maniera più o meno sistematica. Quasi la metà dei centri sportivi (47,7%) ha una superficie sotto i 500 metri quadrati e un numero di soci e clienti inferiore a 500. È quindi un sistema molto fragile.

«Nessuna palestra o piscina è mai risultato essere focolaio di contagi, non si capisce questo accanimento. Lo sport è benessere, l’attività fisica è salute, aiuta corpo e mente, innalza le difese immunitarie e contrasta malattie importanti come cardiopatie e diabete», afferma Giampaolo Duregon, presidente Anif che rappresenta gli interessi di 100.000 centri sportivi. «Temiamo che si allunghino i tempi. Anche a marzo le settimane previste all’inizio erano solo tre».

I danni dal prolungato stop dell’attività fisica non sono solo quelli sui bilanci aziendali. La forzata inattività avrà ripercussione anche sulla spesa del servizio sanitario nazionale. I costi correlati alle principali patologie associate all’inattività fisica (tumore della mammella e del colon-retto, diabete di tipo 2, coronaropatia) ammontano a 1,6 miliardi di euro annui. Si tratta delle stesse patologie che più concorrono al peggioramento del quadro clinico di un ammalato di Covid.

La sedentarietà è responsabile del 14,6% di tutte le morti in Italia, pari a circa 88.200 casi all’anno. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’attività fisica è in grado di prevenire il rischio di tumori del 20-40% tanto che si stima che 3 milioni di persone l’anno potrebbero salvarsi la vita solo facendo sport. Aumentando il livello di attività fisica praticata il risparmio per il Servizio sanitario sarebbe di circa 2 miliardi.

Nonostante negli ultimi anni sia aumentato il numero di coloro che praticano un’attività sportiva proprio grazie alle campagne di incentivazione, i numeri non sono ancora giudicati soddisfacenti. Un monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità indica che solo il 50% degli adulti raggiunge i livelli raccomandati di attività fisica, che 1 bambino su 4 dedica al massimo un giorno a settimana (almeno un’ora) allo svolgimento di giochi di movimento, 1 su 3 è obeso o in sovrappeso, che i maschi sono più attivi delle femmine e che fra gli ultra sessantaquattrenni il livello di attività fisica svolto diminuisce all’avanzare dell’età ed è significativamente più basso tra le donne.

Questo scenario rischia di peggiorare. Costretti alla sedentarietà da marzo, tanti potrebbero avere difficoltà a tornare a una vita attiva. È ciò che teme il geriatra Raffaele Antonelli Incalzi. «A 70 anni non è indispensabile andare in palestra», dice, «ma è fondamentale camminare e limitare al massimo le ore sul divano. E le misure governative sono fatte in modo da indurre a restare in casa. La mascherina obbligatoria anche in spazi aperti e in condizioni di distanziamento ostacola la respirazione durante lo sforzo fisico. Il risultato è che si rinuncia a camminare. Abbiamo impiegato anni a convincere le persone che fare sport è una forma di prevenzione. Ora si manda il segnale opposto: non uscite, non vi muovete. Dall’inizio della pandemia la mortalità da infarto è aumentata del 30%: è plausibile che abbia contribuito il difetto di esercizio fisico». Nel 2017, l’allora presidente dell’Istituto superiore di sanità, Walter Ricciardi, ora consulente del ministero della Salute, lanciando una campagna su Salute e sport aveva detto: «Vorremmo che l’attività fisica venga prescritta nelle ricette mediche».


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