L’ex direzione centrale dell’Asinara a Cala d’Oliva, ora museo storico della memoria. Nel riquaro, Gianmaria Derìu in divisa per un film sull’isola-carcere
L’ex agente Ginmaria Derìu: «Moltissimi tentavano la fuga dall’isola-carcere. Una sola evasione riuscì, quella del bandito sardo Matteo Boe».
Quando, nel maggio 1980, Gianmaria Derìu iniziò a prestare servizio come agente di custodia presso il sistema carcerario dell’isola dell’Asinara fu assalito dalla malinconia.
Nel corso della sera, scrutando le luci tremule della Sardegna, gli venivano quasi i lucciconi. Nel 1984 divenne sottufficiale, nel 1987 aiuto-coordinatore del servizio navale. Fu promosso con il grado di ispettore superiore di polizia penitenziaria. Nel 1997 la struttura fu dismessa e poi istituito il Parco nazionale dell’Asinara e nel marzo 1998 andò via l’ultimo detenuto. Due anni prima del congedo è stato distaccato dal ministero della Giustizia a quello dell’Ambiente e oggi, anche in collaborazione con la Regione Sardegna, è il custode dell’isola. Oggi, dopo 46 anni, sua malinconia tornerebbe se dovesse lasciarla.
L’insieme carcerario dell’Asinara è stato paragonato al penitenziario di Alcatraz, nella Baia di San Francisco, chiuso nel 1963, da cui il noto film del 1979 Fuga da Alcatraz, con Clint Eastwood, storia dell’evasione di tre detenuti di cui non si conobbe mai il destino. Rarissimi anche i tentativi di fuga dall’Asinara. Se ad Alcatraz fu rinchiuso Al Capone, nell’isola sarda hanno soggiornato Raffaele Cutolo, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Renato Vallanzasca, Pasquale Barra, detto «o’ animale», che, con altri, il 17 agosto 1981 a Nuoro, a Badu e Carros, sventrò il boss della mala milanese Francis Turatello. Se ne spartirono il cuore. «Per fortuna quel giorno non c’ero», ricorda il sottufficiale. «Una volta, nell’ora d’aria, mi chiese: “Tieni o’ pattadese?”, coltello a serramanico sardo, “che questi li scanno tutti”». Alcuni detenuti comuni ebbero buona condotta. Uno di essi costruì un veliero e lo donò all’ispettore. L’ha sistemato nel museo della memoria, visitabile, con oggetti originali, metal detector, forchette e chicchere con stemma del ministero della Giustizia. Essendo stretto collaboratore dell’ente parco è attento anche alla sua biodiversità.
Qual è stato il percorso che la portò a operare all’Asinara?
«Dopo un corso accelerato a Cassino, 80° battaglione, in tempo di leva, sono stato destinato al supercarcere di Nuoro Badu e Carros. Decisi di restare. Finito l’anno ero destinato a Lucca. Mia madre, in lacrime, fece di tutto per bloccare il mio trasferimento. Scelse lei l’Asinara. Essendo, all’epoca, scapolo, vivevo in caserma e talvolta, la sera, sentivo un po’ di malinconia. Mi sono sposato il 1° maggio 1985».
Il sistema carcerario come si strutturava?
«C’erano otto carceri sparse per l’isola, con un sottufficiale responsabile. Ogni diramazione aveva un nome, con una popolazione media per ogni carcere di circa 120 detenuti».
E l’organico del personale penitenziario in servizio?
«Meno di 300 unità, ma in 60-70 eravamo destinati al servizio navale con vigilanza delle coste dell’isola, pattugliamento e trasporto di persone».
