Non è più la Serie A
Lo scudetto del Napoli (Ansa)

Conti in rosso, impianti inadeguati, top player in fuga. Il calcio italiano è sempre più in crisi.

Lo speciale comprende cinque articoli.

Serie A. Ma lo è ancora? L’orticello non cambia, la passione è la stessa. Ogni anno a una settimana dall’inizio del campionato di calcio l’adrenalina aumenta, i giornali sportivi vendono (quasi) come ai tempi d’oro e sul bancone dei gelati Sammontana si accendono le discussioni dei tifosi rapiti dai nomi esotici dei nuovi arrivati. In attesa di verificare in concreto se sonofenomeni, brocchi o semplici ragionieri del pallone. Al di là del fideismo calciofilo il tendone del grande circo scricchiola. E un tiro al volo sotto la traversa di Victor Osimhen, Lautaro Martinez, Olivier Giroud, Dusan Vlahovic non basta più a nascondere una caterva di problemi congeniti di un sistema uscito con le ossa rotte dalla pandemia, che non riesce ad essere attrattivo neppure per le tv (vedi diritti negoziati al ribasso) .

Può ancora chiamarsi di Serie A un torneo con metà dei club a debito (tranne Atalanta, Napoli e Milan), qualche big con la proprietà sull’orlo del baratro (l’Inter vicecampione d’Europa), qualche altra in mano a fondi che non hanno come obiettivo il successo ma i dividendi degli azionisti (Milan)? E la Juventus che ricapitalizza a nastro per non precipitare? Può ancora definirsi un’eccellenza un campionato in cui i top player latitano, e se non vengono portati via da Premier e Bundesliga scappano a svernare dagli arabi? Può specchiarsi nel passato con orgoglio una Serie A in cui non si riesce a costruire uno stadio nuovo e non c’è caso giudiziario che la Federcalcio non complichi con perversa fantasia? Vediamo tutto con calma, sorretti dalla famosa frase di Nereo Rocco. A chi gli augurava «vinca il migliore», il grande mister triestino rispondeva: «Speremo de no».



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