Era la notte tra il 27 e il 28 maggio 2010. Instagram non esisteva ancora, WhatsApp era agli inizi e l’iPad era appena arrivato nei negozi. In Italia si comunicava ancora via telefono ed sms. In quel mondo ormai scomparso la diciassettenne Karima El Mahroug, in arte Ruby Rubacuori, entrò nella Questura di Milano dopo essere stata fermata per un sospetto furto.
Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, telefonò da Parigi spiegando che la giovane gli era stata presentata come una parente di Hosni Mubarak. Poco dopo, Ruby venne affidata a Nicole Minetti. Da quella notte sono trascorsi più di sedici anni. Silvio Berlusconi non c’è più dal 12 giugno 2023. La sua assoluzione è definitiva, ma la vicenda giudiziaria continua.
Ieri la seconda Corte d’Appello di Milano ha deciso di riaprire il dibattimento del Ruby ter, ammettendo 40 testimoni richiesti dalle difese. Saranno ascoltati, almeno secondo il calendario stabilito, in tre sole udienze: il 30 settembre, l’8 e il 29 ottobre. Il 3 e il 26 novembre si terranno le discussioni.
Rimangono 22 imputati, tra i quali Karima El Mahroug, il suo ex legale Luca Giuliante e le donne che frequentavano Villa San Martino. La falsa testimonianza è ormai prescritta, ma la Corte dovrà comunque accertare se alcune deposizioni fossero false per stabilire se vi sia stata corruzione in atti giudiziari, reato ancora perseguibile. Va ricordato che il processo Ruby ter si è aperto il 5 aprile 2017 e si è concluso in primo grado il 15 febbraio 2023, dopo quasi sei anni, oltre 60 udienze, decine di testimoni e una sentenza motivata in 197 pagine. La Cassazione ha poi annullato le assoluzioni sui capi relativi alla corruzione, rinviando il procedimento a Milano.
Dalla notte del maggio 2010 sono ormai trascorsi più di 16 anni. Nel primo grado erano coinvolti 29 imputati e almeno altrettanti difensori: non meno di 58 persone tra accusati e avvocati, senza contare magistrati, consulenti, testimoni e personale giudiziario. Il numero effettivo è stato di sicuro più alto, perché diversi imputati erano assistiti da più legali, per una spesa totale di svariati milioni di euro.
Ora si ricomincia, almeno in parte. «Più che delle olgettine, mi sembra il processo delle bolgettine», ha commentato ieri Marco De Giorgio, difensore di Miriam Loddo, riferendosi alla folla di cronisti e curiosi raccolta davanti all’aula. «Ci sono alcuni che hanno dormito qui come al concerto di Woodstock o alla prima alla Scala per prendere la prima fila», ha aggiunto il legale durante una pausa dell’udienza. «Quindi è la fiera della vanità, non è più un processo. È passato troppo tempo». De Giorgio ha collegato il tempo trascorso anche alla morte di Berlusconi: «È passato anche l’interesse, se non retroattivo e post-mortem. Mi pare che proprio non abbia senso questo processo».
Il sostituto procuratore generale Luca Poniz e il pm applicato Luca Gaglio volevano proseguire verso la discussione e la sentenza senza riaprire l’istruttoria. Poniz ha osservato che «non serve scomodare il diritto» per dire che un testimone non debba mentire: «Bastano i Dieci comandamenti. Ancor più essere pagato per mentire». Gaglio ha richiamato i sei anni e la complessità del primo grado, definendo «veramente dilatorie» le richieste delle difese e sostenendo che la Cassazione abbia «ridotto veramente in briciole» le assoluzioni. Paola Boccardi, legale di Karima El Mahroug, ha replicato che l’ordinanza decisiva del Tribunale aveva indotto molte difese a rinunciare ai propri testimoni. Ruby, da poco madre per la seconda volta, potrebbe rendere dichiarazioni spontanee. Nicola Giannantoni, difensore di Barbara Guerra, ha definito «non corretta» l’accusa di voler allungare i tempi ed «equilibrata» la scelta della Corte.
Sono state respinte infine la richiesta di trasferire il processo a Siena e quella di celebrare un nuovo primo grado. La Corte deciderà al termine del dibattimento se le giovani saranno considerate testimoni, e quindi pubblici ufficiali, oppure persone già sostanzialmente indagate.
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