Flop e spocchia, ma Gravina resiste. Poltrona da mezzo milione all’anno
Gabriele Gravina (Imagoeconomica)
  • Il presidente della Figc, al secondo fallimento Mondiale, non si dimette e dileggia gli azzurri vincenti negli altri sport: «Ma loro sono dilettanti». Anche Abodi lo sfiducia sperando in un «sussulto di dignità».
  • Il campione del mondo 1982 Beppe Dossena a gamba tesa sul sistema che sta governando il pallone: «Riforme mai avviate e associazioni complici. Appena 400 euro a chi allena i ragazzi?»

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Lo ha già cacciato un intero Paese, manca solo qualcuno che gli dia la cattiva notizia. Sfiduciato da 60 milioni di commissari tecnici, Gabriele Gravina resiste in trincea meglio della difesa azzurra in Bosnia. Nessuna presa di coscienza, nessun sussulto di dignità. Per il presidente federale quel bambino che da 12 anni non vede l’Italia ai Mondiali di calcio (scusate per la metafora più stucchevole dell’anno) può anche diventare maggiorenne. Contano solo la sua poltrona e il Millechiodi per incollarci i glutei. Così il giorno dopo somiglia curiosamente al giorno prima: volto di marmo e scaricabarile da satrapo democristiano. «La crisi è grande, bisogna ridisegnare il calcio. Si parla della Figc come unico attore ma ci sono le Leghe, i club, la politica». E poi le gomme bucate, le cavallette come in quella scena con John Belushi.

A buttare la palla in tribuna Gravina è un fuoriclasse. Ma sono trascorse 24 ore dalla disfatta epocale (seconda personale, la Macedonia del Nord è stato l’altro suo capolavoro) e lui è ancora lì. Almeno Carlo Tavecchio dopo il crollo contro la Svezia di otto anni fa se n’era andato a testa più o meno alta. Lui no, rimanda e si appella al Consiglio federale che un anno fa lo rielesse con il 98% dei voti, stile Vladimir Putin. Difficile pensare di rinunciare a 240.000 all’anno dalla Figc e quindi anche ai 250.000 come vicepresidente Uefa.

Questa volta la faccenda è seria e con lui dovrebbe andarsene tutto il cucuzzaro. Ieri la sede della Federcalcio è stata pure vandalizzata: uova marce contro il muro d’ingresso, vicino allo stemma, e aiuole distrutte. Un segnale di insofferenza assoluta. Le pressioni dal mondo sportivo, politico e dai suoi sponsor (Giancarlo Abete prima di tutti) sono forti e già oggi è previsto un summit interno con tagliole sparse nell’erba alta. Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è il primo a smarcarsi: «Oggi la Nazionale è un giocattolo in mano ai bambini». E lancia la candidatura dell’evergreen Giovanni Malagò.

Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, non ha intenzione di fare prigionieri: «Tre Mondiali senza l’Italia, è una sconfitta definitiva. Non è un giorno normale e non può bastare lo scaricabarile. Bisogna rifondare il calcio mettendo in discussione tutto, il vertice della federazione deve assumersi le sue responsabilità. Se non lo fa potrei essere costretto, insieme al Parlamento, a prendere decisioni che vorrei lasciare a loro». Poi il siluro definitivo a Gravina: «Prima ancora del ruolo del Consiglio c’è quello della coscienza individuale, e questo mi sembra non emergere. Tavecchio e Abete ebbero un sussulto di dignità. Chiedergli le dimissioni personalmente? Penso di sì. Al di là del garbo istituzionale quello che ho detto è già abbastanza chiaro». Sintesi da titolo: vattene subito.

A peggiorare la situazione del presidente Gravina è arrivata l’uscita «nonsense» nella conferenza stampa dopo il tracollo. In pieno marasma da eliminazione, alla domanda sul motivo per cui il calcio perde e gli altri sport vincono, aveva dichiarato: «Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici. Sport di Stato, tolta Arianna Fontana sono tutti dipendenti dello Stato». Tecnicamente non fa una piega ma è come spararsi sui piedi, come far sentire di Serie B chi porta l’Italia in trionfo.

La reazione è una valanga. Francesca Lollobrigida, due ori olimpici un mese fa: «Allora sono una dilettante…». Federica Pellegrini: «I veri professionisti siamo noi». Gimbo Tamberi: «Dilettanti allo sbaraglio». Mattia Furlani: «Questo discorso ammazza i valori dello sport. Non è solo un insulto al calcio ma a tutto lo sport italiano». Durissimo Andrea Bargnani, ex cestista Nba: «La massima espressione di professionismo sarebbe la Serie A che ha chiuso il 2025 con un buco di mezzo miliardo… Non mi sono mai sentito più professionista di chi fa salto in alto per le Fiamme Oro allenandosi 8 ore al giorno». Irma Testa, pugile medaglia olimpica a Tokyo: «Guadagno meno dei cuochi e delle tate dei calciatori ma gareggio e vinco, mentre loro fanno brutte figure. Forza Italia, la pasta e Toto Cutugno».

Siamo al teatro delle marionette e Gravina è ancora lì. Incapace di gestire il calcio che cambia, responsabile di due eliminazioni sanguinose, offensivo nei confronti dello sport italiano che conquista ori, coinvolto in inchieste giudiziarie per autoriciclaggio, appropriazione indebita, dossieraggio. E pure insignificante nei palazzi che contano, visto che per la partita della vita l’Italia si è vista assegnare un arbitro antipatizzante come il francese Clément Turpin, che non vedeva l’ora di fischiare chirurgicamente contro gli azzurri. Un disastro.

Con lui dovranno prendere la porta d’uscita i deludenti Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci. Per non parlare del ct Gennaro Gattuso, forse il meno responsabile ma mediocre di suo in panchina. Perché non basta «perdere con umanità». È la fine di un ciclo, è la fine di tutto. L’ha capito perfino Russell Crowe, tifoso dell’Italia, che ha commentato: «È un’alba buia, mi sento male per tutta la nazione». L’hanno capito anche i sassi, tranne il numero uno.

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