- Circa 1.000 ex professionisti e molti iridati di Spagna 1982 chiedono trasparenza sulla gestione del fondo dove hanno versato i contributi: «I conti non tornano». La replica: «Il patrimonio è superiore ai potenziali riscatti».
- L’ex centrocampista Giuseppe Dossena: «All’attuale sindaco di Verona chiedo se è normale che non possiamo neanche consultare i bilanci».
Lo speciale contiene due articoli
Di quanto si è rivalutata la mia liquidazione? È possibile sapere come vengono investiti i contributi che ho messo da parte durante la vita lavorativa? È possibile ritirarli? A quanto ammonta «il capitale dormiente», cioè la liquidità versata e mai «ritirata» dagli aventi diritto? Sono queste alcune delle domande che molti ex professionisti (anche allenatori) rivolgono ai responsabili al fondo di fine carriera dei calciatori, avendo, a quando pare, poche risposte.
La denuncia arriva dalla società di consulenza Offside FC che ha avuto mandato da circa 1.000 ex professionisti, che hanno calcato i campi soprattutto in serie A e B, e pretendono adesso maggiore trasparenza e rispetto di un diritto elementare per qualsiasi metalmeccanico, colletto bianco o dirigente aziendale: avere notizie chiare sulle loro pensioni. Tra questi ci sono decine di nomi noti, non pochi ex campioni del mondo, ma soprattutto una marea di ex atleti professionisti che non hanno mai guadagnato le cifre iperboliche che girano nel calcio oggi.
Ci sono i campioni del mondo di Spagna 1982 con Giuseppe Dossena, Fulvio Collovati e Marco Tardelli in prima fila nella chat degli iridati della banda Bearzot con il fondo che è diventato un frequente argomento di discussione. Oppure Thomas Berthold, difensore di Verona e Roma che il suo mondiale lo ha vinto nel 1990 con la Germania contro l’Argentina di Maradona. E poi Emiliano Viviano (portiere tra le altre di Bologna, Sampdoria, Fiorentina e Arsenal) e Lorenzo Marronaro (attaccante di Lazio, Udinese ed Empoli). Loro fanno parte della schiera, ancora piuttosto ristretta, di chi la faccia ha deciso di mettercela. Ma esistono anche tanti altri campioni, conosciuti al grande pubblico, che per un motivo o per un altro preferiscono evitare di esporsi.
«Il fondo», spiega alla Verità Andrea Ferrato, amministratore di Offside FC, la società che sta portando avanti le istanze dei circa 1.000 professionisti di cui sopra, «è nato nel 1975 e si è alimentato negli anni grazie alla trattenuta in busta paga del 7,5% dello stipendio di qualsiasi giocatore contrattualizzato nei campionati professionistici con una massimale di circa 8.000 euro annui. Come succede per qualsiasi contratto di lavoro, ai fini della liquidazione, questi contributi si rivalutano ogni anno dell’1,5% più il 75% del tasso. Noi abbiamo controllato centinaia di posizioni e nella maggior parte dei casi non c’è rispondenza tra quanto i giocatori hanno versato e le cifre corrisposte o da corrispondere».
Il punto è che il bubbone si sta allargando e ogni giorno che passa nuovi ex che in tanti casi neanche sapevano dell’esistenza del fondo chiedono aiuto a Ferrato. «La liquidazione», continua il consulente, «non viene erogata in automatico, ma si muove solo in seguito a una complicata trafila burocratica. Insomma, è evidente che esistono tantissime posizioni dormienti che oggi anche grazie alla nostra battaglia si stanno svegliando».
I calciatori dal canto loro chiedono a Figc, Aic e Assoallenatori di battere un colpo. Sono le istituzioni che hanno la rappresentanza del fondo.
Risposte? «La Figc», interpellata dalla Verità, «evidenzia di aver appreso della questione a mezzo stampa e che non ha mai ricevuto richieste di chiarimento per via ufficiale». Mentre il commercialista Guido Amico Di Meane che ha un ruolo importante nel fondo spiega alla Verità: «C’è un equivoco di base. Questo fondo non eroga il Tfr, ma l’indennità di fine carriera, che è una prestazione di carattere previdenziale e in applicazione delle norme statutarie non è soggetto a rivalutazione. C’è invece un riconoscimento degli avanzi di gestione che annualmente il cda ha sempre deliberato. Quanto? Tenga conto che il fondo, dal 2000, ha distribuito ai propri iscritti mediamente più dell’82% degli avanzi di gestione». E la mancanza di chiarimenti a chi chiedeva lumi sulla propria posizione? «A me non risulta. Abbiamo risposto inviando a tutti l’estratto della posizione contributiva storica, dove sono indicate nel dettaglio: le società, lo stipendio, il massimale in vigore, l’importo del contributo versato e l’avanzo di gestione annualmente riconosciuto». L’altro punto è l’opacità rispetto agli investimenti. Dove finiscono i contributi dei calciatori? «Nessuna opacità. Innanzitutto», continua Di Meane, «posso dirle che il patrimonio del fondo è superiore a quanto dovuto per chi ha versato e non ancora ritirato l’indennità. Sulla gestione il cda ha dato poteri di ordinaria amministrazione al presidente (Leonardo Grosso ndr) e taluni poteri, sempre di ordinaria amministrazione, al sottoscritto. Per investimenti di natura mobiliari ci avvaliamo di un advisor, ma chiaramente tutte le decisioni più importanti vengono prese in cda. I criteri da seguire per gli investimenti sono, comunque, indicati nell’articolo 18 dello Statuto. Ad oggi gli investimenti mobiliari sono ripartiti per la maggior parte in obbligazioni e titoli di Stato (più dell’80%), il 3% in azionario e il restante in fondi flessibili e alternativi. Oltre agli investimenti mobiliari il fondo ha dal 1993 una partecipazione totalitaria nella Sport Invest 2000 Spa, società di investimenti immobiliari che ha un patrimonio superiore alla partecipazione».
Tutto chiaro? Non proprio. Nelle risposte di Di Meane che ci ha chiesto domande scritte, e quindi in assenza di un reale contraddittorio, non si parla del contenzioso in corso con Emiliano Viviano che ha ottenuto dal tribunale di Roma un decreto ingiuntivo per poter ispezionare e prendere visione dei bilanci. E del fatto che anche di fronte al decreto il fondo ha fatto muro opponendosi. Così come il commercialista non evidenzia che il fondo è un’associazione non riconosciuta e senza scopo di lucro (come i sindacati) e ha quindi maggiore autonomia e meno obblighi verso l’esterno.
E viene fatta poca chiarezza sulla Sport Invest, la società di gestione immobiliare, operativa dal 1996 (3 dipendenti) con lo scopo di diversificare gli investimenti nell’immobiliare. Nel cda ci troviamo lo stesso Di Meane e Francesco Ghirelli, vicepresidente della Figc, oltre al presidente dell’associazione dei calciatori, Umberto Calcagno, e al dg della stessa Aic, Giannantonio Grazioli. Alla guida Leonardo Grasso, che presiede anche il fondo, e Renzo Ulivieri suo vice. Di Meane non dice per esempio che anche il bilancio 2024 ha chiuso in perdita (203.000 euro i compensi per gli amministratori e 52.000 quello dei sindaci) e non chiarisce la percentuale sul totale degli investimenti immobiliari che per natura necessitano di tempi lunghi di liquidazione e possono presentare criticità in caso di richieste in massa di riscatti.
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