L’insediamento carcerario ha una lunga storia…
«Ci furono un lazzaretto, una colonia penale, un sanatorio per malati tubercolari e psichici. Nel 1971 portarono i primi presunti mafiosi. Negli anni di piombo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa studiò le isole e fece trasformare il sanatorio giudiziario in super carcere, chiamato Fornelli. Arrivarono terroristi rossi e neri. Nel 1979 i rossi fecero la “rivolta delle caffettiere”. Con le moka ricavarono bombe mediante il plastico passato loro dalle fidanzate, perché il vetro era stato tolto. Ma non vinsero la rivolta. Alle 3 del mattino furono lanciati i lacrimogeni e ci fu la resa. Io non c’ero. Ebbi a che fare con loro a Nuoro, Franceschini, Ognibene, Alunni, Notarnicola e quelli di Ordine Nero. I rossi tentarono di coinvolgere anche i neri ma si odiavano: tant’è che alla resa dei rossi i neri applaudirono».
Nelle celle terroristi di estrema sinistra ed estrema destra stavano separati?
«Dovevi tenerli rigorosamente separati».
E i rossi, ad esempio, stavano in più di uno nella stessa cella?
«Sì, al loro arrivo nel reparto bunker. Ciò era utile perché, attraverso una microspia, poteva essere registrato ciò che si dicevano. Alla fine del 1980 le Br sequestrarono il magistrato Giovanni D’Urso chiedendo, per la liberazione, la chiusura del supercarcere di Fornelli, dov’erano rinchiusi i detenuti a regime speciale. Si simulò ma, una volta liberato il magistrato, riaprì subito».
Tra i detenuti a regime speciale c’era anche Raffaele Cutolo…
«In un carcere bunker. Aveva un comportamento dignitoso. Non poteva parlare con gli agenti se non per richieste al sottufficiale. Mi disse che Enzo Tortora non l’aveva mai conosciuto. Quando Tortora diventò europarlamentare, venne all’Asinara e andò da Cutolo. “Lei sarebbe il mio capo?”, gli chiese. Chinando il capo rispose: “No, lei è stato una persona sfortunata”. Tortora andò via».
Don Raffae’, all’Asinara, si sposò nel 1983 con Immacolata Iacone, che ho intervistato in esclusiva per La Verità.
«La accompagnavo nel bunker dove si svolgeva il colloquio. Gli chiesi: “Mi dica Cutolo, che matrimonio sarà questo, con questa ragazza giovane, bella…”. Rispose: “Eh brigadie’, io piaccio”. Qui fu detenuto anche uno dei figli, Roberto Cutolo. Aveva comportamenti irrispettosi nei confronti del personale, lo dicemmo al padre, che lo redarguì. Tornato in libertà fu assassinato (a colpi di pistola, nel dicembre 1990, ndr.)».
Nell’estate del 1985 giunsero all’Asinara i magistrati Falcone e Borsellino, per preparare il maxi processo di Palermo a Cosa Nostra, iniziato nel 1986.
«Il 2 agosto 1985 nasce mia figlia, mi presi un paio di giorni. Ero capoposto al bunker. Mi chiamò il vicedirettore: “Devi rientrare immediatamente”. “C’è un’evasione in corso?”. “No, ma non ti posso dire al telefono”. All’indomani, trasportati da motovedetta, arrivarono sull’isola il dottor Falcone, con la compagna Francesca Morvillo e la suocera, e il dottor Borsellino con la moglie e i tre figli. Li accompagnammo nella foresteria. C’era solo un detenuto comune che cucinava e puliva la struttura. Quando lo vide Falcone notò il pantalone marrone. Chiese: “Ma chi è?”. “Un detenuto”. “E dove dorme?”. “In cella, come tutti gli altri”. S’incazzò, si mise a telefonare, facemmo tornare il detenuto in cella, trovammo un agente bravo che sapeva cucinare, ma anche la signora Agnese, la moglie di Borsellino, lo sapeva fare, trovai in lei una seconda mamma. Quando stette male Lucia, figlia del dottor Borsellino, lui dovette assentarsi. Mi disse: “Mi raccomando, le affido la famiglia”. “Dotto’, non si preoccupi”. Manfredi, che aveva 13 anni, era sempre con me, la mia cameretta vicina alla sua, mi sentii come un fratello maggiore».
