Il capolavoro della famiglia Sinner: in casa l’unico mostro è Jannik
Jannik Sinner esulta con la sua famiglia (Ansa)

Questo è un elogio della famiglia fuori posto. I Sinner, il clan di Jannik. Fuori posto davanti alle telecamere. Davanti ai riflettori. Fuori posto nel royal box del centrale di Wimbledon, che infatti hanno evitato, declinando l’invito.

«Lo sapevo, non sono stupito», ha confessato il numero 1 del mondo che li conosce bene. Hanspeter e Siglinde, due genitori atipici nel mondo del tennis e dello sport in generale. Due genitori timidi e, perciò, riservati, ritrosi, mai un’intervista, un’apparizione in primo piano. Giusto in tribuna, per qualche finale, in Europa.

Ma anche lì ci stanno scomodi. «Ho visto che la mamma si è allontanata due volte, non è facile per lei», ha rivelato Jannik sul prato dell’All England Club dove aveva appena trionfato per il secondo anno di fila.

L’emozione è troppa e la mamma scappa nelle retrovie per contenere la tachicardia. Avete presente certi genitori che assiepano le tribune dei campetti di provincia di calcio che, appena il loro rampollo si distingue tra gli allievi o i giovanissimi, non esitano a supportarlo con tifo sfrenato, urla e proteste e, se non bastano, abbandonano anche loro le tribune, ma per aggredire l’arbitro o qualche avversario poco ossequente verso il talento del loro ragazzo prodigio?

I Sinner no. Sono timidi, di una timidezza adorabile e salutare. Salutare per loro, innanzitutto, perché li preserva dall’invadenza dei media e del circo Barnum annesso. Ma salutare e protettivo anche per il fenomeno che hanno in casa ma che da quando è adolescente non sta più in casa perché è andato a studiare tennis alla scuola di Riccardo Piatti. Insomma, il talento è un dono, un regalo della natura, o della Provvidenza, che non va posseduto né strumentalizzato.

I Sinner sembrano saperlo bene, loro che prima hanno adottato un figlio dalla Russia perché dai loro geni non arrivava, ma poi è arrivato eccome. E pensiamo che sensibilità e quanta naturalezza serva per tirare su due figli, il primo adottato che poi si vede crescere a fianco un fenomeno planetario. Pensiamo che equilibrio ci voglia, che capacità di dosare le attenzioni senza preferenze e differenze tra un numero 1 mondiale e Mark che fa l’istruttore dei vigili del fuoco e ora vorrebbe prendere il brevetto per guidare gli elicotteri.

I Sinner stanno in disparte perché sanno che il talento va rispettato e coltivato adeguatamente. Si posizionano nell’emisfero opposto di tanti, troppi, genitori presenzialisti e invadenti. Agenti, manager, coach dei loro ragazzi. Ricordate Emanoul Aghassian, nato in Iran, naturalizzato americano con il nome di Mike Agassi, scomparso nel 2021, e primo allenatore tiranno di André Agassi, raccontato dall’ex numero 1 (grazie alle cure di Darren Cahill) nella celebre autobiografia Open, che così comincia: «Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore». Merito e demerito del padre coach, non il primo di una lunga serie.

La storia recente del tennis è costellata di genitori allenatori. Sono spesso rapporti complessi e burrascosi, come quello tra Venus e Serena Williams e papà «King Richard», raccontato nel film Una famiglia vincente. Il padre o la madre (come nel caso di Judy Murray, coach di Andy prima di farsi da parte) con un passato o un presente da tennista o maestro, proietta sul figlio allievo competenze e aspirazioni.

Alexander Zverev senior allena stabilmente il figlio Sascha, ora con la consulenza di Toni Nadal, zio di Rafa, dopo che negli anni si sono defilati Juan Carlos Ferrero, Ivan Lendl e David Ferrer. Stefano Cobolli, giunto al numero 236 delle classifiche mondiali, resiste sulle montagne russe alla guida del figlio Flavio, ora nella top ten. Bryan Shelton, arrivato fino al numero 52, segue il figlio Ben, anche lui tra i primi dieci del mondo. Molto tormentato è il rapporto tra Stefanos Tsitsipas e Apostolos, sebbene la tennista professionista di famiglia sia stata la moglie Julia Salnikova.

Tuttavia, fu il padre a smettere di insegnare per allenare Stefanos e seguirlo in giro per il mondo. Dopo il breve intervallo con Goran Ivanisevic nel 2025, è tornato al comando il papà, dal quale Stefanos si è nuovamente separato prima di Wimbledon, annunciando l’assunzione di Patrick Moratoglou. Poi c’è la sfilza di genitori presenzialisti, alcuni più controllati, come quelli di Novak Djokovic e di Carlos Alcaraz, altri più smaniosi, come quelli di Matteo Berrettini.

Hanspeter Sinner, che pure gioca a tennis, si tiene fuori e continua a svolgere il suo abituale lavoro di cuoco in Val Fiscalina, così come mamma Siglinde gestisce un piccolo residence in zona. «Auguro a tutti i bambini di avere la libertà che ho avuto io», ha detto Jannik dopo aver vinto gli Australian open nel 2025. «Vorrei che tutti avessero dei genitori come i miei, non mi hanno mai messo sotto pressione e mi hanno permesso sempre di scegliere».

Mica facile, in una terra di alpinisti, sciatori e montagne dominanti, dove lo sport è un’espressione di verticalità e di relazione con la natura, lasciare che tuo figlio dedichi la sua vita al tennis, una disciplina ultra competitiva, nella quale le risorse decisive scaturiscono dall’interiorità di chi la pratica. Merito di una certa timidezza, forse. E della consapevolezza che il talento è un dono.

A volte, essere fuori posto, vuol dire anche saper stare al proprio posto.

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