- Aveva 25 anni e viveva a Brescia, ma è stata sgozzata in Pakistan dai famigliari perché aveva rifiutato il matrimonio combinato. Una connazionale ha svelato l’orrore, i due sono stati arrestati nel Gujrat.
- Il caso di Hina e le altre vittime del fanatismo islamico. La ventenne uccisa nel 2006 e sepolta con la testa rivolta alla Mecca. Ma il massacro si estende ben oltre la provincia bresciana.
Lo speciale contiene due articoli.
Sembra quasi che dorma, prigioniera di un sonno profondo. Nelle immagini del funerale islamico che hanno cominciato a circolare sul Web, il viso di Sana Cheema è incorniciato da un drappo candido. I suoi grandi occhi orientali e la bocca sottile sono chiusi, attorno alle guance le hanno deposto dei fiori color porpora. Sembra che stia sognando, ma il suo corpo è già gelido. E l’ovale del viso che sbuca dal sudario è una tragica finzione. Non vediamo al di sotto del mento, non vediamo il collo sottile. Perché è lì che si sono accaniti il padre e suo fratello.
In Pakistan – il Paese che a Sana ha dato i natali e soprattutto la morte – ogni anno centinaia di ragazze fanno la stessa fine. Alcune vengono arse vive. Altre sgozzate come capretti. A Sana hanno aperto la gola perché si era rifiutata di seguire gli ordini della famiglia. Non voleva sposarsi con l’uomo, più vecchio di lei, a cui avevano deciso di darla in moglie. Lei rifiutava la tradizione, il padre e il fratello hanno voluto seguirla, ammazzandola.
Lo chiamano «delitto d’onore», e fino al 2016 era sostanzialmente depenalizzato. I parenti che uccidevano una donna potevano evitare condanne, a patto che venissero perdonati dagli altri famigliari. Poi, un paio d’anni fa, il Parlamento ha approvato una legge che vieta la pratica. Di fatto, però, l’usanza tribale di massacrare la femmina riottosa non è stata sradicata, e a farne le spese è stata questa ragazza di 25 anni che adesso giace da qualche parte nella regione del Gujrat.
Sana Cheema era nata in Pakistan ma era cresciuta in Italia, a Brescia. Era arrivata da bambina assieme ai genitori. Aveva frequentato le scuole in città, aveva trovato lavoro in un’autoscuola di via Bevilacqua. Si era costruita una vita, insomma. «Ha fatto la scuola a Verolanuova. Ha abitato a Verolanuova. Con i suoi familiari», ha scritto sui social network chi conosceva questa fanciulla con i capelli lunghi e lo sguardo profondo.
I suoi genitori avevano anche ottenuto la cittadinanza, ma qualche tempo fa hanno deciso di spostarsi ancora, e si sono trasferiti in Germania. Sana era rimasta qui, e a quanto pare non aveva nessuna intenzione di trasferirsi altrove. Sembra che avesse conosciuto qualcuno, un ragazzo italiano, forse era intenzionata a sposarlo, o magari voleva semplicemente frequentarlo per un po’ e vedere se le cose potevano funzionare.
Non gliel’hanno permesso. I suoi genitori e suo fratello avevano altri piani in mente per lei. Volevano che sposasse un suo connazionale, probabilmente un quarantenne o comunque un uomo più grande, che lei forse nemmeno conosceva. Questa è l’usanza del Paese islamico, e rimane appiccicata anche a chi si trasferisce in Europa.
Quando Sana si è opposta, l’hanno fatta tacere con una lama. Hanno aspettato che tornasse in patria. La giovane si trovava lì da un paio di mesi, per quella che doveva essere una vacanza come tante altre: un soggiorno per salutare i famigliari rimasti all’estero. Ma l’ultima tappa del viaggio è stato il lago di sangue.
Esattamente come avvenne, nel 2006, a Hina Saleem, dolce mora di appena 19 anni. Anche Hina viveva in provincia di Brescia, a Ponte Zanano. Suo padre l’ha ammazzata perforandola venti volte con un coltello da cucina e l’ha sepolta nel giardino di casa, con la testa rivolta alla Mecca, macabro omaggio a una cultura di violenza. Pure in quel caso i famigliari approvavano. Il motivo del massacro lo chiarì sua madre Bushra, appena dieci giorni dopo l’omicidio: «Mia figlia non si comportava come una buona musulmana». Per questo i suoi parenti l’hanno smembrata come belve: portava abiti occidentali, aveva un fidanzato italiano, non voleva starsene rinchiusa in casa o tornare in Pakistan, per finire incastrata in un matrimonio combinato. Questa normalità le è costata la vita. Nel 2016, dieci anni dopo lo scempio, la madre di Hina ha detto ai giornali di aver perdonato il marito.
La voce della madre di Sana, invece, non l’abbiamo ancora sentita. A farsi viva, però, è stata un’amica della ragazza: è stata lei a contattare Anna Della Moretta, firma del Giornale di Brescia che ha raccontato i primi dettagli dell’assassinio. La giovane pakistana che si è rivolta alla cronista ha ovviamente scelto di restare anonima, ma non voleva che la memoria di Sana venisse tumulata assieme al corpo. Anche questa ragazza conosce la violenza, ha sperimentato sul suo corpo la brutalità dei parenti per cui le donne valgono meno dei capi di bestiame. E ha avuto il fegato di raccontare.
Molte altre, invece, non parlano. Perché non sanno come farlo o perché sono paralizzate dal terrore. Sono sepolte da vive in una comunità che è presente nel nostro Paese da parecchio tempo, ma che è ben lungi dall’essere «integrata», come si usa dire. In Italia vivono circa 108.200 pakistani, di questi 37.771 sono in Lombardia e 12.551 (dati 2017) nella sola Provincia di Brescia. Nel Bresciano, precisamente in Val Sabbia, si trova Odolo, il Comune con più abitanti di fede islamica di tutta la regione. Questa terra industrializzata, ricca di lavoro, ha sempre attratto immigrati, e per lungo tempo ha potuto assorbirli, dando loro lavoro, assistenza sanitaria, tutele e stipendi.
Con gli stranieri, sono arrivate anche le loro religioni e le loro usanze, comprese quelle più terrificanti. La zona è stata un terreno fertile per imam radicali e giovani pronti a partire per combattere in Siria tra i miliziani in nero dello Stato islamico. Ma assieme a queste storie estreme ce ne sono altre, intrise di una violenza più spaventosa perché ordinaria. Normale come la vita di Sana, fatta di foto sorridenti sul Web (dove seguiva il profilo di Chiara Ferragni), di un lavoro tranquillo, di qualche emozione semplice, come quella volta in cui vinse 264 euro giocando a bingo e condivise la soddisfazione sui social. Alla lotteria della sorte, purtroppo, Sana non ha avuto la stessa fortuna.
Suo padre e suo fratello sono stati arrestati dalle autorità pakistane. Lei giace morta, spezzata come i fiori purpurei che le incoronavano il viso nel giorno triste del funerale.
Francesco Borgonovo
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