Poi Borsellino rientrò all’Asinara…
«Quando rientrò portò tutti i faldoni. Il giudice Falcone era un po’ sollevato. Iniziarono a lavorare fino alle 3-4 del mattino, scrivevano tutto a penna per completare le carte per il maxi processo. Verso le 2 bussavo e a loro faceva piacere per staccare un po’, c’erano nuvole di fumo, fumavano in continuazione, Falcone il sigaro, Borsellino sigarette. A volte si stuzzicavano, anche con qualche tensione, ma non erano solo magistrati. Qualcosa di diverso li accomunava e poi finiva tutto in battute di spirito, come fossero fratelli».
Furono loro a chiedere di soggiornare all’Asinara?
«No, era stata una scelta dello Stato e della magistratura. Ma la figura che vedevano come un padre era il giudice Antonino Caponnetto».
Quanto tempo restarono?
«Un mese intero, rimasi sempre lì, anche con una Fiat Campagnola a disposizione. Attorno alla foresteria c’erano agenti di custodia armati di mitra, a mare una motovedetta armata perché si temeva un attacco via mare».
Alla fine degli anni Ottanta era iniziata la dismissione del sistema penitenziario dell’Asinara…
«Alcune diramazioni erano state dismesse, due piccole carceri rimaste, Fornelli fu chiusa nel 1987, Cutolo tradotto a Cagliari. Nel 1988 pochi detenuti lavoravano nella pastorizia e nel caseificio. Nel 1992 Falcone e Borsellino furono uccisi nelle stragi di via Capaci e via D’Amelio. Immediatamente arrivano da Roma gli ordini di riaprire. Interventi straordinari furono eseguiti nel supercarcere di Fornelli e varie modifiche nel bunker di Cala D’Oliva dov’erano rinchiusi i mandanti delle stragi. Monitor, registrazione immagini 24 ore al giorno, portoni blindati con un sistema in blocco, andavi passo a passo, personale scelto. L’elicottero atterrava lì vicino nel campo da calcio».
Chi trasportava l’elicottero?
«Non lo vorrei nemmeno nominare, ma trasportava Riina. Veniva dall’aula bunker di Palermo».
Dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino, il capo di Cosa Nostra, nel 1993, fu rinchiuso all’Asinara.
«Ero già graduato, mi convoca il direttore per fare il capoposto. C’era un’indennità di 40.000 lire in più per presenza, turni di 6 ore e 40. Ma dissi: “No no, con questo personaggio non voglio avere nulla a che fare essendo il mandante dei nostri due magistrati eroi”. Il direttore capì il mio stato d’animo e mi esentò».
Nel 1986, Matteo Boe, poi latitante e sequestratore di Farouk Kassam, riuscì a evadere…
«Ero capo diramazione a Santa Maria. Mi chiamano a casa. “Evasione in corso”. Era il 1° settembre 1986. Rientrai nell’isola. Furono messe sentinelle anche all’isola Piana. Non si vedeva. Passò del tempo. Niente. Le cronache dicono che fosse stata la convivente a portarselo via con un gommone, anche se io mi ero fatto un’altra idea. Suo complice nell’evasione Salvatore Duras che arrestarono dopo un anno quando si mise a sparare con un kalashnikov alla festa di Capodanno a Cagliari. Mentre facevano legna in campagna tramortirono la guardia, la legarono e fuggirono. Boe fu ricatturato in Corsica. Poi qualche caso di allontanamento nell’isola, ma ritrovati la sera stessa. Dal supercarcere, però, nessuno c’è mai riuscito».
Continua a leggereRiduci
iStock
Il ministro della Salute conferma l’omicidio: il piccolo soffriva di una grave malattia.
Eutanasia per un bambino di meno di 12 anni. Una notizia che nessuno vorrebbe mai leggere e che invece nelle scorse ore, per la prima volta, è arrivata dai Paesi Bassi.
A renderlo noto, in una comunicazione di 22 pagine indirizzata lunedì al Parlamento, è stato il ministro per la Salute Sophie Hermans. La relazione ministeriale, che concerneva gli aborti tardivi e i casi di morte infantile assistita, è stata presentata dalla Hermans - classe 1981, già balzata agli onori delle cronache perché voleva vietare gli asili ai bimbi non vaccinati -, la quale, nel suo documento, ha fatto presente come il caso del bambino eliminato con la «dolce morte» risalga a fine 2025. Il minore era, così almeno ha detto il ministro, affetto da una grave malattia.
