Renexia nasce nel 2011 come naturale evoluzione della divisione Energie rinnovabili del Gruppo Toto. Siamo un’azienda italiana che opera a livello internazionale: immaginiamo, sviluppiamo, costruiamo e gestiamo impianti e tecnologie per produrre energia. Il nostro tratto distintivo è il Metodo Renexia, basiamo il nostro agire su quattro pilastri: innovazione, metodo scientifico, inclusività e condivisione, sostenibilità.
L’Italia e l’eolico offshore galleggiante
L’Italia può diventare leader mediterranea dell’eolico offshore galleggiante?
«Sì, e il Mediterraneo oggi è la vera opportunità grazie al possibile utilizzo della tecnologia galleggiante che ci permette di installare turbine in acque profonde, lontano dalla costa, dove il vento è più forte e l’impatto paesaggistico è zero. Nello scenario che assumiamo come riferimento, ossia il Pniec slow di Terna e Snam, il fabbisogno elettrico nazionale cresce da 311 TWh nel 2025 a 347 TWh nel 2030, fino a 404 TWh nel 2040 e 583 TWh nel 2050. In questo quadro di consumi, l’eolico offshore galleggiante non è un’aggiunta marginale, è strutturale e può sostenere una politica industriale nazionale capace di tenere insieme sicurezza energetica, riduzione delle emissioni, occupazione qualificata, sviluppo del Mezzogiorno e rafforzamento della manifattura italiana. Med Wind, a 80 km dalla costa siciliana, con i suoi 2,8 GW e una produzione stimata di 9 TWh all’anno, è la dimostrazione concreta che l’Italia può guidare il Mediterraneo».
La filiera industriale italiana
La sfida energetica è anche una sfida industriale. Cosa rischia l’Italia se importa le tecnologie?
«È una storia che ricorda quella del 1911, quando Churchill fece passare la Royal Navy dal carbone britannico al petrolio estero per guadagnare velocità e autonomia. Fu una scelta che spostò il confine della vulnerabilità creando una dipendenza da una fonte non disponibile nel Paese, il petrolio. La lezione è la stessa: la performance serve ma, senza la profondità del sistema industriale che la sostiene, crea una dipendenza e per questo limita la sovranità del Paese. Si rischia di fare nuovamente ciò che l’Europa ha già fatto con il gas dopo il 2022: ha ridotto la dipendenza diretta dalla Russia, una mossa necessaria, ma non ha creato autonomia. Ha sostituito una relazione bilaterale, terrestre e visibile con un’esposizione marittima, contrattuale e globale. Il Gnl ha comprato tempo, non ha dato controllo».
La transizione rischia di creare nuove dipendenze se l’Italia non costruisce anche una propria filiera industriale?
«La transizione non riguarda solo quanta energia produciamo, ma dove costruiamo la capacità industriale per produrla. Il vero tema non è solo installare turbine, è costruirle in Italia. Altrimenti la decarbonizzazione diventa una semplice sostituzione di dipendenze. Moltiplicare i fornitori riduce il rischio del singolo venditore, ma non dà controllo su terminali, impianti di liquefazione, metaniere, stoccaggi, prezzi marginali e concorrenza asiatica. L’Europa resta esposta anche quando non è destinataria diretta, perché paga il prezzo marginale, i trasporti, le assicurazioni. Se importiamo gli strumenti della nostra autonomia come trasformatori, cavi, acciai elettrici, batterie, semiconduttori di potenza ed elettrolizzatori, potremo consumare elettricità più decarbonizzata, ma non controlleremo i mezzi per produrla, trasportarla, immagazzinarla e difenderla».
L’eolico offshore dà più garanzie?
«Gli esempi sono già sotto gli occhi: per il raggiungimento degli obiettivi di installazione di nuovo fotovoltaico servirebbero circa 1.500 kmq di territorio, con le resistenze che conosciamo, eppure l’Europa produce solo il 25-30% dei moduli che installa ogni anno, pochi GW di celle e quasi zero polysilicon e wafer, a fronte di una domanda 2025-2026 di oltre 60 GW. Con la filiera italiana dell’eolico offshore, con i 20 GW installati al 2050 previsti da Terna, parliamo invece di investimenti complessivi per circa 60 miliardi di euro, 65 miliardi di valore aggiunto attualizzato per l’economia nazionale e maggiore occupazione per circa 30.000 addetti. Il costo di produzione oggi è di circa 145 €/ MWh, allineato a un ciclo combinato a gas con il costo del gas a 40 €/MWh e più conveniente con il gas attualmente oltre i 60 €/MWh. L’eolico offshore è la vera e unica tecnologia ponte disponibile in attesa del nucleare di nuova generazione, che non sarà disponibile in tempi brevi».

