Sulle pagine della Verità abbiamo spesso seguito le sortite pubbliche di Marta Cartabia, vicepresidente della Corte costituzionale. Ci sembrava – e ci lasciava perplessi – che teorizzasse, in modo più o meno esplicito, la trasformazione della figura del giudice costituzionale in una sorta di surrogato del legislatore, attribuendogli il compito non solo di tutelare l’ordinamento costituzionale, ma anche di «dinamizzarlo», per citare la sua stessa formula. D’altro canto, in ciò la Cartabia è oggi in ottima compagnia. C’è un emerito della Consulta, Sabino Cassese, che sul Corriere ha proposto di introdurre un organo, nominato non si sa da chi, scelto non si sa con quali criteri, che tenga sotto controllo le intemperanze del governo (di quello che non gli piace, s’intende). E c’è l’attuale presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi, che ha benedetto l’ultimatum che i supremi magistrati hanno inoltrato al Parlamento, per costringerlo a legiferare sul fine vita, come una forma di «collaborazione» (che nessuno ha richiesto, né gli elettori né i deputati). In soldoni, quella del «giudice legislatore» è una teoria piuttosto in voga tra le toghe italiane, visto anche l’impulso che ha ricevuto dal sistema europeo con l’attivismo della Corte di giustizia agli interventi della Corte dei diritti dell’uomo.
Eppure, c’era un tempo in cui la Cartabia vedeva proprio nel processo di unificazione dell’Europa sotto l’egida di una Costituzione comunitaria il motore di un’evoluzione preoccupante: l’esaltazione del «ruolo dei giudici, europei e nazionali», proprio come nella «tradizione di common law», ma in un «ambiente a diritto scritto». Un vero e proprio snaturamento degli ordinamenti giuridici continentali. Questo almeno si legge in un saggio del 2004, presentato a un convegno napoletano su Stato di diritto e principio di legalità nell’evoluzione della forma di Stato europea. Erano, appunto, gli anni in cui si discuteva di Costituzione europea, quella che, tra le varie cose, escluse deliberatamente il richiamo alle radici giudeocristiane dell’Europa. Quella che, in parte confluita nel trattato di Lisbona, vigente dal dicembre 2009, fu sostanzialmente imposta a una serie di Stati (tra cui l’Italia) mentre, laddove si celebrò un referendum, incassò i sì di Spagna e Lussemburgo, ma anche le clamorose bocciature di Francia e Paesi Bassi.
La Cartabia sollevava una serie di obiezioni circostanziate al progetto di Costituzione europea. A cominciare dal fatto che quel testo pretendeva «di istituire una Costituzione senza essere sostenuto da un potere costituente». Il vero potere decisionale rimaneva e rimane in seno al Consiglio europeo, cioè nell’assemblea dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri. Tanto per dire che in Europa sono sempre stati tutti sovranisti, specialmente quelli che il sovranismo lo disprezzano e chiedono più Europa (purché per gli altri). Ma, soprattutto, l’attuale vicepresidente della Corte costituzionale, allora in procinto di passare dalla cattedra di istituzioni di diritto pubblico all’Università di Verona a quella di diritto costituzionale alla Bicocca di Milano, rilevava che il semplice fatto di redigere una Costituzione scritta non sarebbe bastato a ridurre la Corte di giustizia Ue a «bouche de la loi», né a esaurire «i canali di vitale collegamento tra giudici europei e giudici nazionali».
Anzi. In primo luogo, la Costituzione europea non esauriva le fonti del diritto non scritto; in secondo luogo, non soffocava di per sé «la libertà interpretativa dei giudici», ma la valorizzava; e, in terzo luogo, avrebbe esaltato il ruolo di «Corte costituzionale» e «custode della Costituzione europea» ricoperto dalla Corte di giustizia Ue. Anche «sul versante nazionale», poi, la Costituzione europea avrebbe magnificato la funzione delle toghe, sebbene, in misura prevalente (e qui forse s’intravede un barlume della Cartabia che rivendica una specie di primato della Consulta), dei giudici comuni e non delle Corti costituzionali dei singoli Stati. In effetti, la «scrittura» dei «principi costituzionali della Corte di giustizia Ue» avrebbe esposto «i giudici nazionali alla tentazione di attingere anche alla fonte costituzionale europea per risolvere i casi interni alla luce di quei principi e quei diritti, come se avessero le caratteristiche della diretta applicabilità». Insomma, i magistrati ordinari si sarebbero appellati alle norme della Costituzione europea per decisioni riguardanti il loro Paese. E così, «i principi costituzionali e soprattutto i diritti costituzionali europei» (vengono in mente per esempio le unioni omosessuali) sarebbero stati adottati «ben al di là dei limiti del campo di applicazione così rigorosamente sancito» dalla stessa Costituzione europea. Una vera minaccia per le sovranità nazionali, che di lì a breve i «competenti» avrebbero vituperato.
«C’è da chiedersi, però», concludeva la Cartabia, «se la nostra è un’epoca in cui la storia dei diritti fondamentali vada scritta solo nelle aule giudiziarie ovvero necessiti di una attività promozionale e politica che, da soli, i giudici e le Carte non potrebbero svolgere». La risposta a quella domanda, che al tempo preoccupava la professoressa universitaria, oggi sembra chiara: i rappresentanti politici eletti non sono in grado di fare il loro mestiere, perciò tocca ai giudici intervenire. Dal lontano 2004, si è accresciuto anche l’attivismo politico della vicepresidente della Corte costituzionale, nominata da Giorgio Napolitano nel 2011 e di cui si era fatto il nome persino come potenziale premier del «governissimo» di Sergio Mattarella, prima che il presidente della Repubblica, nel maggio 2018, scegliesse di sacrificare improvvidamente l’ex Fmi Carlo Cottarelli.
La Cartabia, comunque, mostra una mobilità pari a quella delle sue idee: è sempre in fermento tra tour e convegni. Sarà due volte protagonista pure al Meeting di Rimini, che si apre tra dieci giorni. Prima presenterà il suo ultimo libro, scritto con Luciano Violante (i due saranno moderati da Massimo Bernardini). Poi sarà, a fianco di un altro giudice costituzionale, Francesco Viganò, alla proiezione-passerella del documentario celebrativo delle visite della Corte nelle carceri italiane.
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