Dallo scorso anno, quando si è registrato il caso, il comitato speciale istituito per valutare l’eutanasia sui minori ha parlato con il medico coinvolto ed ha ricevuto una apposita relazione. Che, a sua volta, ha trasmesso alla Procura della Repubblica, la quale dovrà stabilire se il dottore che ha somministrato l’eutanasia abbia o meno agito in conformità con la legge. La norma infatti non solo consente la «dolce morte» per i minori, ma fissa alcuni macabri requisiti: l’eutanasia dai 12 ai 15 anni in poi è consentita purché i giovanissimi siano in grado di valutare e comprendere cosa sia meglio per loro, con tanto di consenso genitoriale o del tutore; dai 16 ai 17 anni questo le famiglie o il tutore devono essere consultati, benché il loro consenso non sia richiesto e non risulti perciò determinante.
Nel caso emerso lunedì, invece, fa testo una legge del 2024 riservata ai bambini dal primo al dodicesimo anno di età affetti da «malattia terminale e in condizioni di sofferenza insopportabili, senza alcuna prospettiva di miglioramento». In questi casi, la decisione deve essere assunta «sempre» consultando i genitori, chiamati a confrontarsi col medico, «e se possibile anche con il bambino». Nel caso in questione, lo si diceva poc’anzi, dovrà essere ora la magistratura a stabilire la regolarità dell’accaduto. In attesa che ciò avvenga, va detto che non stupisce che una così sconvolgente morte abbia avuto luogo in terra olandese. Parliamo infatti del Paese che, nel 2002, fu il primo al mondo a regolamentare l’eutanasia. Non solo.
Sempre in Olanda, su proposta del medico Eduard Verhagen, fu redatto il protocollo di Groningen, delle linee guida per una vera e propria eutanasia per bambini che «possono avere una qualità di vita molto bassa, senza prospettiva di miglioramento». Era il 2005 e Verhagen, con il collega Pieter Sauer, pubblicò il suo protocollo sul prestigioso New England Journal of Medicine riferendo di 22 casi di eutanasia infantile segnalati alle autorità tra il 1997 e il 2004, quattro dei quali avvenuti sotto la supervisione dello stesso Verhagen. All’epoca quell’articolo e quel protocollo sollevarono molte polemiche ma oggi, oltre vent’anni dopo, l’eutanasia infantile è realtà e per di più, per la prima volta - per quanto debbano essere ancora effettuati degli accertamenti sul caso reso noto dalla Hermans -, lo è in nome della legge.
Che tutto ciò rappresenti una deriva è provato dal fatto che, nell’Olanda patria dell’eutanasia, la vita risulta sempre più «indegna di essere vissuta» anche a chi malato terminale non è affatto. Prova ne sia il caso della diciassettenne Noa Pothoven la quale, nel 2019, si lasciò morire in casa, ad Arnhem, con l’assistenza medica fornita da una clinica specializzata; era gravemente depressa ma, appunto, non malata terminale. Condizione quest’ultima che comunque, tornando a noi, anche là dove un bambino ha purtroppo poco da vivere davanti a sé non rende meno scioccante la «dolce morte». Chissà che storie come queste aprano almeno gli occhi ai politici italiani favorevoli alla morte assistita, pratica che, se legalizzata, è una porta spalancata all’abisso.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Si aggrava a ogni minuto il bollettino di morti e feriti del sisma. Il nostro ambasciatore: «Al momento non ci sono connazionali».
Una doppia scossa, la prima di magnitudo 7.2 e la seconda di magnitudo 7.5, hanno devastato il Venezuela colpendo il Paese sudamericano a un minuto di distanza l’una dall’altra.
