Lo soprannominarono «piedino di fata». Sì, perché il sinistro di Massimo Palanca era come una bacchetta magica. Sandro Ciotti, maître à penser di Tutto il calcio minuto per minuto, lo definì «uno dei migliori d’Europa». Non c’è mai stato nessuno, nel calcio, che ha realizzato un così ampio numero di reti direttamente da calcio d’angolo (dette «gol olimpico»), 13 secondo i conteggi.
A Catanzaro continua a essere una stella venerata. Lo chiamano «l’imperatore» e lo paragonano a Pelè. Allo stadio «Nicola Ceravolo» è stata appena inaugurata una statua a lui dedicata. Per la realizzazione di questa intervista si ringraziano lo storico Salvatore Rubino e Enzo Minicelli, presidente di «Catanzaro nel pallone».
Nato a Loreto, nelle Marche, il 21 agosto 1953 ma cresciuto a Porto Recanati.
«Sono nato all’ospedale di Loreto ma sono di Porto Recanati. Con la famiglia abitavamo al campo sportivo e mio padre faceva il custode. È stato anche giocatore del Porto Recanati, come mio fratello. Siamo una famiglia di otto figli».
Immagino precoce il rapporto con la sfera…
«Fin da piccolo avevo a disposizione palloni che pesavano tre chili e quando non andavo a scuola giocavo anche da solo, mi facevo tutto il campo. La mia tecnica di base è iniziata da solo, nel campo sportivo. A 13-14 anni sono entrato nell’Adriatica di Porto Recanati. Porto Recanati è un caso unico in Italia perché ha dato tantissimi giocatori alla serie A, alla B e alla C. C’era un oratorio dei salesiani efficientissimo non solo per il calcio ma anche per altri sport. Luciano Panetti, Gegè Di Giacomo e poi Boccolini, io e mio fratello…».
Tuo fratello Gianni…
«È più grande di me di 5 anni, del ’48. Ha iniziato in C al Pescara, poi è passato al Palermo, al Taranto. Da ragazzo era andato all’Inter con Emilio Bonaldi e Luigi Boccolini…».
Andasti a giocare nel Camerino…
«Ci andai quando fu promosso in serie D. Avevo 17 anni. Retrocedemmo dalla D, due anni di promozione, poi al Frosinone in C».
Vocazione all’attacco e alla rete.
«Sì, bene o male sono sempre stato un attaccante, talvolta ho giocato anche un po’ più indietro la ma mia vocazione è fare la punta, la seconda punta. Cercavo di stare più al largo anche perché trovavo difensori non come quelli di oggi che ti marcano a dieci metri. Ti stavano sempre alle costole».
Gli anni d’oro del Catanzaro
Nel 1974 ti volle il Catanzaro, in B. Sfioraste la promozione.
«Facemmo lo spareggio a Terni contro il Verona e perdemmo. Fu una giornata particolare. La mattina ci arrivò la notizia di un grave incidente di un pullman di tifosi, amici che venivano a vederci, a tutto pensavamo tranne che alla partita…».
Tuttavia nel 1975-76 il Catanzaro raggiunse la A.
«A Catanzaro non c’è stato mai un campionato tranquillo. O si lottava per la serie A o per non retrocedere in B. Ai giovani di oggi consiglio di andare a giocare al sud perché gli stimoli che dà la gente del sud non si trovano da nessun’altra parte».
Tuo esordio in A il 3 ottobre 1976 in Catanzaro-Napoli, 0 a 0. Come ricordi quel traguardo?
«Fin da ragazzino il mio obiettivo era arrivare al livello di quei calciatori che vedevo nelle figurine. Per tanti giorni prima del match ci pensai perché i miei sogni di bambino si stavano avverando».
Come fu il tuo ambientamento a Catanzaro?
«Il trasferimento per me è stato un’odissea. Guardai il tragitto nella carta geografica. Non avevo la macchina e il 15 di agosto andai in treno. Negli anni Settanta c’era l’esodo per il rientro al sud. Capitai in un treno affollatissimo. Fino a Napoli in piedi pressato con altri passeggeri. Arrivai distrutto. Il mio percorso a Catanzaro è stato non solo sportivo ma anche di rapporti umani. Ancora oggi ci vediamo con i primi giocatori, con le famiglie, vacanze e capodanni insieme».
La città onora il suo campione di sempre.
«Mi hanno dato la cittadinanza onoraria, le chiavi della città, è stata tolta la maglia numero 11. Non la porta più nessuno. Adesso mi hanno dedicato anche una statua, all’ingresso dello stadio. L’abbiamo appena inaugurata, il 18 settembre 2026. Siamo stati io e mia moglie. Ora abitiamo a Camerino, provincia di Macerata».
Quindi dopo tornaste nelle Marche.
«Mia moglie Rosanna – che è abruzzese ma ho conosciuto a Camerino dove abitava con la famiglia – aveva già aperto un’attività di abbigliamento. Ci siamo sposati nel ’76 a Camerino».
Figli?
«Abbiamo un figlio, Marco, 48 anni, nato a Catanzaro. Ha avuto due figlie, Beatrice, 16 anni, e Mia, 12. Sono state la mia salvezza. Nel 2016 abbiamo avuto un terremoto devastante. Dopo 10 anni in centro storico devono ancora iniziare i lavori».
Claudio Ranieri, attuale direttore tecnico della Figc e presidente del Club Italia, è stato tuo compagno di squadra.
«Siamo entrati insieme nel Catanzaro nel ’74. Ci siamo visti l’altra sera».
