• Per la prima volta ai Giochi i maschi non operati gareggeranno contro le femmine, purché per un anno mantengano il testosterone sotto una certa soglia. Ma le colleghe si ribellano. E anche le opinioniste femministe iniziano ad ammettere: «È la morte dello sport».
  • I soldati verranno divisi in base alla biologia. Vietate dal 12 aprile altre transazioni.

Lo speciale contiene due articoli

Che c’entra la prevenzione di infortuni e malattie degli atleti con gli sportivi transessuali? Chiedetelo al Comitato olimpico internazionale (Cio), il quale si offre di finanziare progetti di ricerca che, appunto, spaziano dalla protezione dagli infortuni, agli atleti trans, alla salute mentale. La nostra, vista la confusione in cui rischiamo di piombare in vista delle Olimpiadi del 2020 in Giappone. Secondo le linee guida del Cio, infatti, gli sportivi transgender possono gareggiare con le donne anche se non sono nemmeno operati.

La questione in ballo è oramai arcinota: è giusto che un atleta (senza l’apostrofo) competa per una medaglia come se fosse un’atleta (con l’apostrofo)? Non è una discussione sul sesso degli angeli, E nemmeno sul gender degli uomini. Il punto è che chi è nato maschietto ha una certa massa muscolare, una certa carica ormonale, una certa struttura fisica che gli conferisce un sistematico vantaggio sulle colleghe femmine. Realtà che le bandiere arcobaleno non bastano a obliterare. Parecchie sportive ed ex sportive, non a caso, sono sul piede di guerra.

La Verità si è occupata recentemente della ex campionessa di tennis Martina Navratilova. Lesbica, icona Lgbt, ma pronta a definire «un folle imbroglio» l’idea di lasciare che atlete transgender competano accanto alle donne biologiche. Su di lei, ovviamente, si era abbattuta la fatwa degli attivisti, come la ciclista trans Rachel McKinnon, coautrice di una ricerca che pretende di smontare la tesi del vantaggio strutturale dei maschi biologici. L’associazione Athlete ally l’aveva accusata di omofobia (in pratica, la Navratilova discriminerebbe sé stessa). Alla fine, l’ex tennista era stata costretta a fare ammenda: «Non intendevo dare a nessuno dell’imbroglione», si era giustificata sul suo sito, «ma solo rifarmi al caso teorico di chi cambiasse genere, magari temporaneamente, per ricavarne un mero vantaggio competitivo».

Alla campionessa, comunque, era arrivato il sostegno di altre atlete: ad esempio, l’ex maratoneta Paula Radcliffe, o la mezzofondista e oro olimpico Kelly Holmes. Nel frattempo, la ciclista transgender McKinnon aveva trovato una nuova nemica da mettere alla berlina: la nuotatrice Sharron Davies, rea di aver twittato: «Credo ci sia una fondamentale differenza tra il sesso in cui si è nati e il genere con cui ci si può identificare. Per proteggere lo sport femminile, chi gode di un vantaggio in quanto maschio non dovrebbe poter gareggiare contro le donne». In pratica, la Davies ha preso la tesi Lgbt della differenza tra sesso e genere, rivoltandola contro i suoi creatori: proprio perché il vostro fisico non coincide con i vostri desideri, voi maschi trans non avete il diritto di gareggiare come se aveste il corpo di una donna. Ma le regole, appunto, cosa dicono? Facciamo un passo alla volta per non perderci nel labirinto gender. In base alle linee guida, approvate già nel 2016 dal Comitato olimpico, le donne «transitate» al genere maschile possono gareggiare contro gli uomini biologici, anche se non hanno subito interventi chirurgici per la «riassegnazione di genere». Per gli atleti nati maschi ma diventati donne ci sono alcune restrizioni. Devono certificare di «identificarsi» con il genere femminile e non possono modificare questa dichiarazione per almeno quattro anni. E già qui uno si chiede: allora un atleta può partecipare a un’Olimpiade come donna e a quella successiva come uomo? Il secondo requisito riguarda i livelli di testosterone: meno di 10 nanomoli per litro nei 12 mesi precedenti alla prima gara. Limite che da aprile 2018 si discute se abbassare a 5 per litro. Thomas Bach, presidente del Comitato olimpico, aveva affermato che la questione era «in agenda», ma finora non è stato apportato alcun cambiamento alle linee guida. Dunque, per gli sportivi transgender, pure non operati, è già possibile prendere parte a una competizione olimpica. Sebbene, finora, nessuno di loro abbia ancora partecipato alle Olimpiadi.

Le donne, comunque, anche in prospettiva di un’ulteriore stretta sulla «mascolinità» dei loro aspiranti avversari, non sono affatto convinte che sia legittimo sdoganare le atlete transgender.

Sono proprio le femministe quelle che sembrano più risolute a opporsi a questa specie di sanatoria. Su The Federalist, Jessica Gulmire scrive che lasciar gareggiare i trans «in qualunque categoria con la quale si identifichino, senza che debbano subire un intervento chirurgico, sancirà la fine degli sport femminili, almeno per quanto riguarda le donne biologiche (donne che hanno le mestruazioni e ghiandole mammarie funzionanti)». Già, perché oramai è necessario specificarlo: le donne sono proprio quelle là, quelle con le loro «cose», quelle che sono in grado di partorire. E su Unherd, Meghan Murphy, autrice canadese che, per intenderci, ha fondato un blog dal titolo Feminist current, ha sentenziato che «le atlete trans si prendono gioco degli sport femminili». Come ha ricordato la Muprhy, infatti, «diminuire il livello di testosterone per un anno non cambia il corpo al punto tale da annullare il vantaggio intrinseco che deriva dall’essere biologicamente maschio. Non cambia le ossa, gli arti o gli organi. Non riduce la massa muscolare a un livello tale da rendere il corpo uguale a quello di una donna. Questi uomini continueranno a essere più grossi e più forti».

Ecco. Pure chi normalmente avalla l’ideologia gender, ha capito che la fantasia sta annientando la realtà. E che un’Olimpiade con i maschi che fanno le donne sarebbe la morte dello sport, l’ultimo consesso al mondo in cui la natura conta ancora qualcosa. Se ci vedessero, chissà che direbbero gli antichi greci. Loro, che le Olimpiadi le hanno inventate.

Alessandro Rico

Da non perdere