La Uefa smonta la balla dell’arbitro razzista
  • Psg-Basaksehir di Champions fu sospesa e rigiocata poiché il quarto uomo romeno indicò con «negru» un tesserato dei turchi. Ci fu uno tsunami d’indignazione, ma l’inchiesta disciplinare scopre l’acqua calda: in Romania significa «nero», nessuna offesa.
  • Fra le big solo la Roma vuole Sky. Lite in assemblea fra Enrico Preziosi e il vice dell’Udinese.

Lo speciale contiene due articoli.

Diciamocela tutta: quando si esagera con la foga ideologica prescrittiva, il rischio di vedere le cose per come si vorrebbe fossero, anziché per come effettivamente sono, è dietro l’angolo. Lo sport non fa eccezione. Ecco allora che, dopo un procedimento aperto dall’Uefa sulla partita di Champions League tra i francesi del Paris St. Germain e i turchi del Basaksehir, interrotta per un presunto epiteto razzista del quarto uomo Sebastian Coltescu ai danni del vice allenatore della squadra turca, il camerunense Webo, arriva il responso dell’ispettore incaricato. Coltescu non disse nulla di sanzionabile. Niente razzismo. L’episodio, avvenuto l’8 dicembre scorso, destò scalpore. Dopo un quarto d’ora di gioco, a causa di alcune azioni dubbie nell’area di rigore avversaria, la panchina del Basaksehir iniziò a protestare nei confronti dell’arbitro. Il direttore di gara, per capire chi fosse l’artefice delle maggiori proteste, chiese conforto al suo collaboratore, il romeno Coltescu, che non ebbe dubbi nell’indicare il responsabile: «Quello nero», disse, con puro intento partitivo, non ricordandone il cognome, mentre nello stadio vuoto risuonava ogni sillaba alle orecchie dei presenti. Il problema alla base dell’incidente diplomatico conseguente è che «nero» in romeno si dice «negru», vocabolo però privo dell’incombenza discriminatoria assunta in altri idiomi. La reazione di alcuni giocatori, primo tra tutti il senegalese del Basaksehir Demba Ba, fu fragorosa, culminata con il ritiro della compagine dal campo e la sospensione della gara, recuperata il giorno dopo. I social e la stampa si affrettarono a crocifiggere Coltescu. Oggi però arriva la riabilitazione: non constat de contumelia, se si volesse parafrasare in maniera maccheronica il Sant’Uffizio. Nessuna offesa a sfondo etnico. Recita il rapporto dell’ispettore Uefa: «Dalle prove video e audio disponibili, è stato stabilito che Coltescu e Sovre (il guardalinee, ndr) hanno usato le espressioni in lingua romena semplicemente per identificare il secondo allenatore del Basaksehir, Webo. Secondo il rapporto linguistico, l’espressione romena «quello nero» non ha connotazioni discriminatorie o negative. Inoltre, la parola «nero» è utilizzata dalle organizzazioni antirazziste e dai loro milioni di seguaci proprio per combattere la discriminazione. L’ispettore designato per l’etica e la disciplina ritiene che l’indagine su un possibile comportamento razzista sia terminata senza la necessità di un’azione disciplinare». Coltescu è sollevato: «Ringrazio coloro che hanno presentato la notizia dal primo momento nel modo giusto». Tutto a posto, dunque? In quel caso sì, ma l’episodio è stato seguito da altri analoghi.

Ha tenuto banco per una settimana la scaramuccia tra Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku durante i quarti di finale di Coppa Italia tra Milan e Inter. Anche lì, nessun episodio di razzismo, solo ruggini tra i due attaccanti esplose in una circostanza precisa. I microfoni piazzati ovunque e lo stadio deserto hanno contribuito a mettere in piazza uno scambio di battute che in circostanze diverse, con il pubblico, non sarebbe stato amplificato. E però per giorni c’è chi ha stigmatizzato il botta e risposta: Ibrahimovic che indaga ironicamente sulle pratiche rituali della famiglia Lukaku dandogli del «somaro» (nello slang inglese, si definisce così un calciatore forte fisicamente, ma scarso con i piedi), Lukaku che reagisce minacciando proiettili e insidie poco galanti alla consorte del campione svedese. Momenti triviali, non certo razzisti, che però hanno attirato addirittura l’attenzione del Codacons soltanto ai danni di Ibra, chiedendo la cancellazione della sua presenza come ospite a Sanremo. Forse non ricordando che le regole d’ingaggio degli sport agonistici contemplano, da sempre, una certa qual tensione testosteronica che nel campo nasce e si esaurisce. Senza essa, probabilmente l’Italia non avrebbe vinto i Mondiali del 2006. Nella circostanza, durante la partita, l’osannato Marco Materazzi fece saltare i nervi a Zinedine Zidane con insinuazioni poco lusinghiere nei confronti del mestiere della sorella, e il francese reagì piazzandogli una testata in pieno petto che gli costò l’espulsione. Non scordando la zuffa tra Antonio Conte, oggi allenatore dell’Inter, e il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, durante la semifinale di Coppa Italia di martedì scorso. L’addio sbattendo la porta di Conte agli juventini nel 2014 e il suo accasarsi sulla panchina dell’Inter l’anno scorso, hanno contribuito ad alimentare un forte malumore tra i due. Il dito medio di Conte rivolto alla dirigenza bianconera e gli insulti di Agnelli ai suoi danni, hanno certificato una rottura umana pressoché definitiva. La Procura della Federcalcio ha aperto un procedimento.

Ma al netto di situazioni volgarotte, il calcio si costituisce ancora oggi come il terreno delle appartenenze e delle diversità, che generano emozione, ricchezza culturale, talvolta sfottò. Bene fa chi, sui social e nelle sedi istituzionali, distingue tra la giusta necessità di drenarlo da ogni forma di vera discriminazione etnica, e quella di proteggerlo dagli apologeti della cancellazione linguistica e dell’appiattimento globale. Quelli che prescriverebbero non solo come dire e rinominare le cose, ma anche ciò che non si può più dire e talvolta nemmeno pensare, pena l’interdizione da ogni considerazione pubblica.


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