Ci eravamo inginocchiati troppo presto. Così siamo arrivati tutti un po’ lunghi nell’allestire processi di primo grado, appello e cassazione, indossando le magliette da calcio quando il giudice vero non aveva ancora indossato la toga. Nella più perfetta consuetudine italiana (che risale ai tempi di Tangentopoli) avevamo già messo il cappuccio da Ku-Klux-Klan in testa a Francesco Acerbi, condannato da un sabba mediatico che dovrebbe essere studiato nelle aule di giurisprudenza ma anche di sociologia. Tutto questo fino a ieri, quando – con il passo grave che le è consueto – è arrivata l’unica sentenza che conta. E Acerbi è stato assolto dalle accuse di razzismo mossegli, oltre che da Juan Jesus, dalla sempre più feroce coscienza collettiva.
Il giudice sportivo Gerardo Mastrandrea (ora destinato ad essere glorificato o massacrato in base al tifo) ha semplicemente scritto che non ci sono abbastanza prove per dimostrare la colpevolezza del calciatore dell’Inter. Ha sottolineato di non essere riuscito a raggiungere il «livello minimo di ragionevole certezza» per far cadere sull’eventuale colpevole una condanna di 10 giornate, una sospensione di mesi, perfino una radiazione, come il tribunale dei social aveva già stabilito da giorni con la sicurezza inappellabile di dieci, cento, mille Piero Calamandrei prestati al football.
I cardini della sentenza del giudice sportivo sono tre. Uno: «La sequenza dei fatti, ricostruita in base ai documenti ufficiali, con l’ausilio del direttore di gara e comunque visibile in video, è compatibile con l’espressione di offese rivolte, peraltro non platealmente (con modalità tali cioè da non essere percepite dagli altri calciatori, dagli ufficiali di gara o dai rappresentanti della procura a bordocampo) dal giocatore dell’Inter». Due: «L’offendente non le ha disconosciute nel loro tenore offensivo e minaccioso (da qui le scuse, ndr). Ma il contenuto discriminatorio risulta essere stato percepito dal solo calciatore offeso». Tre: «La condotta discriminatoria, per la sua intrinseca gravità e intollerabilità quando riferita alla razza, al colore della pelle o alla religione della persona, deve essere sanzionata con la massima severità a norma del codice di giustizia sportiva. Ma occorre che l’irrogazione di sanzioni così gravose sia assistita da un benché minimo corredo probatorio, o quanto meno da indizi gravi, precisi e concordanti».
In questo caso il contesto è decisivo e il giudice ha tenuto conto di una realtà oggettiva: oggi con decine di telecamere, videocamere, smartphone che fissano ogni secondo di una partita di calcio, labiali compresi, sarebbe praticamente impossibile sfuggire al frame decisivo, illuminante. Lo sanno per primi i calciatori, che si mettono la mano davanti alla bocca anche per indicare chi batterà un calcio d’angolo. Nonostante il Truman Show permanente nulla di rivelatore è emerso, e Mastrandrea non se l’è sentita di far rotolare la testa di Acerbi in ossequio a una verità precostituita. Questo non significa arrendersi al razzismo, una battaglia di civiltà che riguarda tutti e va proseguita con serietà (e con l’esempio di Mike Maignan a Udine). Significa che in un sistema garantista vale ancora il cardine del diritto romano, «in dubio pro reo».
I fatti sono noti e sono scheletrici. Tutti hanno visto, rivisto, scannerizzato, decostruito, inserito nei vetrini del microscopio, il diverbio avvenuto al 13’ minuto del secondo tempo di Inter-Napoli, al termine del quale Juan Jesus ha detto all’arbitro Federico La Penna di avere ricevuto un insulto razzista («Vai via nero, sei solo un negro»). Lo stesso difensore brasiliano, al termine, aveva aggiunto in un’intervista che il calciatore dell’Inter «era andato un po’ oltre con le parole» ma si era reso conto di aver esagerato e si era scusato. «Sono cose di campo e finiscono lì, la questione è superata». Poi, quando ha saputo che l’altro aveva negato l’insulto razzista (e per non fare la figura del bugiardo), aveva rilanciato su Instagram le accuse.
Acerbi, che non è un filosofo situazionista e neppure un fine palleggiatore, ha cominciato a pagare subito un pedaggio importante al giudizio del popolo. Cacciato dalla Nazionale, isolato da qualche compagno di squadra (vedi Marcus Thuram), con la prospettiva di finire la carriera con il bollo d’infamia: tutto prima della sentenza. È molto più comprensibile ciò che è avvenuto dopo. Soprattutto la reazione indignata della prima vittima dell’ordalia, Juan Jesus, che ieri ha cambiato la foto del suo profilo Instagram, mettendo il pugno chiuso del Black Power, lo stesso reso celebre da Tommie Smith e John Carlos sul podio alle Olimpiadi di Mexico 68. Il Napoli ha affiancato legittimamente il suo calciatore con un comunicato che trasuda delusione: «Restiamo basiti. Non aderiremo più a iniziative di mera facciata delle istituzioni calcistiche contro il razzismo e le discriminazioni. Continueremo a farle da soli».
A costo di passare per un Ponzio Pilato nella Settimana santa, il giudice sportivo Mastrandrea ha avuto coraggio. Non ha fatto surf sull’enorme onda (per niente anomala) del conformismo dominante. Non ha tenuto conto dei pareri a caldo dei cosiddetti esperti da talk show. Non ha ribaltato l’onere della prova che il mondo del pallone gli chiedeva a gran voce nei giorni della Nazionale e della rabbia. Quando sembrava di essere tornati alla stagione dei professionisti dell’antimafia biasimati da Leonardo Sciascia, per i quali «il sospetto è l’anticamera della verità».
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