«Adesso bisogna far fuori il tiranno» (Daily Telegraph). Ferragosto come le Idi di marzo, anche se l’unico punto di contatto fra Gianni Infantino e Giulio Cesare è la calvizie, che il condottiero romano dissimulava con una corona d’alloro e il padrone del calcio esibisce come un pallone Trionda monocolore.
Uscito con l’ego ipertrofico dal Mondiale più fricchettone e circense della storia, il presidente della Fifa pensava di stare in sella al cavallo bianco e ha lanciato due idee deliranti: il prossimo torneo a 64 squadre (praticamente una fiera campionaria) e la nascita del Fifa Forward Enterprise, una società a scopo di lucro con il compito di vendere a fette la Coppa del mondo a investitori privati. Ieri ha smentito tutto, una Caporetto che anticipa una mozione di sfiducia chiesta dall’Uefa e un possibile siluramento.
La retromarcia è clamorosa. Quelle erano decisioni da imperatore autoincoronato («Dio me l’ha dato, il football, guai a chi me lo tocca») prese a picconate in quattro giorni dal pianeta del pallone. Ed oggi è lui ad avere Fifa, perché il regicidio è dietro l’angolo. Convinto di non avere avversari e illuso dalle passerelle alla Casa Bianca, dopo la finale a New York Infantino aveva tentato la spallata suprema: impadronirsi di un business da 15 miliardi di dollari (i ricavi del torneo in Usa, Canada, Messico) e lasciare le briciole al resto del mondo. Si sono ribellati tutti tranne l’Africa. Soprattutto si è messa di traverso l’Uefa del presidente sloveno Alexander Ceferin, cintura nera di karatè, abituato dai tempi della Superlega inventata da Florentino Perez e Andrea Agnelli (non proprio dei pivelli, quantomeno il primo) a parate e calci nei denti.
La rivolta dell’Uefa fa saltare il progetto di Infantino
«Proposta irresponsabile e indifendibile, questo modello non ha posto nel calcio e non lo legittimeremo mai. Con noi stanno tutte le 55 federazioni europee. Il Mondiale non è in vendita e noi non parteciperemo», ha tuonato da Ginevra. Poiché senza Spagna, Francia, Inghilterra, Germania, Norvegia, Portogallo, Olanda (dell’Italia si sono dimenticati) nessuna Coppa del Mondo vale più di un torneo dei bar, Infantino ha capito che l’aria era malsana. Ma Ceferin non aveva finito: «Finché lui non torna indietro, noi boicotteremo le competizioni della Fifa, a cominciare dal Mondiale femminile».
Le dimissioni interne e la retromarcia del presidente Fifa
Il Forward Enterprise ha provocato anche una ribellione interna: le dimissioni di Carlo Cordeiro, stretto collaboratore di Infantino, e l’indignazione del chief operational officer Fifa Kevin Lamour che, dicendosi pronto ad essere cacciato, ha dichiarato: «Quel che è stato annunciato e quel che è accaduto dietro le quinte in questi ultimi mesi è qualcosa di incredibile. Tutti sono stati ingannati. Questa omissione vile e questo esercizio unilaterale del potere sono inqualificabili». Allarme rosso, aumentato d’intensità quando anche la Concacaf (41 federazioni nordamericane, dal Canada alle Antille) e l’Asia intera – roccaforte elettorale del presidente italo-svizzero – hanno voltato le spalle allo pseudo-monarca.
Ieri l’uomo che chiamò hydration break una vagonata di spot in mezzo alle partite e fece cancellare – con incedere da Fracchia – la squalifica di Folarin Balogun dopo telefonata di Donald Trump, ha spiegato con un sorriso da paresi facciale: scusate scherzavo. «Dopo aver ascoltato attentamente tutti i punti di vista, è emerso chiaramente che il progetto ha creato divisioni di una natura tale che, a prescindere dal livello di supporto, non è più nell’interesse dell’obiettivo prefissato. Il nostro scopo è sempre stato unire e migliorare. Di conseguenza, questa proposta non verrà portata avanti».
La fiducia è finita: Infantino ora rischia la sfiducia
Uno sdeng epocale, uno stridio di freni a un centimetro dal baratro. Con Ceferin vero vincitore del braccio di ferro, rappresentante dell’unica Europa davvero unita, quella del pallone. Capace di difendere la tradizione, imporre scelte con la pistola sul tavolo, mettersi di traverso nei confronti di chiunque, consapevole di aver creato un potere granitico e coeso che Ursula Von der Leyen, con i suoi balbettii da Mary Poppins senza ombrello, neppure si sogna. Infatti il primo comunicato di felicitazioni arriva dall’Uefa, ma più che un gesto di pace è una dichiarazione di guerra.
«Apprendiamo con soddisfazione il blocco del progetto. L’Uefa ringrazia tutti i tifosi, le leghe, i club, i giocatori, le associazioni e le confederazioni che si sono opposti a quell’idea, insieme ai numerosi primi ministri, capi di Stato e commentatori che hanno ricordato al presidente della Fifa che il calcio non è in vendita». Ma il siluro di Ceferin arriva in fondo: «La Uefa annuncia di aver perso la fiducia nel presidente Infantino che, con i suoi più stretti collaboratori sul piede di guerra, sembra più debole di quanto non sia mai stato. Questa è una vittoria per tutto il gioco ma non deve essere la fine della storia. La proposta è sparita, il compito di ricostruire la fiducia nella Fifa è appena iniziato».
Disarcionato da Ceferin, per Infantino tira aria di ghigliottina. Dieci anni di presidenza buttati a mare, con una mozione di sfiducia ufficiale e una riconferma molto in bilico nel 2027. Tutto ciò impensabile fino a qualche mese fa, quando si pavoneggiava facendo collezione di selfie con i potenti della Terra. Ora i numeri dicono che 137 dei 211 Paesi della Fifa gli hanno voltato le spalle. Parola d’ordine, far fuori il tiranno. Baracconate e tiki-taka verbali non bastano più.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >