Scalfari gioca con la storia. E il suo antifascismo diventa una barzelletta
  • Il fondatore di Repubblica risponde agli attacchi sul suo passato con un fiammante «me ne frego». E finge di fare l’eroe per sminuire la forza della sua fede nel Ventennio.
  • In programma un incontro tra l’Ingegnere e il nipote dell’Avvocato. Si discuterà di Gedi e della Fondazione.

Lo speciale contiene due articoli

«Figuriamoci se mi spaventano le polemiche sui miei vent’anni. Io che non ho mai preso troppo sul serio le commissioni di epurazione, quelle vere, che costrinsero tanti a mentire, ho imparato a diffidare sia di chi trucca la propria biografia, sia di chi scopre gli altarini nel passato degli altri». Leggendo queste parole di Eugenio Scalfari nel libro Grand Hotel Scalfari di Antonio Gnoli e Francesco Merlo (appena uscito per Marsilio) si capisce che il fondatore di Repubblica risponde agli attacchi sul suo passato con un fiammante «me ne frego». Comprensibile. Ma se egli davvero diffida di chi «trucca la propria biografia», beh allora dovrebbe diffidare in primis di sé stesso.

Il fatto è che al venerabile Eugenio proprio non riesce di raccontarla giusta sui suoi trascorsi in camicia nera. Il tomo in cui illustra la sua vita a due firme storiche di Repubblica è un forziere colmo di aneddoti e confidenze interessanti. Si passa dai giudizi sui maestri del giornalismo di sinistra a brani molto intimi, ad esempio quello in cui Scalfari racconta di essere stato a lungo bigamo. Sui capitoli più personali, ovviamente, si sospende ogni giudizio. Ma è difficile far finta di nulla davanti al racconto degli anni «neri» del Fondatore. «Sono diventato fascista nel 1930», racconta, «a sei anni, indossando la divisa di Balilla. Lo sono stato sino al 1943, quando, a meno di vent’anni, mi tolsero la divisa di giovane fascista».

Eugenio sembra parlare a cuore aperto: «Non mi sono mai vergognato di quella giovinezza nei Guf (Giovani universitari fascisti, ndr) e ho acconsentito che a Repubblica mostrassero una foto dove io, accanto a mia madre, sono in orbace». Fin qui nulla da dire, anzi complimenti per la sincerità, specie quando Scalfari svela la sua ammirazione per Giuseppe Bottai: «A me piacevano il ministro intellettuale e la sua rivista Primato. Razzista, certo. Gerarca potentissimo, certo. Ma intelligente coltivatore di talenti. E io ero giovane, volevo scrivere e mi sentivo pronto a correre lungo tutti i marciapiedi del mondo. In più, ero fascista con allegria».

Il bello, però, viene poco dopo, e cioè quando il Fondatore racconta (a noi e forse anche un po’ a sé stesso) di essere stato fervente fascista poiché «un giovane neppure ventenne si convinse che contro le numerose bande di profittatori, in quel labirinto di intrighi e di corruzione che era l’Italia fascista, qualcuno stesse provando seriamente a contrastarli». Sembra quasi che avesse scambiato il fascismo per il Movimento 5 stelle.

Ma eccoci al punto veramente dolente: la cacciata dai Guf. Tutto avviene nel 1943. Scalfari collabora a Roma fascista, diretto da Ugo Indrio. Un giorno in cui mancano sia il direttore che il caporedattore, Regdo Scodro, Eugenio ne approfitta per esercitare le sue doti di polemista: «In prima pagina piazzai due o tre neretti non firmati, e perciò riconducibili all’orientamento della testata. […] In quei miei articoletti, attaccavo come profittatori i gerarchi che, attraverso prestanome, facevano affari poco chiari. Fu questo ciò che scrissi in quei neretti, senza però fare nomi e cognomi: una generica e accalorata denuncia, pronunciata non in nome dell’antifascismo ma, al contrario, della purezza ideologica».

Scalfari dice che, quando quei pezzi – relativi a speculazioni sul nascente quartiere dell’Eur – uscirono, fu convocato dal vicesegretario del partito, Carlo Scorza, e passò un brutto quarto d’ora. Stando al suo racconto, sembrerebbe che Scorza lo abbia cacciato per giusta causa: prima gli chiese di fare i nomi dei gerarchi traffichini. Poi, quando Scalfari rispose che i nomi non li sapeva e aveva scritto per sentito dire, lo bandì dai Guf. Eugenio però presenta il tutto come un piccolo atto di eroismo, un gesto antifascista compiuto da un fascista. Sorprendente, se fosse vero. A smentire la ricostruzione scalfariana ci ha pensato qualche tempo fa uno studioso di nome Dario Borso in un articolo uscito su Micromega (testata cugina di Repubblica). «L’unico numero di Roma fascista senza articoli di Indrio e Scodro è quello del 21 gennaio ’43», spiega Borso. «Né in prima pagina né nelle altre pagine di questo numero risultano neretti; in nessun numero di gennaio come dei mesi precedenti e seguenti c’è un minimo accenno ai lavori dell’Eur (tantomeno ai profittatori), per il motivo che essi erano fermi da un anno, e nessuno intendeva né poteva proseguirli, visti i rovesci militari. Che poi Scalfari, qualora espulso in gennaio, scrivesse sul mussolinissimo Nuovo Occidente fino al 19 giugno e su Roma fascista fino al 23 giugno ’43, è fuori da ogni logica; e che infine lo tollerasse Scorza stesso, divenuto segretario nazionale del Pnf in aprile, è fuori da ogni grazia di Dio».

In buona sostanza, Scalfari fornisce una ricostruzione fantasiosa, se non del tutto falsa. E tende a sminuire la forza della sua fede fascista. Come ha notato Dario Borso, «Renzo De Felice in Mussolini l’alleato (Einaudi, 1990) ha giudicato l’intemperanza di Scalfari espressione di quel “nuovo fascismo” giovanile che, appellandosi alle origini e propugnando la prevalenza sullo Stato di un partito ristretto a élite totalitaria, si avvicinava assai al modello nazista». In effetti, il Fondatore dichiara: «Forse avevano avuto ragione a espellermi dal Guf. Forse non ero fascista». Già: forse era molto più che fascista…

Ma perché stare a cercare il pelo nell’uovo – potrebbe chiedersi qualcuno – dato che lo stesso Fondatore biasima chi fa le pulci al passato altrui? Se Repubblica e l’universo culturale che a Scalfari guarda come a un santo fossero meno ossessionati dal fascismo, forse si potrebbe anche lasciar perdere. Il fatto è che lo stesso Eugenio scrive: «Io sono come gli animali che avvertono i terremoti quando stanno per arrivare: da allora, da quel lontano 1943, fiuto il fascismo quando sta per formarsi». Sul fronte progressista sono in tanti a rivendicare tale «fiuto» e ad accusare di razzismo e fascismo chi la pensa diversamente. Quando invece ci sono di mezzo loro, i toni si fanno morbidi. E i conti con il passato si risolvono in fretta. Scalfari li regola in un modo tutto suo: «L’altra sera ero piuttosto stanco», dice. «Mi sono svegliato di soprassalto. Avvertivo l’urgenza di fare pipì e sono andato in bagno. Poi, mentre tornavo faticosamente verso il letto, il malessere era passato. Quando mi assale il disagio di convivere con il mio corpo, i ricordi acquistano più forza e più significato. Vale anche per l’antifascismo, che è una cosa seria». Chissà, forse quando ha dettato le sue memorie non era ancora passato dalla toilette.

Francesco Borgonovo

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