Il bilancio delle vittime e dei dispersi si aggrava di ora in ora ed al momento di andare in stampa era arrivato a contare 188 vittime, più di 1,500 feriti ed oltre 36,000 dispersi. Il presidente ad interim, Delcy Rodríguez, ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale e ha deciso la sospensione delle lezioni scolastiche e l’interruzione del servizio della metropolitana di Caracas e della ferrovia della Valles del Tuy. Moltissimi edifici restano pericolanti e interi quartieri dello Stato di La Guaira sono stati evacuati. Anche l’aeroporto internazionale Simón Bolívar di Maiquetía rimane chiuso al traffico. In questa ecatombe che, stando ad una previsione dell’Us Geological survey (Usgs) potrebbe causare tra i 10.000 e i 100.000 morti, non risultato vittime italiane. Questa notizia è arrivata per bocca dell’ambasciatore in Venezuela, Giovanni Umberto De Vito, che ha anche dichiarato che l’unità di crisi era già al lavoro.
L’epicentro di questo maxi terremoto sembra essere fra le cittadine di Moron e Catia La Mar, a circa 200 chilometri da Caracas, nello stato di La Guaira, che sono risultate le due località più duramente colpite, anche se sono decine gli edifici crollati nella capitale dove si sta continuando a scavare tra le macerie per salvare le persone intrappolate. La Guaira, principale porto del Venezuela, è stata dichiarata come «zona disastrata» dal governo a causa del terremoto più potente degli ultimi 126 anni. Intanto è cominciata una gara di solidarietà internazionale per aiutare la nazione sudamericana con Donald Trump che ha parlato di un numero devastante di morti e che ha subito chiamato la presidente Rodríguez, la donna che gli Stati Uniti hanno messo al posto di Nicolás Maduro. Giorgia Meloni ha espresso «la più sentita solidarietà e vicinanza alle autorità venezuelane e alla popolazione» e si è subito adoperata per fornire aiuto e assistenza ai 150.000 italiani presenti in Venezuela, mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nella notte ha parlato con il presidente Rodríguez e con il suo omologo. L’Unione europea ha attivato il meccanismo di Protezione civile e il monitoraggio satellitare che coordineranno la risposta internazionale, semplificando le operazioni di intervento sul campo.
Italia, Spagna e Repubblica Ceca sono stati primi Paesi a mettersi a disposizione e l’Italia ha già organizzato un team avanzato composto da 40 vigili del fuoco. Leone XIV, attraverso l’Elemosineria apostolica, ha inviato 100.000 euro in aiuto al Venezuela e ha promesso un’attenzione costante a tutte le necessità del popolo venezuelano. Le Nazioni unite stanno coordinando diverse squadre di soccorso e il Fondo monetario internazionale ha stanziato 200 milioni di dollari per ricostruire infrastrutture, ospedali e le case di coloro che hanno perso tutto.
Mentre continuano le scosse di assestamento, l’ultimo conto ne menzionava 35, ci sono i primi cittadini europei rimasti uccisi nel sisma. Una donna di origine basca e un cittadino portoghese sono stati dichiarati deceduti nel crollo delle loro abitazioni. Gustavo Duque, sindaco di Chacao, uno dei Comuni del distretto di Caracas, ha raccontato che sotto le macerie si sentono voci che chiedono aiuto e che 23 persone sono state estratte vive. Carmen Meléndez, sindaco di Caracas, ha parlato alla televisione statale dichiarando che almeno 26 persone sono morte nella città da lei amministrata. Per l’emergenza è stato anche rimosso il blocco al social X, imposto da Maduro nel 2024 e ancora in funzione. Oltre 2.700 persone sono state salvate, compresi tre fratellini rimasti intrappolati sotto le macerie della loro casa, ma purtroppo si registrano i primi casi di sciacallaggio nella città di Catia La Mar dove alcuni supermercati, parzialmente distrutti, sono stati saccheggiati.
Continua a leggereRiduci
Il racconto per immagini della giornata dedicata al confronto tra imprese, manager e istituzioni. Un dietro le quinte che ripercorre i principali momenti dei panel e gli interventi dei protagonisti.







