«Un capitano, c’è solo un capitano…». Per chi ha avuto la fortuna e l’onore di veder giocare Franco Baresi a San Siro negli anni del grande Milan, il numero 6 non è stato soltanto un difensore. Era il punto dal quale cominciava il gioco, l’uomo che governava la squadra senza bisogno di alzare la voce (ha sempre parlato poco il numero 6 del Milan), il capitano che avanzava di qualche metro e con un braccio ordinava a tutta la difesa di seguirlo. Bastava quel gesto.
E Mauro Tassotti, FIlippo Galli e Paolo Maldini o Billy Costacura obbedivano. Così gli avversari finivano in fuorigioco, lo stadio tratteneva il respiro e il Milan ripartiva. Baresi sembrava conoscere l’azione prima ancora che accadesse. La curva sud lo acclamava di continuo, con tanto di bandiera dedicata. E quel coro intonato di continuo lo ha accompagnato per anni. «Un capitano, c’è solo un capitano».
Con lui se ne va uno dei più grandi calciatori italiani di sempre, ma soprattutto una delle ultime bandiere di un calcio nel quale si poteva ancora trascorrere un’intera carriera con la stessa maglia. Vent’anni al Milan, quindici da capitano, 719 partite ufficiali e una fedeltà che non venne mai meno, neppure quando restare significava scendere in Serie B e condividere il momento più umiliante nella storia del club. Sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tre Supercoppe europee e quattro italiane raccontano solo in parte ciò che rappresentò. Perché Baresi non fu semplicemente un calciatore vincente: fu l’uomo che accompagnò il Milan dall’inferno della cadetteria al dominio sul calcio mondiale. Due anni fa gli era stato diagnosticato un tumore al polmone. Era stato operato. Sembrava stare meglio. Si era fatto vedere anche a San Siro. A febbraio aveva anche portato la torcia olimpica in occasione delle Olimpiadi Invernali. Ma poi è arrivata la ricaduta. Si è spento all’Humanitas il 31 luglio.
Il Milan ha annunciato la sua scomparsa su X. “La Storia del Milan è in lacrime per la scomparsa di Franco Baresi. Il suo esempio – si legge – e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del DNA e del cammino di tutto il Club. Le condoglianze che AC Milan porge alla famiglia tutta di Franco Baresi sono le stesse che ogni tifoso rossonero fa a sé stesso in un’ora così dura”.
Franco Baresi era nato l’8 maggio 1960 a Travagliato, nella campagna bresciana, in una famiglia contadina. Il pallone arrivò in un’infanzia semplice e presto dolorosa. Perse la madre ancora ragazzo e, alcuni anni più tardi, anche il padre, morto in un incidente stradale. Franco, i fratelli e le sorelle rimasero orfani. Fu la sorella maggiore Lucia a prendersi cura della famiglia. Da quella vita imparò il senso del lavoro, del sacrificio e della responsabilità.
Anche il calcio, inizialmente, sembrò respingerlo. Suo fratello Giuseppe era già stato scelto dall’Inter e Franco provò a seguirlo. I tecnici nerazzurri, però, lo giudicarono troppo piccolo e gracile. Fu infatti soprannominato «il piscinin», il piccolino in dialetto milanese. Gli dissero di tornare l’anno successivo. Lui attraversò idealmente Milano e si presentò ai provini del Milan. Non convinse subito neppure lì, ma insistette fino a essere preso. Fu uno dei più clamorosi errori di valutazione nella storia dell’Inter e la più grande fortuna sportiva del Milan. Giuseppe sarebbe diventato capitano nerazzurro, Franco capitano rossonero: due fratelli sulle sponde opposte della stessa città.
Nils Liedholm comprese prima degli altri ciò che aveva davanti. Lo fece debuttare in Serie A il 23 aprile 1978, a Verona, quando Baresi aveva diciassette anni. La stagione successiva gli affidò il ruolo di libero titolare, preferendolo a giocatori più esperti. A diciotto anni Franco vinse lo scudetto della stella, l’ultimo campionato di Gianni Rivera. Era magro, non particolarmente alto e lontanissimo dal modello del difensore costruito sulla forza fisica. Compensava con tutto ciò che non si poteva misurare: intuito, velocità di pensiero, senso della posizione, coraggio e capacità di guidare i compagni.
La gloria durò poco. Nel 1980 il Milan venne retrocesso per lo scandalo del Totonero. Baresi non era coinvolto e avrebbe potuto andarsene, ma rimase. La squadra risalì, retrocesse nuovamente nel 1982, questa volta per i risultati del campo, e lui scelse ancora di non abbandonarla. A ventidue anni gli consegnarono la fascia di capitano. Mentre altri campioni cercavano società più ricche e palcoscenici più prestigiosi, Baresi ripartì dalla Serie B. È probabilmente lì, più che nelle notti delle Coppe, che nacque il suo mito.