InVento Italia e il progetto industriale
InVento Italia è un progetto energetico o di politica industriale?
«È un progetto di politica industriale. La transizione energetica viene spesso raccontata come un costo. Renexia, invece, la pone come occasione di reindustrializzazione del Paese. Con la controllata InVento Italia è in sviluppo un impianto industriale capace di produrre in Italia turbine eoliche, pale e altre componenti essenziali. Un investimento di oltre 350 milioni di euro che, a regime, garantirà oltre 3.000 nuovi posti di lavoro altamente qualificati. Imparando dal passato, nel 1941 non fu la sua flotta a salvare la Gran Bretagna, fu la profondità produttiva americana, il Lend-Lease, fatto di acciaierie, raffinerie, cantieri, ferrovie. La sovranità non si misura sulla velocità delle navi, ma sulla solidità dei sistemi che le tengono in mare».
La transizione rischia di essere frenata dalla contrapposizione tra fonti?
«Sì, se si alterano i mix ottimizzati da Terna. Il mix Terna slow non è un esercizio teorico: tiene conto dell’equilibrio orario tra domanda e offerta, della stabilità di rete in termini di frequenza e tensione, dei vincoli di rete e del livello economicamente ottimale di accumulo. Alterare quel mix comporta costi aggiuntivi sia di investimento che di gestione. L’incremento delle rinnovabili non programmabili richiede un investimento importante in accumulo per limitare l’overgeneration, cioè lo spreco di energia per mancata sincronia con la domanda. La transizione non può essere affidata a una singola tecnologia. Attivare un mix equilibrato è una necessità strategica per sicurezza degli approvvigionamenti, stabilità dei prezzi, competitività, indipendenza e riduzione delle emissioni. In questo quadro, l’eolico marino galleggiante ha tutte le carte in regola per diventare uno dei pilastri del mix energetico nazionale».
Gas, fusione e sovranità energetica
Perché investire anche nel gas?
«Il gas viene spesso rappresentato come antagonista delle rinnovabili. Renexia propone invece un approccio complementare. Il progetto GasHub prevede l’approvvigionamento di Lng dagli Stati Uniti e la rigassificazione attraverso gli impianti già esistenti in Italia, con l’obiettivo di rafforzare sicurezza energetica e diversificazione delle fonti».
La fusione nucleare è ancora una promessa?
«Se l’eolico offshore rappresenta la risposta per i prossimi 20 anni, la fusione potrebbe rappresentare quella per la seconda metà del secolo. Renexia ha sviluppato una cooperazione pluriennale con la canadese General fusion sulla tecnologia Magnetized target fusion (Mtf). Nel giugno 2026 è stato annunciato un accordo quadro per valutare il dispiegamento commerciale della tecnologia in Italia. In prospettiva la fusione rappresenta una fonte pulita, continua e programmabile. Roosevelt diceva: “Buona politica è fare il meglio che si può con ciò che si ha nel tempo in cui si è”. Oggi vento e sole del Mediterraneo sono ciò che abbiamo: tecnologie mature, economicamente sostenibili, immediatamente dispiegabili. L’atomo, se la politica sarà previdente, lo sarà in qualche lustro e contribuirà in prospettiva a renderci indipendenti dal gas».
Guardando al 2050, qual è l’ambizione di Renexia?
«Più che un semplice sviluppatore di impianti, Renexia si presenta oggi come una piattaforma industriale che combina infrastrutture energetiche, manifattura avanzata, approvvigionamento energetico e tecnologie di frontiera. Su questo l’Europa deve spingere con determinazione per la propria sovranità: costruire una filiera che sappia sfruttare i beni che già possiede: vento, sole del Mediterraneo, l’ingegneria e la manifattura italiana, il know-how nucleare italo-francese. Senza disperderne altri»
La transizione sarà credibile solo se sarà industriale?
«C’è un’immagine di pochi mesi fa che vale più di qualunque analisi geopolitica: Trump e Xi fianco a fianco in piazza Tiananmen, il padrone dell’energia accanto al padrone della capacità produttiva e delle materie prime, che costruiscono un nuovo equilibrio mondiale. L’Europa non c’è, non come peso strategico, non come voce autonoma. Questa assenza non è un accidente: è il risultato di decenni di dipendenza delegata, di sovranità appaltata».
Come si riconquista la sovranità?
«La sovranità, nel mondo che viene, non sarà assenza di dipendenza, ma capacità di produrre, proteggere, durare e proiettarsi verso il futuro. Serve una logica di lungo periodo anziché quella del profitto a breve, con un nuovo patto tra una politica credibile e una classe imprenditoriale più coraggiosa. Le rinnovabili per arrivare al nucleare, il nucleare per non essere dipendenti dal gas. Torniamo a essere protagonisti del nostro futuro».