- Il leader di Iv attaccava i suoi avversari in nome dei diritti umani. Peccato che davanti a Mohammed bin Salman se ne sia proprio dimenticato.
- L’attore (e odontoiatra) Giulio Berruti ha ottenuto una parte in Girls from Dubai.
Lo speciale contiene due articoli.
Non tutti gli autocrati vengono per nuocere, avrà pensato l’ex premier oggi reinventatosi conferenziere Matteo Renzi, durante l’intervista al principe saudita Mohammed bin Salman. Una conversazione amabile durata 17 lunghi minuti, durante i quali sua altezza reale e il senatore di Rignano hanno spaziato su una vastità di temi. Forse rapito dal carisma di «Mbs» (così viene chiamato per brevità l’erede al trono dell’Arabia Saudita), o magari ringalluzzito dal compenso di 80.000 euro annui che percepisce dal Future investment initiative, fondo di investimento della famiglia reale del quale è membro del consiglio di fondazione, Renzi si è lasciato andare a lodi sperticate nei confronti del suo interlocutore: «È un grande piacere, un onore, essere qui con il principe bin Salman, penso che con la tua leadership il regno possa svolgere un ruolo cruciale». Senza dimenticare la ciliegina sulla torta, quando l’ex sindaco di Firenze ha definito l’Arabia Saudita il luogo per un «nuovo Rinascimento».
Peccato che da tempo Riad sia un sorvegliato speciale da parte degli osservatori internazionali. Secondo l’ultimo report di Human right watch, l’Arabia Saudita utilizza sistematicamente il pretesto dell’antiterrorismo per togliere di mezzo i nemici della corona. Le donne di fatto sono fuori da ogni processo decisionale, e decine di migliaia di lavoratori stranieri vengono sfruttati.
Sembra ieri quando Matteo Renzi denigrava i propri avversari politici, insinuando il dubbio (e forse anche qualcosa in più) di collusione con controversi regimi esteri. È il caso della vicenda dei presunti finanziamenti russi alla Lega, scoppiato a luglio del 2019 a seguito della pubblicazione dei colloqui svoltisi all’Hotel Metropol di Mosca tra Gianluca Savoini e due uomini vicini al Cremlino. L’accusa è pesantissima: «Se quei soldi uno che stava con Salvini, un sovranista, li ha chiesti a una potenza straniera, questo è alto tradimento». Poi le parole durissime contro il leader del Carroccio, accusato un giorno sì e l’altro anche di essere un pericoloso sostenitore di Viktor Orbán e Vladimir Putin. «Io non ci sto a lasciare a Salvini l’uso della parola legalità», affermò Renzi all’epoca, «perché Salvini non sa cos’è la legalità e noi quella parola ce la dobbiamo riprendere». Ma in quell’occasione non risparmiò una stoccata nei confronti dell’allora vicepremier Luigi Di Maio: «Perché non attacca Salvini sulla Russia? Perché sono la stessa cosa. Con buona pace di quelli che volevano farci gli accordi».
Forse per par condicio, perciò, a giugno del 2020 Renzi avrebbe riservato lo stesso trattamento anche ai pentastellati insieme ai quali, nel frattempo, era entrato a far parte della maggioranza a sostegno del governo Conte bis. Stando alle rivelazioni del quotidiano spagnolo Abc, nel 2010 il regime venezuelano di Hugo Chávez avrebbe staccato un assegno di 3,5 milioni di euro per finanziare il nascente Movimento 5 stelle. «È giusto che si indaghi come si è indagato per Salvini per la vicenda russa», questo il commento di Renzi, «siccome sono un italiano spero che sia tutto falso e spero che siano delle fake news, la speranza è che si possa fare politica confrontandosi su idee e non tirandosi addosso inchieste». Pochi mesi prima, a gennaio, Renzi aveva scritto su Facebook: «Il Venezuela è stato distrutto da una dittatura feroce. Anche chi in questi anni ha visto nel regime di Caracas un modello deve prendere atto che Chávez prima e Maduro poi hanno devastato questo bellissimo Paese».
Non poteva mancare all’appello il contestato presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, sfruttato lo scorso giugno da Renzi per schernire Matteo Salvini: «Non mi sono mai pentito: se Salvini fosse il presidente del Consiglio, come inconsapevolmente volevano molti all’interno del Pd chiedendo le elezioni anticipate con le quali ci avrebbe distrutto, avrebbe fatto in Italia quello che Bolsonaro sta facendo in Brasile».
Ma più che tra le fila dell’opposta fazione politica, le improvvise simpatie del senatore toscano per i sauditi dovrebbero sollevare interrogativi proprio tra i suoi. Nel 2018, l’ex ministro e ai tempi ancora fedele renziano Luca Lotti protestò contro la decisione da parte della Lega Calcio di giocare la Supercoppa italiana proprio in Arabia Saudita. «La terrificante notizia della morte orrenda del giornalista Khashoggi lascia attoniti. La comunità civile internazionale deve far sentire la propria voce, a tutti i livelli. Credo che anche il mondo dello sport italiano non possa e non debba tirarsi indietro: va immediatamente bloccata la decisione di giocare la finale di Supercoppa italiana a Riad. È comprensibile immaginare l’interesse economico attorno a quella partita di calcio, ma ciò che è accaduto nel consolato dell’Arabia Saudita di Istanbul non può passare sotto silenzio».
E a febbraio del 2020 la Commissione straordinaria dei diritti umani del Senato ha approvato una mozione che alla luce dell’omicidio di Jamal Khashoggi impegna il governo a «sostenere a livello internazionale, in coerenza con il tradizionale impegno italiano a tutela dei diritti umani e della libertà di espressione, la necessità di un’indagine indipendente approfondita affinché venga fatta piena luce sull’accaduto e si assicurino alla giustizia i responsabili della morte del giornalista».
Chissà se a Matteo Renzi questi argomenti scomodi sono passati per la testa almeno per un momento mentre parlava con il principe Mohammed bin Salman.
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