La ripresa del risiko bancario rende frizzante l’aria a Piazza Affari. Il movimento vale un progresso di mezzo punto. A muovere le danze è il tam tam dei grandi affari che si rincorrono tra Milano e Siena.
L’innesco è arrivato dalle colonne del Sole 24 Ore, che ha rilanciato con forza l’ipotesi di un’integrazione tra Banco Bpm (ieri +0,8%) e Monte Paschi (+0,26%). Una corsa per provare a sparigliare le carte e contrapporre un’alternativa credibile all’Opas da 30,6 miliardi già lanciata da Intesa Sanpaolo (+1,03%) con il supporto strategico di Unipol (-0,52%).
Tra Milano e la Toscana, gli advisor sono schierati in prima linea: da un lato Citigroup e Goldman Sachs per Piazza Meda, dall’altro Ubs e Bank of America (con l’innesto di Vitale Borghesi) per Siena I nodi sono molti.
Se la strada scelta fosse quella della fusione tradizionale, l’ostacolo principale diventerebbero le assemblee straordinarie: sia quella Banco Bpm per approvare un maxi aumento di capitale, sia quella di Mps. Siena, infatti, si trova oggi sotto il regime della passivity rule dopo l’offensiva lanciata da Ca’ de Sass. Significa che ogni mossa difensiva deve passare dal vaglio dei soci con maggioranze qualificate dei due terzi.
Quorum difficili, se non proibitivi, da raggiungere in una platea frammentata. Uno sguardo al libro dei soci di Rocca Salimbeni fotografa bene l’incertezza. Il gruppo Caltagirone, forte del suo 10,2%, osserva con estrema attenzione la componente cash (quell’euro per azione sonante) messa sul piatto da Carlo Messina.
Da decifrare la posizione di Delfin, che custodisce una quota del 17,5% e resta per il momento coperta da un velo di incertezza. Più lineare, almeno sulla carta, sarebbe la procedura se fosse il Banco Bpm a prendere l’iniziativa lanciando un’Opa concorrente, evitando così le forche caudine del voto a Siena.
C’è però un dettaglio di non poco conto: i pesi sulla bilancia dei mercati. Agli attuali corsi di Borsa, Piazza Meda capitalizza quasi 24 miliardi , mentre il Monte si avvicina ai 36 miliardi. Banco Bpm, insomma, è troppo piccola rispetto alla preda senese per poter condurre un’operazione di questa portata senza un robusto riequilibrio strategico, che a Siena stanno già studiando a colpi di extra dividendi e conguiagli in contante per venire incontro alle esigenze degli azionisti di Mps. Comunque l’operazione avrà bisogno di un po’ di tempo per essere definita.
In questo risiko d’inizio estate, un ruolo decisivo lo gioca la Francia. Come ricostruito dalle pagine della Stampa, il Crédit Agricole – primo azionista del Banco con il 29,3% – non si metterebbe di traverso .
Tutt’altro. I francesi vedono nell’integrazione un’opportunità, a patto di incassare le giuste contropartite: sportelli da rilevare per le richieste dell’Antitrust, la gestione del risparmio di Anima (che verrebbe integrata con Amundi di proprietà dell’Agricole), il comparto assicurativo o una maggiore presa sulla joint-venture del credito al consumo Agos.
Del resto, diluire la propria quota nella nuova entità eviterebbe a Parigi l’accusa politica di essere un socio troppo ingombrante in quella che sarebbe la seconda banca italiana. Sullo sfondo si muovono le diplomazie di Unicredit (che attraverso l’ad Andrea Orcel dice di voler restare alla finestra) e le trattative di Intesa con i regolatori, la parola passa agli esperti di mercato. Per il momento, la bussola degli analisti di Equita rimane orientata verso la solidità della corazzata guidata da Carlo Messina, ritenuta un punto fermo nello scacchiere del credito nazionale. I motori del mercato restano accesi.
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