Dieci anni; un tempo sufficiente per fare bilanci e adeguato per fare previsioni, per guardare avanti. Dieci anni, tanti quanti ne compie la Verità, che ha diverse affinità con questa storia: rompere gli schemi per immaginare, costruendolo giorno per giorno, il futuro. Lo facciamo con Federico Vecchioni, presidente esecutivo di BF spa e amministratore delegato di BF international. Che è l’uomo che ha cambiato la percezione dell’agricoltura: da cenerentola dell’economia, guardata anche con sufficienza da chi ritiene che sia un settore assistito e trascurabile, ad asset fondamentale per lo sviluppo dialogando da pari a pari con la finanza.
Com’è stato possibile e con quale indirizzo strategico?
«Quando nel 2014 abbiamo acquisito da Banca d’Italia Bonifiche Ferraresi avevamo chiaro un progetto: trasformare una delle più grandi e produttive aziende agricole in un vettore di valore che potesse attrarre capitale finanziario, dando però assoluto protagonismo all’agricoltura. Pareva un’utopia, anzi così è stata da molti giudicata e accolta. Ebbene, Bonifiche Ferraresi si è trasformata in BF, rimanendo quotata in Borsa, e il mercato ha compreso il valore strategico di questo progetto a trazione agricola che, gestito con le migliori tecnologie, mette in sinergia il lavoro agricolo, la trasformazione, la distribuzione, supportati da ricerca e continua innovazione. Va però detto che senza il supporto e l’apporto di capitale finanziario questa integrazione, che è un asset strategico mediterraneo, non si sarebbe potuta fare».
Nei numeri c’è la testimonianza di questo percorso coraggioso e innovativo?
«Nell’ultima quotazione Bonifiche Ferraresi, che era a listino fin dal ’47, spuntava qualcosa al di sotto dei 2 euro. Oggi BF ha una quotazione di 5,78 euro per azione e la capitalizzazione è di 1,4 miliardi. Ma questi sono i numeri della Borsa, stiamo peraltro pensando di quotarci anche su altri mercati, i numeri operativi sono ancora più espliciti. Abbiamo un valore della produzione di Gruppo che è attorno ai 3 miliardi di euro, abbiamo distribuito un dividendo importante che è poi ciò che si deve fare per sostenere l’alleanza col capitale finanziario, e soprattutto un Ebitda che è cresciuto nel 2025 rispetto all’anno precedente del 29%, pari a 124 milioni. L’Ebitda (è il margine operativo lordo che indica quanto rende un’azienda basandosi solo sulla gestione operativa ndr) è l’indicatore su cui gli investitori finanziari misurano la profittabilità di un investimento e la nostra strategia operativa è incentrata su questo risultato».
La terra come infrastruttura di valore
Per paradosso, però, BF e BF international non hanno enormi proprietà fondiarie…
«L’innovazione sta proprio in questo: noi lavoriamo per infrastrutturare la terra. Con la ricerca, con le pratiche agronomiche migliori, con l’infrastrutturazione finanziaria per generare valore. Se dobbiamo acquisire, e lo abbiamo fatto di recente con la Fratelli Martini, lo facciamo non per immobilizzare nella terra, nella proprietà fondiaria, ma per generare valore attraverso l’operatività. Tutto il Gruppo BF è orientato a questo risultato. Si potrebbe dire che con la finanziarizzazione della filiera, che è composta da produzione agricola, che deve avere il primato, trasformazione, distribuzione e innovazione abbiamo moltiplicato il valore agricolo».

Si può dire che trasformate lo stock, il capitale fondiario, in flusso? È una dinamizzazione del valore agricolo?
«Noi siamo un grande gruppo agroindustriale italiano che opera a livello globale, l’unico a trazione agricola. Noi valorizziamo il capitale fondiario attraverso l’integrazione di filiera. Non è un caso se i Paesi africani, mediorientali e quelli dell’America Latina si rivolgono a noi. In questo senso siamo andati oltre il piano Mattei. Quei Paesi hanno compreso la potenza e la complessità di BF (BF international opera nella internazionalizzazione), che si esprime attraverso una competenza globale capace di generare valore».
Agricoltura, sovranità alimentare e sicurezza
Ma il suo primo valore è sempre la terra? In Italia un precursore dell’idea di rendere dinamico il valore della terra fu Raul Gardini…
«Fare paragoni è sempre difficile in contesti così diversi. Certamente Gardini fu un uomo che vedeva lontano. Analizzando la sua visione c’è una differenza importante: noi oggi non pensiamo alla sola trasformazione del prodotto agricolo. Sia chiaro: attraverso ricerche come quella sui materiali organico-minerali, che presuppongono anche una valorizzazione della zootecnia, noi esploriamo nuovi orizzonti di business e contemporaneamente sviluppiamo un progetto che risponde a una esigenza: creare un attore della gestione delle proteine animali in area mediterranea di cui c’è estremo bisogno. La centralità agricola però resta indiscussa».
Non pare pensarla così l’Europa, che non fa molto per difendere la sua sovranità alimentare, né sembrano averlo compreso quelli che dicono: «L’agricoltura? È settore assistito…
«La sovranità alimentare è indispensabile: significa sicurezza, ma anche pace. Senza agricoltura, e a Bruxelles lo sanno bene, non c’è sovranità alimentare. Una prova? Gli Emirati Arabi destinano all’agricoltura fondi superiori a quelli della Pac. Ma per avere una vera sicurezza alimentare bisogna costruire l’intera filiera, per questo BF è un operatore agroindustriale e dell’alimentazione globale. Quanto al settore assistito, a me non piace il lamento. Abbiamo perciò dato vita a un gruppo che ha stabilito un’alleanza paritetica con i grandi capitali finanziari, con i fondi sovrani. Indispensabili per crescere e per coltivare la sicurezza alimentare».
Il futuro passa dai giovani
Il futuro dunque è ancora la terra? Vale anche per i giovani?
«Certamente il futuro dell’umanità passa per una gestione moderna e sostenibile delle terra. Ma serve mettere al centro del percorso dei giovani la formazione: le competenze che servono nel futuro sono immense per campi di esplorazione, e i giovani sono i coltivatori di queste competenze. Resta che la centralità agricola e degli agricoltori è insostituibile. Sì, il futuro, anche per difendere l’ambiente, anche per uno sviluppo compatibile, è coltivare e amare la terra».