Draghi per sculacciare i sovranisti si affida ai sondaggi e a… Ratzinger
In una Bologna blindata il leader Bce cita il cardinale e dice: uscire dall’Ue non serve. Ha rivendicato che il 75% degli europei sia a favore dell’euro, ma ha ammesso l’esistenza di una minore fiducia nei confronti delle istituzioni Ue, pur superiore a quella per i governi nazionali.

Tripudio di toghe e tocchi ieri all’Università di Bologna per il conferimento a Mario Draghi di una laurea ad honorem. In giurisprudenza, per aver difeso i valori dei trattati Ue e per aver promosso l’unione bancaria, «sulla quale studieremo per anni», fa sapere l’Università. Imponente schieramento di forze dell’ordine, zona rossa, Aula Magna blindata e militarizzata, cerimonia riservata alla sola comunità accademica asserragliata nell’Ateneo. Fuori, per tutto il giorno, contestazioni contro quello che alcuni manifestanti più agguerriti hanno definito un «affamatore di popoli».

Nella sua «lezione dottorale», Draghi ha assunto toni eurolirici, citando in esordio Erasmo da Rotterdam: «Altre forme di cooperazione non raccolgono uguale approvazione». Ma si tratta dell’effetto di una «percezione in superficie», secondo Draghi, a causa del fatto che «la cooperazione è difficile da spiegare» e che qualcuno vede «costi legati alla perdita di sovranità nazionale».

Per il presidente della Bce «è tutto solo apparente: in molte aree l’Ue restituisce a quei paesi la sovranità che altrimenti avrebbero perso». Draghi ha rivendicato che il 75% degli europei sia a favore dell’euro (non sapremmo dire in base a quali dati), ma ha ammesso l’esistenza di una minore fiducia nei confronti delle istituzioni Ue, pur superiore a quella per i governi nazionali. Draghi è andato all’attacco delle tesi avverse: «Per riappropriarsi della sovranità», ha riassunto a modo suo le idee altrui, «occorre indebolire le strutture dell’Ue»: ma questa è «un’idea sbagliata, che confonde indipendenza e sovranità. L’indipendenza non garantisce la sovranità». Per suffragare la sua tesi, Draghi ha scelto quello che lui stesso ha definito un «esempio estremo», e cioè i «Paesi che sono fuori dall’economia globale: sono indipendenti ma non sovrani, perché devono contare sull’aiuto alimentare esterno». Come se questo fosse un esempio calzante per gli attuali paesi Ue.

Il presidente della Bce ha poi proseguito per un verso caricaturizzando ed estremizzando le tesi sovraniste, ad esempio descrivendo gli effetti devastanti che sarebbero determinati dalla «reintroduzione delle barriere commerciali in Ue» (cosa che nessuno propone), e per altro verso presentando l’Ue come uno strumento di «protezione degli stati nazionali dalle pressioni esterne». Draghi ha poi ricordato il valore del mercato interno europeo, e rivendicato altri meriti Ue, dalla difesa della privacy alla rete di protezione sociale e di welfare. Per potenziare tutto questo, secondo il presidente della Bce, non basta una cooperazione flessibile tra i governi. Servono norme più vincolanti «senza che i Paesi possano aggirarle», e occorre soprattutto una maggiore «armonizzazione che andrebbe percorsa al più presto». Insomma, un’omogeneizzazione guidata da Bruxelles e Francoforte.

In chiusura, Draghi si è anche appropriato, curvandola alle esigenze del suo ragionamento, di una citazione di 39 anni fa di Joseph Ratzinger: «La voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale». Frase che Draghi ha citato pochi istanti dopo aver bacchettato quelli che vogliono “abbattere le istituzioni Ue”. Insomma, una specie di scomunica per sovranisti ed euroscettici.

Restano due dubbi di fondo rispetto alla tenuta di questo impianto logico. Il primo: Draghi fonda la difesa dell’euro su un sondaggio, ma questa Ue ha mille volte travolto o bypassato il consenso reale dei cittadini (in elezioni e referendum, non solo in sondaggi). Dai referendum in Francia e in Olanda, passando per Brexit, i cittadini hanno molte volte detto no: perché ignorare questa evidenza? Il secondo: questa Ue non riesce a conseguire obiettivi soddisfacenti in termini di crescita economica, e impallidisce al confronto con i tassi di crescita degli Usa e dei giganti asiatici. La Francia è nelle condizioni che sappiamo, la Germania ha dimezzato le sue previsioni di crescita, l’Italia è già in recessione tecnica. Il paradosso sta qui: tutti sanno che c’è un problema serissimo, ma nessuno agisce. Bruxelles (intesa come Commissione Ue) dice no a forti tagli di tasse e a sensibili incrementi degli investimenti, e pure Francoforte sembra prendere tempo, dopo la fine del Qe, scadenza che ha a sua volta determinato un effetto innegabile di incertezza e di frenata.

Insomma, per seguire Draghi occorre qualcosa di vicino all’atto di fede, peraltro accettando il ruolo di alcuni sacerdoti-demiurghi sottratti all’onere dell’accountability. Ci permettiamo di dubitare che questo modello possa riscuotere l’approvazione dei cittadini europei.

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