osvaldo bagnoli
Osvaldo Bagnoli (Getty Images)

«Se cercate i ladri, sono di là». Novembre 1985. Questa frase la disse Osvaldo Bagnoli, allenatore del Verona a fine partita. Una partita che decretò la «radiazione» di un arbitro, il francese Wurtz. Ne aveva combinate troppe in quel ritorno di ottavi di finale di Coppa dei Campioni. Stadio Comunale di Torino, porte chiuse, derby italiano: Juventus-Verona 2-0. Un risultato bugiardo che più bugiardo non si può, figlio di una direzione di gara ignobile.

A fine partita, per la rabbia, nello spogliatoio gialloblù volano parole grosse. E qualcos’altro. Un vetro finisce in frantumi. Le forze dell’ordine accorrono e bussano alla porta. Apre Bagnoli e con quella calma piena di rabbia risponde appunto: «Se cercate i ladri, sono di là». Nel suo mondo infatti c’erano solo uomini, con valori e umiltà, i suoi tratti distintivi. I segni particolari di un uomo che ieri, a 91 anni, è venuto a mancare. E che mancherà a chiunque ami il calcio. A qualsiasi latitudine, in ogni epoca.

Aveva tanti soprannomi Bagnoli: il Mago della Bovisa, perché lui era nato nel quartiere operaio milanese il 3 luglio 1935. E poi Gianni Brera lo chiamava Schopenhauer, come il filosofo tedesco, per il suo cipiglio e lo sguardo che diceva tutto senza parlare. Da ragazzo per tanti era invece Zaso, un mix che fondeva la sua zazzera e il naso, inconfondibile. Quel naso però aveva fiuto. Sentiva le persone, allenato a distinguere gli odori umani dai fumi e dalle polveri delle fabbriche che circondavano la sua casa nella periferia meneghina. Ha fatto l’operaio in una ditta di cinture, è stato ragazzo di bottega in un tappetificio e infine addetto ai lavabo in una ditta di ceramiche. Giocava anche al calcio e un giorno, pensando anche ai soldi, salutò la fabbrichetta per scommettere sul pallone, anche se il suo fisico non era scultoreo.

Iniziò al Milan, anni ’50. «Ti diamo 35.000 lire al mese: con la meccanica hai chiuso», gli disse il team manager. Lui corse a casa a festeggiare perché sentì che, finalmente, aveva smesso di faticare. Vinse anche uno scudetto. E a dargli lezioni c’era Juan Alberto Schiaffino, che si lamentava quando l’Osvaldo sbagliava, ma la risposta, come tutte le risposte del ragazzo della Bovisa, fu tagliente: «Se facessi tutto come vuoi tu, non sarei Bagnoli, ma Schiaffino».

Dopo il Milan va al Verona, dove incontra l’amore della vita, la Rosanna. Si innamorano guardando al cinema Arianna con Audrey Hepburn e Gary Cooper. La sposa e dalle nozze nasceranno due figlie: Francesca e Monica, cieca dalla nascita.

Bagnoli però gira: Udinese, Catanzaro, Spal, Verbania. Appende gli scarpini al chiodo e inizia a indossare la divisa da allenatore: d’inverno cappotto pesante, cappello scaccia-sinusite e pantaloni comodi con la piega, mentre il completo estivo consisteva in braghe corte con polo o camicia a maniche rigorosamente corte. Allena Como, Rimini, Fano, con il quale conquista la promozione in C1, poi due anni a Cesena, con la promozione in A, per poi tornare in B con il Verona. E lì inizia quel decennio che consegna l’Hellas e Bagnoli alla storia. Promozione, sesto posto, Coppa Uefa, scudetto. Il 12 maggio 1985 il mister operaio, con una squadra considerata di scarti e stranieri dal dubbio valore (Briegel ed Elkjaer) compie l’impresa calcistica più importante dal Dopoguerra: far diventare campione d’Italia una provinciale.

Nessuno ci credeva, mezza Italia – quella delle grandi – pensava e sognava che quel Verona a un certo punto scoppiasse. E invece no. Non sapevano che la notte di San Silvestro alcuni giocatori e il mister avevano siglato il famoso «patto di Cavalese», in montagna al ristorante «La pelle dell’orso», quella che si erano venduti troppo presto giornaloni e presidentoni delle big. Nessun contratto, nessun discorso, solo sguardi d’intesa.

La cavalcata verso la storia si cementò in quel Capodanno. E alla fine il tricolore arrivò, passato alla storia anche con un gol segnato da Elkjaer alla Juve senza una scarpa. Nella stagione della maxi nevicata, con le più grandi stelle mondiali in campo, ma con gli arbitri sorteggiati e non designati. Bagnoli rimase al Verona fino al 1990, retrocedendo in B all’ultima giornata, sfiorando il miracolo di salvarsi con una squadra cambiata completamente. Via da Verona sbarcò al Genoa. E pure sotto la Lanterna rossoblù scrisse la storia: raggiunge le semifinali di Coppa Uefa, eliminato dall’Ajax, dopo aver battuto il Liverpool, vincendo ad Anfield Road.

Lo chiama poi l’Inter. Mega rimonta, fa tremare il Milan invincibile di Capello. Ma l’anno successivo qualcosa non va: alcuni senatori dello spogliatoio non lo seguono e il presidente Pellegrini lo manda via. «Si vergogni», gli risponde il Mago della Bovisa. E dopo qualche anno il presidente nerazzurro si pentirà. Chissà se pure Berlusconi si era pentito di non averlo preso. Ma la leggenda vuole che al Cavaliere piacesse poco in quanto «comunista». In realtà Bagnoli ha sempre votato socialista, come il padre. Come un operaio della Bovisa.

Ora l’Osvaldo non c’è più e con lui scompare per sempre quell’idea di calcio operaio, umile, di poche parole, di valori, di semplicità e di emozioni tenute dentro, di uomini tutto d’un pezzo. Com’era lui. Una leggenda.

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