Lo Stato imprenditore non paga le bollette e nemmeno i fornitori
L’ex Ilva, partecipata pubblica, ha 100 milioni di debiti con l’indotto, un insoluto di 375.000 euro per l’acqua ed enormi pendenze per il gas. Attende 1 miliardo extra dall’esecutivo ma già pensa di dilazionare i saldi.

Quando è stata annunciata la ricapitalizzazione per 1 miliardo di euro dell’ex Ilva di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia, partecipata dallo Stato attraverso Invitalia, i creditori devono aver tirato un sospiro di sollievo. Non immaginavano però che restassero appesi 100 milioni di euro circa di crediti delle piccole e medie imprese pugliesi e non, come ha certificato Confindustria, e 375.000 euro di bollette idriche non saldate per 2,6 milioni di metri cubi. E, così, lo Stato imprenditore non sembra capace di pagare né bollette né fornitori. Almeno nell’era di Supermario Draghi. E con un socio privato, Arcelor Mittal, che ha chiuso i sei mesi del 2022 con un utile netto globale di 8 miliardi di dollari (in tutto il 2021 erano stati 11) e un margine per tonnellata di acciaio da 263 dollari. Nonostante queste cifre e il soccorso statale, il fronte dei pagamenti da onorare per Acciaierie d’Italia resta esteso.

L’azienda da mesi vive una condizione di scarsa liquidità e il circolante è ridotto ai minimi termini. Secondo fonti industriali, alle aziende che vantano uno scaduto considerevole, Acciaierie d’Italia avrebbe proposto un piano di rientro. E tra le aziende in maggiore sofferenza c’è Sanac, che produce materiali refrattari, e lavora quasi in esclusiva per Acciaierie d’Italia (70 per cento del fatturato, mentre il restante 30 per cento è rivolto al settore terziario). A oggi Sanac vanterebbe 40 milioni di euro di crediti per produzioni consegnate e fatturate: nell’ultimo anno ha richiesto numerosi decreti ingiuntivi, ma il ricorso d’urgenza presentato al tribunale di Milano per ottenere i pagamenti dovrebbe portare nelle casse solo 10 milioni. La situazione nei quattro stabilimenti Sanac (Vado, Massa, Cagliari e Gattinara), dove sono impiegati 335 lavoratori, rischia di deflagrare.

E anche la Lacaita, azienda dell’indotto Ilva, è appesa a un filo. A luglio ha sospeso le lavorazioni nel siderurgico e ha chiesto per tutto il personale, una settantina di unità, la cassa integrazione. Si stimano in tutto 25 milioni di euro di debiti verso le aziende tarantine, tanto che il prefetto di Taranto si è visto costretto a istituire una cabina di regia per monitorare i ritardi nei pagamenti dei fornitori. E nonostante gli ordini di Acciaierie d’Italia, che ormai erano bloccati, si sarebbero un po’ rimessi in moto, Confindustria chiede a Invitalia di destinare ai pagamenti arretrati e alla liquidità di Acciaierie d’Italia parte del miliardo di euro arrivato con il decreto Aiuti bis. E ha chiesto un incontro. Invitalia, che fa capo al ministero dell’Economia, è infatti delegata dal governo a studiare forme e tempi dell’operazione. «Bisogna far sì che dal miliardo di euro stanziato ad agosto e previsto in uno specifico articolo del decreto Aiuti bis per il sostegno alla siderurgia vengano destinate congrue risorse per le aziende», sottolineano i presidenti di Confindustria Puglia e Confindustria Taranto, Sergio Fontana e Salvatore Toma, che aggiungono: «La condizione in cui versa l’indotto è insostenibile e in assenza di provvedimenti urgenti le ripercussioni saranno inevitabili». Un altro costo significativo per l’ex Ilva è quello del gas, la cui bolletta è considerevolmente cresciuta negli ultimi mesi. E anche in questo caso ci sarebbero arretrati da saldare: ad agosto risultava non saldata una fornitura Eni da 285 milioni di euro.

Benché l’ex Ilva possa contare sul gas di recupero derivante dagli impianti, lo stabilimento ha comunque bisogno di gas dalla rete. Sia perché quello di recupero ha un potere calorifico minore rispetto a quello della rete (potere che decresce dalla cokeria alle acciaierie), sia perché il gas esterno serve ad alimentare centrali, forni di riscaldo dei treni di laminazione e gli altri stabilimenti del gruppo. Ma ci sono soprattutto i costi dell’acqua da fronteggiare. C’è infatti una fornitura da 2.687.645 milioni di metri cubi per uso industriale tra i debiti che Acciaierie d’Italia deve saldare. Si tratta di acqua utilizzata per raffreddare gli impianti. Il conto è di 375.260 euro. E il creditore è l’Eipli, l’Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia (Eipli). L’importo è relativo a due fatture di agosto scorso. Una è per la fornitura dall’impianto del fiume Tara e riguarda 1.874.880 metri cubi di acqua. Sono da saldare, poi, 172.172 euro per l’erogato e 17.217 euro di Iva al 10 per cento. Totale: 189.389 euro.

L’altra, invece, è relativa alla fornitura dal fiume Sinni (in Basilicata): 812.765 metri cubi. In questo caso l’ammontare dell’erogato è pari a 168.973 euro, ai quali vanno aggiunti 16.897 euro di Iva. Su proposta del responsabile del servizio amministrativo, il commissario dell’Eipli Nicola Fortunato (il tredicesimo commissario straordinario in 43 anni di attività) ha disposto, con un doppio decreto del 29 settembre, «di autorizzare l’assunzione dell’accertamento e la riscossione». E l’Eipli, anche a causa di quei crediti, naviga a vista. Nella legge di Bilancio di dicembre 2021 è stato riconosciuto all’ente idrico un fondo di dotazione supplementare di 500.000 euro per fare fronte alle emergenze. Ma non sembra sufficiente. Insomma, oggi si parla sempre con frequenza di nazionalizzazioni e interventi pubblici. Ma attenzione se lo schema è quello di Taranto meglio stare alla larga.

Da non perdere