A volte il meglio può essere nemico del bene. Il concetto preso in prestito da un celebre aforisma di Voltaire è la trappola in cui rischia di cadere la nuova Figc targata Giovanni Malagò, Paolo Maldini e Leonardo.
Il blitz del weekend a Barcellona per incontrare Pep Guardiola dimostra infatti che l’interesse azzurro per il tecnico catalano non era fantamercato, né una semplice suggestione giornalistica. La trattativa è stata reale e concreta. Tuttavia, l’idea di puntare pubblicamente al top di gamma espone la scelta del nuovo commissario tecnico a un rischio non da poco. Per quanto un tentativo simile sia un segnale di enorme ambizione, le ultime indiscrezioni dicono che il sogno sia destinato a infrangersi presto contro la realtà. Guardiola avrebbe infatti ribadito la volontà di prendersi una pausa dopo gli anni vissuti ad altissima intensità, e questa Italia, francamente, non sembra in grado di fargli cambiare idea.
È proprio qui che si nasconde l’insidia più sottile: esporsi deliberatamente a un rifiuto così illustre può trasformarsi in un boomerang. Nel momento in cui l’obiettivo principale sfuma, chiunque venga chiamato dopo – per quanto valido, esperto o vincente – rischia di vestire i panni scomodi e ingiusti del semplice ripiego. Accadrebbe con tutti gli altri candidati oggi sul tavolo, i quali finirebbero inevitabilmente per essere visti sotto una prospettiva diversa. Antonio Conte rappresenta probabilmente il profilo che offre maggiori garanzie nell’immediato. Stefano Pioli sembra aver perso quota negli ultimi giorni, mentre Andrea Pirlo rimane la scommessa più rischiosa e al tempo stesso anche quella che divide maggiormente tifosi e addetti ai lavori. Per non parlare di Roberto Mancini. L’ex ct campione d’Europa nel 2021, aveva già un accordo di massima con Malagò, ma Maldini e Leonardo avrebbero manifestato delle perplessità legate al divorzio rumoroso consumatosi nell’estate del 2023.
Questo non significa che il tentativo sia stato sbagliato in assoluto. Anzi. In un momento storico così complicato per il calcio italiano, è quasi doveroso interrogarsi sulla possibilità di affidarsi al migliore. A maggior ragione al termine di un Mondiale che ha visto due big come Germania e Francia cambiare guida tecnica e affidarsi a due pesi massimi come Jürgen Klopp e Zinedine Zidane, chiamati a sostituire rispettivamente Julian Nagelsmann e Didier Deschamps. Decidere di affidarsi a Guardiola significherebbe scegliere molto più di un allenatore. Lo spagnolo è un simbolo del calcio moderno, di quel giochismo che ormai fa gola a molti. Un personaggio capace di accendere l’entusiasmo di un intero movimento e di restituire immediatamente prestigio a una maglia che negli ultimi anni ha perso parte del proprio fascino, soprattutto tra i calciatori. Anche se si tratterebbe del primo ct straniero della storia azzurra, il suo arrivo aumenterebbe inevitabilmente il senso di appartenenza al progetto azzurro, rendendo la sola convocazione ancora più prestigiosa agli occhi dei giocatori. Pochi allenatori al mondo possono vantare un’autorevolezza simile. Oltre a ciò, se davvero l’obiettivo della nuova governance federale è quello di rifondare il calcio italiano, un profilo alla Guardiola potrebbe anche essere ideale per avviare una rivoluzione culturale. Non solo per la sua idea di gioco, ma anche per la sua ossessione per il lavoro sul campo e la sua capacità di valorizzare i talenti più giovani in un progetto di lungo periodo. Il problema è che il calcio delle Nazionali segue logiche completamente diverse rispetto a quelle dei club. Guardiola è forse l’allenatore che più di ogni altro ha bisogno del tempo per incidere sui propri giocatori. Le sue squadre sono il prodotto di allenamenti quotidiani, di meccanismi provati all’infinito e di princìpi tattici assimilati nel corso dei mesi. Dal Barcellona al Manchester City, il suo calcio è sempre stato costruito un dettaglio alla volta. Una Nazionale, invece, è quasi l’esatto contrario. I giocatori si ritrovano poche volte all’anno e il commissario tecnico ha pochissimo tempo per lavorare. Deve semplificare, adattarsi alle caratteristiche della rosa e ottenere risultati nel minor tempo possibile. Per questo il miglior allenatore del mondo non è necessariamente anche il miglior ct possibile. A maggior ragione se parliamo dell’Italia di oggi.
Gli azzurri non devono semplicemente tornare a giocare bene. Devono ricostruire un’identità e, soprattutto, evitare l’incubo di un’altra mancata qualificazione ai Mondiali. Serve un progetto credibile, capace di accompagnare la crescita di una nuova generazione di calciatori senza pretendere miracoli nel giro di pochi mesi. Ma in fondo, il paradosso di questa vicenda è tutto qui.
Guardiola rappresenta probabilmente il meglio che il calcio mondiale possa offrire. Ma non sempre il meglio coincide con ciò di cui si ha realmente bisogno. Soprattutto se dopo averlo inseguito, il prezzo da pagare è quello di un rifiuto, con tutte le altre opzioni sullo sfondo che diventano inevitabilmente un piano B.
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