Quando Silvio Berlusconi acquistò il Milan nel 1986 e Arrigo Sacchi arrivò in panchina l’anno seguente, il capitano era già pronto a guidare la rivoluzione. Sacchi spostò la difesa in avanti, ridusse gli spazi e trasformò il fuorigioco in un’arma offensiva. Baresi ne divenne l’interprete perfetto. Accanto a Mauro Tassotti, Alessandro Costacurta e Paolo Maldini costruì quella che molti considerano la più grande linea difensiva della storia. Non aspettava l’attaccante: lo anticipava. Non liberava soltanto l’area: usciva palla al piede, impostava e dettava i tempi. Era l’ultimo uomo e insieme il primo regista.
Il Milan di Sacchi conquistò l’Europa nel 1989 e nel 1990, travolgendo il Real Madrid e battendo nella finale di Barcellona al Camp Nou la Steaua Bucarest. Baresi alzò due Coppe dei Campioni consecutive e portò il club sul tetto del mondo. Con Fabio Capello arrivarono altri scudetti, la serie di 58 partite di campionato senza sconfitte e la notte di Atene del 1994, quando il Milan, privo proprio degli squalificati Baresi e Costacurta, demolì per 4-0 il Barcellona. Anche assente, il capitano era dentro quella squadra: ne aveva costruito l’identità, l’ordine e la sicurezza. Dopo un Napoli Milan, Maradona scambiò con lui la maglia e la indossò entrando negli spogliatoi del San Paolo. A chi gli chiedeva perchè lo avesse fatto, il numero dieci argentino disse. «E’ la maglia del miglior difensore del mondo». I filmati si possono ancora vedere su Youtube.
Nel 1989 arrivò secondo al Pallone d’Oro, dietro Marco van Basten e davanti a Frank Rijkaard. Un podio interamente milanista. Quel premio individuale, forse l’unico riconoscimento davvero mancante, non poteva però spiegare la grandezza di un giocatore che aveva fatto della rinuncia all’individualismo la propria forza. Baresi non aveva bisogno di segnare per decidere le partite. Il suo spettacolo consisteva nel togliere agli altri il tempo, lo spazio e, spesso, persino la speranza di arrivare in porta.
Anche la storia con la Nazionale fu attraversata dalla gloria e dal rimpianto. Nel 1982 diventò campione del mondo in Spagna, ma senza giocare un minuto, chiuso nel ruolo di libero da Gaetano Scirea. Il rapporto con Enzo Bearzot si deteriorò e Baresi non partecipò al Mondiale del 1986. Con Azeglio Vicini diventò finalmente il padrone della difesa azzurra. A Italia ’90 giocò tutte le partite e segnò il proprio rigore nella semifinale di Napoli, ma l’Argentina di Maradona eliminò gli Azzurri e trasformò il Mondiale di casa in un’incompiuta. L’Italia concluse al terzo posto.
Quattro anni dopo arrivò la notte che riassunse tutta la sua carriera: il coraggio, il dolore e la sfortuna. Durante il Mondiale statunitense del 1994 si infortunò al ginocchio contro la Norvegia. Venne operato immediatamente e tutto lasciava pensare che il torneo fosse finito. Ventidue giorni dopo, invece, entrò in campo al Rose Bowl di Pasadena per la finale contro il Brasile. Giocò centoventi minuti quasi perfetti, comandando la difesa con un ginocchio appena operato e fermando Romário e Bebeto. Poi si presentò sul dischetto per il primo rigore dell’Italia e calciò alto.
Quando la finale terminò con la vittoria brasiliana, Baresi pianse. Furono lacrime quasi sorprendenti sul volto di un uomo che in campo aveva sempre nascosto ogni emozione. Nell’immaginario collettivo quel rigore è stato spesso oscurato dall’errore conclusivo di Roberto Baggio. Eppure proprio il contrasto tra la partita straordinaria del capitano e quel pallone spedito sopra la traversa rende Pasadena uno dei momenti più umani della storia del calcio italiano. Baresi aveva compiuto un’impresa soltanto per arrivare fino a quel dischetto. La sorte gli negò l’ultima ricompensa.
Con l’Italia totalizzò 81 presenze e un solo gol, indossando la fascia dal 1991 al 1994. Fu campione del mondo nel 1982, terzo nel 1990 e vicecampione nel 1994: oro, bronzo e argento in tre edizioni diverse. Gli mancò la possibilità di alzare una Coppa del Mondo da protagonista, così come gli mancò la Coppa Italia con il Milan, persa in due finali. Piccole assenze in una bacheca immensa, ma anche le crepe attraverso le quali si comprende meglio il campione.
Si ritirò nel 1997, a trentasette anni, quando il fisico non gli permetteva più di recuperare come prima. Il Milan decise di ritirare la sua maglia numero 6, gesto fino ad allora sconosciuto nel calcio italiano. Due anni dopo i tifosi lo elessero “Milanista del secolo”.
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