Nelle scuole manca già il 30% del personale
  • Quasi 200.000 le classi costrette alle lezioni a distanza per le quarantene. In Sicilia, però, Tar e Regione riaprono gli istituti chiusi da alcuni sindaci. Intanto spuntano surreali circolari anti Covid: nel Milanese, agli alunni hanno vietato le «chiacchiere» a mensa.
  • Obbligo vaccino agli over 50: forzatura giuridica per inoculare solo 1 milione di persone ancora in età lavorativa.

Lo speciale contiene due articoli.

Scuole chiuse, no aperte. Classi in Dad, no in aula. Nella giungla dell’Istruzione vige il ping-pong istituzionale, si arriva perfino a dover scegliere fra mascherina e merendina. E le famiglie destabilizzate da protocolli, smentite, ordinanze, ricorsi sono oltre la crisi di nervi.

La decisione napoleonica di Mario Draghi di tenere il punto sulle riaperture «a tutti i costi» sta balcanizzando il Paese. E per lunedì sembra concretizzarsi la profezia di Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione presidi, che a Rainews ha detto: «C’è una previsione di 200.000 classi in didattica a distanza, facile perché applicando una crescita di tipo esponenziale si arriva a questi numeri. Per evitarlo bastava ritardare la riapertura di due settimane; ora quello che il governo non ha voluto fare, lo farà la pandemia». Duecentomila, quasi il 40%; nelle scuole pubbliche le classi sono 370.000, più 120.000 private.

L’esempio più illuminante del caos organizzativo arriva dalla Sicilia. Dopo l’avvio a singhiozzo del 13 gennaio i sindaci di Palermo e Agrigento avevano pubblicato ordinanze di chiusura in contrasto con la legge regionale che prevede l’adesione totale alle norme governative. Alcuni genitori hanno fatto ricorso al Tar («il decreto impone la chiusura solo nelle zone rosse o arancioni»), che ieri lo ha accolto smantellando i provvedimenti comunali. Un’analoga sentenza è arrivata ad annullare la sospensione delle lezioni in presenza fino al 23 gennaio decisa da Messina. Tutti in classe? No, perché a Catania nessuno è intervenuto, quindi gli studenti si presenteranno solo lunedì 17.

Una battaglia a colpi di decreti, un Vietnam. Eppure il governatore Nello Musumeci chiede un’interpretazione unitaria: tutti in classe. «Gli assenti per positività non superano il 5%, il dato emerge dal monitoraggio dell’Ufficio scolastico regionale che comunica di avere censito 706 istituti, l’86% del totale. Alla luce di questi dati, pur comprendendo le preoccupazioni che hanno ispirato la condotta restrittiva dei sindaci, confermiamo l’intendimento di favorire la ripresa delle attività scolastiche in presenza, nel rispetto delle disposizioni nazionali». L’assessore all’Istruzione Roberto Lagalla va oltre: «L’obiettivo è di privilegiare il ritorno a scuola e di riservare alla Dad una funzione complementare da adottare solo per una documentata necessità. La finalità è quella di ridurre le diseguaglianze e di evitare ritardi nell’apprendimento e marginalizzazione sociale».

Nobile intento che il mondo della scuola, non solo siciliano, considera disancorato dalla realtà. La riprova in Calabria, provincia di Crotone, dove tutti i sindaci tranne quello del capoluogo hanno disposto all’unisono la chiusura delle scuole «di ogni ordine e grado fino a lunedì, con la possibilità di proroga di una settimana» in barba alle decisioni di Palazzo Chigi. Un ammutinamento? Secondo il potente sindacato degli insegnanti Gilda le chiusure sarebbero motivate «non solo dall’emergenza epidemiologica ma anche dalla difficoltà di tracciamento da parte dell’ente sanitario locale. In ogni scuola si registrano diversi casi di positività, le famiglie hanno fatto richiesta dell’attivazione della Dad. In più resta irrisolto il problema dei trasporti». Curioso aggiungere che a Crotone, dove le scuole sono aperte, nessuno ci va perché gli studenti sono in stato di agitazione.

Nell’inverno Omicron il fuoco avvampa, il pentolone ribolle e non è difficile vedere all’opera dirigenti fai-da-te impegnati a inventarsi – certamente in buona fede – ordinanze cervellotiche. Una su tutte, quella della scuola elementare Falcone e Borsellino di Castano Primo (Milano), dove la preside Maria Merola ha invitato i genitori degli alunni «a supportare la scuola affinché la mensa diventi il più possibile luogo sicuro di consumazione del pasto». E come? «Sollecitando i bambini a limitare, se non abolire, le chiacchiere, in modo da continuare a garantire il servizio». Dopo il divieto di cantare per non trasmettere il virus, ecco quello di parlare. In attesa di quello di respirare.

Se studenti e famiglie vivono giorni di totale smarrimento, gli insegnanti non stanno meglio: il personale assente da scuola in Italia arriva fino a punte del 30% (Bergamo, Brescia), mentre a Roma il 15% dei docenti è positivo o in quarantena. E il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, è al centro delle critiche. «L’affermazione che la scuola sia un luogo sicuro è poco più di una battuta», spiega Rino Di Meglio, coordinatore nazionale di Gilda. Poi smonta l’improbabile narrazione ufficiale che presenta il settore come un angolo di Svizzera, una volta rottamati i banchi a rotelle della coppia Lucia AzzolinaDomenico Arcuri. «Soltanto in rari casi gli interventi di qualche ente locale hanno reso davvero sicura la riapertura, in realtà ben poco è stato fatto per rendere la scuola più sicura di quanto non fosse prima della pandemia. Il governo ha messo la polvere sotto il tappeto e le chiusure sono arrivate inevitabilmente con il progredire dei contagi».

Come se non bastasse l’emergenza sanitaria, gli istituti sono in balia di chi non vedeva l’ora di strumentalizzarla. Per esempio con occupazioni surreali come quella del liceo classico Manzoni di Milano, dove gli studenti hanno deciso di «autogestire la nostra salute». Il Collettivo politico (consueto melting pot della sinistra in movimento) è preoccupato perché «dopo due anni passati in Dad abbiamo trovato una scuola più attenta a valutarci in modo ossessivo che a trasmettere conoscenze». Traduzione dal politichese liceale: ci eravamo abituati bene e adesso fioccato i quattro. Spiace ragazzi, ma è la vita.


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