Perché si può parlare di invasione
(Ansa)
  • La filosofia dominante, che dileggia la famiglia e magnifica la vita senza figli, è la stessa che chiede più migranti. Che hanno un tasso di fertilità altissimo.
  • «Il fattore economico non basta a spiegare il crollo delle nascite». L’ex presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo: «Il clima culturale spinge i giovani a rinviare la procreazione. Finché non diventa troppo tardi».
  • Quelli che lo dicono esplicitamente. Il cambiamento di popolo non nasce da alcun complotto segreto: anzi, spesso è un obiettivo candidamente ammesso. Dall’Onu a Scalfari fino a Erdogan.

Lo speciale comprende tre articoli.

Una delle giustificazioni addotte dai sostenitori della politica dell’accoglienza, a cominciare dalla sinistra, nonostante l’aumento esponenziale degli arrivi, è che l’immigrazione è indispensabile per colmare il deficit della natalità nel nostro Paese, per risolvere il problema del cosiddetto «inverno demografico». Siccome gli italiani non fanno più figli mentre nella cultura islamica (che è la predominante tra gli immigrati) sopravvive il valore della natalità, la soluzione è aprire le frontiere. In questa direzione va anche lo ius soli, altra battaglia del Pd, che spinge tante donne nel pieno della gravidanza a mettersi in mare sui barchini per dare alla luce il figlio sul nostro suolo e garantirsi così la cittadinanza. A questo tema si accompagna l’altro, sempre sottolineato a sinistra, che gli immigrati sono essenziali per pagarci le future pensioni, dimenticando che chi arriva, non avendo alte specializzazioni, viene assorbito da un mercato del lavoro con bassissime retribuzioni, la maggior parte senza il versamento dei contributi previdenziali e di alcun tipo di assistenza. Al tempo stesso i migranti usufruiscono della gratuità del sistema sanitario, del welfare e possono accedere all’edilizia residenziale pubblica.

Ma secondo la politica progressista questo è un percorso inevitabile a fronte della scarsa natalità italiana.

Ad arrivare a questo ha anche contribuito la stessa cultura liberal di stampo progressista che negli ultimi decenni ha smontato il valore della famiglia mettendo al centro il primato dell’individuo e creando il presupposto sociale per un processo che avrebbe come caduta finale, in modo estremo, una sorta di «sostituzione etnica» (espressione infelice ma da alcuni studiosi riconosciuta), di colonizzazione di valori da parte delle popolazioni immigrate.

La difesa delle peculiarità culturali tra gli immigrati soprattutto islamici è molto forte al punto che anche alcuni magistrati sono arrivati a giustificare comportamenti al limite della legalità, proprio perché riconducibili a radicate abitudini culturali. È il caso del pm della Procura di Brescia che ha chiesto l’assoluzione per l’ex marito di una donna nata in Bangladesh ma cresciuta in Italia, che nel 2019 ha trovato il coraggio di denunciare le violenze subite dall’ex coniuge. La motivazione del pm è stata che il comportamento era «il frutto dell’impianto culturale”. Cioè il maltrattamento va giustificato perché fa parte della cultura. Inquietante ma è così. È un episodio isolato al momento ma indicativo della direzione verso cui stiamo andando.

Come pure ha suscitato un dibattito acceso, la decisione del preside di una scuola di Firenze, l’Itt Marco Polo, che in occasione del Ramadan, ricorrenza annuale prevista dalla religione musulmana, ha pensato di offrire agli studenti che professano questa fede un’aula per raccogliersi in preghiera. Il capogruppo di Fratelli d’Italia in Palazzo Vecchio Alessandro Draghi, ha fatto notare che «se si sceglie la laicità della scuola, come non ci sono i crocifissi, non ci devono essere nemmeno le aule per il Ramadan». Per il preside invece la questione andava posta dal punto di vista dell’inclusione. Queste due situazioni dimostrano quanto siano profonde le radici della cultura islamica.

In parallelo continua da parte del pensiero progressista la demonizzazione della famiglia e quindi del valore della natalità. Un indicatore è il libro uscito recentemente in Francia e diventato presto un successo editoriale. Il titolo, Perché ho scelto di avere un cane e non un bambino, dice tutto. L’autrice, la veterinaria quarantenne Hélène Gateau scrive senza girarci attorno: «Non ho mai voluto avere figli, preferisco dedicarmi al mio cane (un Bordier Terrier adottato dopo una separazione) e lo rivendico. Ho scelto di essere più individualista e di dare priorità al mio stile di vita, alla mia libertà».

Eppure Gateau vive in un Paese, la Francia, che ha politiche molto attente e generose per incentivare la maternità. Questo a conferma che il calo delle nascite non può essere ricondotto essenzialmente a un problema di tipo economico. Se una coppia decide di non avere figli non è unicamente perché ha difficoltà di reddito. C’è anche questo tema ma non è l’unico, come dimostra la scrittrice francese. Gateau arriva a dire che da un punto di vista ormonale, biochimico e neuronale, prova verso il suo cane, qualcosa di molto simile all’attaccamento madre-bambino. E conclude sottolineando che l’animale le consente di avere una vita sociale e affettiva ricca.

Ad aprile scorso il Guardian, quotidiano del pensiero democrat, ospitava un articolo dal titolo «Perché i proprietari di animali domestici sono più popolari dei genitori» di Nell Frizzell, autrice di un libro sulla maternità. Frizzell spiegava che cane e gatto «sono socialmente più accettabili dei bambini perché sono semplicemente più facili da amare». La scrittrice spiegava che i libri sulla genitorialità (incluso il suo) raccontano il lato faticoso della maternità, tra sensi di colpa, ansie e, quando va bene, autoironia. Al contrario i proprietari di cani e gatti sono assecondati e celebrati con una sorta di adorazione al punto che sono viziati in ogni modo. I padroni creano account Instagram e se hanno un comportamento giudicato insolito, sono disposti a spendere anche cifre importanti per sedute da psicologi specialisti di animali domestici. Frizzell ricorda che i cani che, sempre più di frequente, vengono portati in ufficio o presentati come «il mio bambino» senza particolare scandalo. E aggiunge che la genitorialità è un’area di interesse «di nicchia» (l’81% delle donne avrà un bambino quando raggiungerà i 45 anni), mentre gli animali domestici hanno un’«attrattiva di massa» (il 62% delle famiglie nel Regno Unito possiede un animale domestico ). «Le stesse persone che sbadigliano ai colleghi che discutono dei loro figli in ufficio spesso ti intrattengono con storie dei loro gatti seduti sulle loro spalle o cani che mangiano burro di arachidi».

Se quindi, fare figli oltre ad essere un costo è faticoso e un ostacolo alla vita sociale (impedisce di andare agli aperitivi o alle feste), che se ne occupino altre società, sembra essere la conclusione.


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