- Roberto Rosso, nella giunta piemontese di centrodestra, è uno dei leader regionali di Fdi. Avrebbe ottenuto preferenze versando alla ‘ndrangheta 15.000 euro. Oltre a questo scambio, l’accusa riguarda reati fiscali per 16 milioni. Giorgia Meloni: «È fuori dal partito».
- Gli ex collaboratori di giustizia arrestati a Messina volevano riprendersi il territorio.
Lo speciale contiene due articoli.
Secondo l’accusa, avrebbe chiesto voti ai clan della ‘ndrangheta per venire eletto in Regione Piemonte alle ultime consultazioni dello scorso maggio, vinte dal centrodestra. In cambio del pacchetto di preferenze doveva sborsare alle cosche 15.000 euro e avrebbe già versato una prima tranche da 7.900 euro. Un patto scellerato che lega, ancora una volta, politica e criminalità organizzata.
Si è interrotta così, all’alba di ieri, la lunga carriera politica dell’assessore regionale Roberto Rosso, uno dei leader piemontesi di Fratelli d’Italia, che è arrestato dalla Guardia di finanza.
Rosso, che si è dimesso dall’incarico, è finito in manette insieme ad altre sette persone nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia torinese. Tra i reati che vengono contestati a vario titolo dalla Procura, oltre all’associazione per delinquere di stampo mafioso e reati fiscali per 16 milioni di euro, c’è anche lo scambio elettorale politico-mafioso. L’esponente del partito di Giorgia Meloni si sarebbe infatti rivolto ad affiliati alle cosche calabresi per conquistarsi una poltrona in Regione. Operazione andata a buon fine poiché è stato eletto consigliere regionale, ottenendo 4.806 preferenze. Dopodiché è stato nominato dal governatore Alberto Cirio assessore con delega ai rapporti con il Consiglio, delegificazione dei percorsi amministrativi, affari legali e contenzioso, emigrazione e diritti civili.
Vercellese, 59 anni, è un avvocato civilista ed un politico di lungo corso e navigata esperienza. Muove i primi passi nella Dc, ed è tra i pionieri che seguono Silvio Berlusconi nel 1994 quando nasce Forza Italia. Ha spesso cambiato casacca e sempre nelle file del centrodestra, almeno otto volte negli ultimi dieci anni per finire a Fratelli d’Italia. Tanto che nell’ambiente politico lo hanno ribattezzato Araba fenice, l’uomo che in qualche modo riesce sempre a rinascere dalle ceneri. Nel 2001 si candida anche a sindaco di Torino costringendo Sergio Chiamparino a un inatteso ballottaggio.
È stato cinque volte deputato e membro in più commissioni parlamentari: Bilancio, Attività produttive, Lavoro e Agricoltura. Nella legislatura 2008-2013 ha anche ricoperto il ruolo sottosegretario alle Politiche agricole e forestali. Attualmente è anche capogruppo di Fratelli d’Italia al Comune di Torino e fino a giugno era vice sindaco di Trino Vercellese. Originario di Trino, si divide tra il Vercellese e il Torinese, dove vive con la moglie a Moncalieri e dove ieri mattina è stato prelevato dalle forze dell’ordine. Poche ore dopo il provvedimento cautelare Rosso ha rassegnato le dimissioni e il presidente Cirio assumerà le sue deleghe. Come spiega il coordinatore di Forza Italia, Paolo Zangrillo: «Noi siamo garantisti e speriamo che Rosso possa dimostrare la sua totale estraneità ai fatti di cui è accusato. Ho parlato con Cirio, sarà lui ad assumere le deleghe dell’assessore».
Molto meno cauta la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che dichiara che «fin quando questa vicenda non sarà chiarita, è da considerarsi ufficialmente fuori da Fdi». E sottolinea inoltre che «Roberto Rosso ha aderito a Fratelli d’Italia da poco più di un anno. Apprendiamo che è stato arrestato con l’accusa più infamante di tutte: voto di scambio politico-mafioso. Mi viene il voltastomaco. Mi auguro dal profondo del cuore che dimostri la sua innocenza, ma annuncio fin da ora che Fratelli d’Italia si costituirà parte civile nell’eventuale processo a suo carico».
Secondo i magistrati, avrebbe ottenuto i voti per le regionali del 26 maggio 2019, avvalendosi della mediazione di Enza Colavito e di Carlo De Bellis. Inoltre Rosso avrebbe avuto piena consapevolezza dell’infiltrazione mafiosa dei suoi due interlocutori, come sostiene il procuratore generale Francesco Saluzzo: «Per accaparrarsi i voti è sceso a patti con i mafiosi. Hanno stretto un accordo. E l’accordo ha avuto successo». E dalle indagini, sottolinea la Guardia di finanza, è emersa infatti «la piena consapevolezza del politico e dei suoi intermediari circa la intraneità mafiosa dei loro interlocutori».
In manette anche l’imprenditore Mario Burlò, 46 anni, di Moncalieri, presidente di Oj Solution, un consorzio di imprese che opera nel settore del facility management. È anche vicepresidente nazionale di Pmi Italia, associazione che riunisce 200.000 imprenditori in tutta Italia. L’investigazione ha fatto emergere anche figure di «spessore criminale» come Onofrio Garcea e Francesco Viterbo. I due avrebbero organizzato un sodalizio, intessendo rapporti con Burlò, «con interessi sul territorio nazionale e sponsor in diverse società sportive». Quest’ultimo, con il costante aiuto della cosca, avrebbe attuato e strutturato un sistema di evasione fiscale attraverso la creazione di società. La prima operazione del cosiddetto pactum sceleris ha avuto per oggetto la villa appartenuta al giocatore Arturo Vidal (estraneo all’inchiesta) acquistata di recente da Burlò e ora posta sotto sequestro.
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