I gol olimpici e il record di Palanca
Nel ’78-’79 capocannoniere della Coppa Italia, Catanzaro in semifinale. Il 4 marzo 1979, in serie A, il Catanzaro batte la Roma all’Olimpico per 3 a 1. Fai una tripletta, di cui una rete da corner. Nasce il fenomeno Palanca.
«All’andata, a Catanzaro, vincemmo 1 a 0 e feci goal da calcio d’angolo. Francesco Rocca la toccò un po’ di testa. Per questo lo classificarono come autogol. All’Olimpico segnai da calcio d’angolo senza che la toccasse nessuno. Da qui la fantasia dei catanzaresi “chiamate Roma 3131”. Ma la cosa bella è che il nostro allenatore era Carlo Mazzone, romano verace, ero molto legato a lui».
Una rete direttamente da corner appare una prodezza balistica improba. Diventasti specialista dell’impossibile.
«Adesso non ci prova quasi più nessuno. Avevo anche la fortuna che a Catanzaro tira sempre un po’ di vento e cercavo di sfruttarlo, anche nelle punizioni. Parto dal presupposto che bisogna tirare in porta. Avrò tirato milioni di calci d’angolo, la percentuale è bassissima. Ma se non ci si prova…».
Certo, come al Totocalcio. Ma le origini di questa tua rara abilità?
«Sempre avuta fin da ragazzino, quando avevo le gambe molto magre, questo modo a girare di interno collo. Anche le punizioni, ad esempio, oltre di potenza le tiravo non proprio a foglia morta come Corso, diciamo che era una foglia po’ più viva. Ma bisogna pensare anche al resto. Sono alto 1 e 70 e ho fatto anche diversi goal di testa».
Calzi il 37. È vero che ti fabbricavano gli scarpini su misura?
«Vero. I rappresentanti della “Pantofola d’oro” si presentavano ai ritiri per far misurare le scarpe ai giocatori. Ma il mio numero non l’avevano. E allora prendevano la misura del mio piede e poi costruivano la scarpa nel laboratorio».
Gli anni del grande Catanzaro, 8° e 7° posto in A.
«Sì, con campionati a 16 squadre. Nell’80-’81 c’ero, nell’81-’82 sono andato al Napoli ma anche nell’81-’82 il Catanzaro ha fatto un bellissimo campionato. Poi passai in B al Como con Burgnich, spareggio per la A. Nell’86, a 33 anni, tornai al Catanzaro in C e vinsi la classifica dei cannonieri».
In A vicini all’area coppe…
«Non era come oggi che c’è un’inflazione di coppe, tornei e squadre…».
Tifosi infiammati.
«Nel 1971 prima promozione in serie A, prima squadra della Calabria ad andarci. I giovani di oggi non ricordano queste cose. Il passato serve per migliorare il presente. Oggi s’intende il calcio in un modo distorto e non va bene».
Il calcio di oggi, la Nazionale e il rapporto con i tifosi
Massimo, le guardi le partite in tv?
«La tv a pagamento non ce l’ho. Qualcuna la guardo. Ma ad audio spento. Con gli opinionisti a fianco dei telecronisti è da rabbrividire. La partita me la giudico da solo o con un amico. Pizzul, Martellini ti lasciavano fare le tue considerazioni».
Ricordiamo Emanuele Giacoia, corrispondente da Catanzaro di Tutto il calcio e 90° minuto?
«Come no, sono in contatto con il figlio Riccardo. Quando faceva le interviste era di un garbo e di una signorilità incredibili».
In quel momento d’oro ti arrivarono offerte da altri club?
«Sì, dalla Roma di Dino Viola che voleva parlassi con il mio presidente e anche dal Milan. Decisi poi di andare al Napoli ma trovai difficoltà, volevano tutto e subito».
Il 19 dicembre 1979 giocasti a Genova contro la Germania Ovest nella Nazionale sperimentale di Bearzot.
«Bearzot mi aveva fatto giocare nella nazionale C quando la allenò. Mi convocò per la partita contro la Germania, la mia unica apparizione nella nazionale maggiore».
Qualche rammarico? Non pochi ti avrebbero visto bene nella rosa dei 22. Magari con una magia da corner in maglia azzurra…
«Rammarichi non ne ho anche perché, a quei tempi, c’era gente come Paolo Rossi, Bettega, Pruzzo, Altobelli… Se fosse stato oggi magari potevo avere qualche speranza in più…».
Segui la nazionale?
«Sì, adesso che il mio amico Ranieri è diventato presidente del Club Italia. Sta cercando di riformare dalla base il calcio italiano. Mancini può essere simpatico o antipatico, ma l’anno prima di andare in Arabia ha fatto un record d’imbattibilità della nazionale. Dopo la sconfitta col Belgio troppe critiche, troppa cattiveria e, se posso dire, il calcio è malato in Italia anche per colpa dei giornalisti. Si passa dalle stalle all’altare con troppa facilità. Mancini ha portato una ventata di novità anche pescando dalla Under 21».
Lo segui talvolta il Catanzaro allo stadio?
«Certo, quando è stato dalle mie parti, a Cesena, Pescara, Terni, Ascoli io c’ero. Con Adriano Banelli, mio ex capitano, e un amico medico, ci andiamo. I tifosi mantengono un affetto straordinario per me. Persino a New York ho incontrato una famiglia che mi ha festeggiato. Ed è un amore reciproco. Sono appena stato alla festa del peperoncino a Catanzaro, ci andiamo sempre in vacanza al mare».
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