• Cinque anni fa in Lombardia e Veneto un plebiscito approvò i referendum. Si unì anche l’Emilia Romagna. Ora la legislatura è agli sgoccioli. E i ministri di centrodestra non riescono a dare una risposta seria alle richieste dei cittadini.
  • «Salvini doveva metterci la faccia. Ora siamo su un binario morto». Paolo Franco, l’ex senatore leghista responsabile dei Comitati veneti: «Il progetto è rimasto lettera morta già dal governo Conte 1. Il testo presentato dalla Gelmini è annacquato e incostituzionale. C’è imbarazzo tra i governatori».
  • «La legge va approvata in fretta. Dopo non si può tornare indietro». L’assessore lombardo Stefano Bruno Galli: «Chiediamo poteri simili agli enti locali con Statuto speciale».

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Arrivati al giro di boa, meglio affidarsi alla concretezza. L’autonomia non si può più rimandare. Le prime tre Regioni ad aver avviato il processo che porta al regionalismo differenziato – Veneto, Lombardia, Emilia Romagna – sanno di non poter perdere altro tempo. Dopo quasi cinque anni di attese (in mezzo un referendum, tre governi, una serie lunghissima di discussioni, tavoli e commissioni) tra i governatori del Nord si è fatta largo una convinzione: la legge quadro, cioè la cornice dentro cui inserire le intese tra lo Stato e le Regioni sulle materie da trasferire, deve arrivare in Consiglio dei ministri il prima possibile. O almeno non più tardi del prossimo autunno, quando tra i palazzi della politica si comincerà a discutere solo di legge di bilancio. E pazienza se qualche limatura al testo dovrà essere apportata, come pensa il presidente del Veneto Luca Zaia.

Da qualche parte si dovrà pur cominciare: «Facciamo il primo passo; se avesse seguito il criterio della perfezione, Cristoforo Colombo sarebbe ancora fermo a Palos», confida chi sta seguendo l’evoluzione del dossier per conto delle Regioni. «La fase decisiva non è quella delle pregiudiziali, ma la successiva», quando le intese dovranno essere esaminate, dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri e prima del definitivo passaggio in aula, dalla Commissione parlamentare per le questioni regionali. Il pieno coinvolgimento del Parlamento è una delle materie di scontro tra gli autonomisti e chi predica cautela sulla strada che porta al regionalismo: in risposta a un’interrogazione sull’Autonomia differenziata, il ministro per il Sud, Mara Carfagna, l’ha posta come una delle condizioni «imprescindibili» per l’approvazione del disegno di legge. «Nel processo di approvazione dell’intesa preliminare tra lo Stato e le Regioni, il Parlamento è già adeguatamente coinvolto», ribatte Andrea Giovanardi, professore di diritto tributario all’università di Trento. «La Commissione competente esprime il suo parere su un accordo che, in ultima battuta, verrà approvato dalle Camere a maggioranza assoluta dei suoi componenti. L’errore, semmai, è pensare di poter emendare un testo su cui Stato e Regioni hanno raggiunto un’intesa: è come se due parti stipulassero un contratto e un terzo modificasse l’accordo concluso, indipendentemente dalla loro volontà. Siamo di fronte a un problema logico, prima ancora che giuridico».

Tra i nodi più ingarbugliati della riforma, ci sono i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep), cioè gli standard minimi per le prestazioni e i servizi che lo Stato deve garantire su tutto il territorio nazionale, che le Regioni aspettano di conoscere da più di dieci anni. La bozza di legge messa a punto dal ministro per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, li considera «una condizione necessaria» per il trasferimento di alcune funzioni, come la sanità, l’istruzione, l’assistenza e il trasporto pubblico locale.

Peccato che i primi a mettere in dubbio il vincolo dei Lep siano stati proprio gli esperti scelti dal ministero per fornire un parere sull’autonomia: nella relazione conclusiva consegnata alla Gelmini, il gruppo di lavoro presieduto dal professor Beniamino Caravita (recentemente scomparso) esclude la possibilità di subordinare l’attuazione del regionalismo differenziato alla preventiva definizione dei Lep. Restando inerte, infatti, lo Stato potrebbe rinviare indefinitamente ogni possibilità di accordo con le Regioni su alcune delle materie più importanti. «Siamo in una situazione ridicola e paradossale: chi avrebbe dovuto provvedere fa ricadere sulle Regioni la mancata definizione dei Lep, rischiando di impantanare tutto il processo», spiega alla Verità il professor Mario Bertolissi, costituzionalista e membro della Commissione veneta per l’autonomia.

In attesa che lo Stato si decida a intervenire, nella bozza di legge quadro si è scelta la più classica delle mediazioni: Veneto e Lombardia avrebbero voluto inserire il criterio della spesa storica media pro capite italiana, una volta trascorsi tre anni dall’intesa senza un passo avanti sui Lep, ma si sono dovute accontentare della quota attuale di spesa storica a loro già oggi attribuita, che è inferiore, secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato, alla media italiana. «Il criterio dei costi storici è perverso: lo Stato rimborsa la Regione senza una valutazione di merito, ma sulla base di quanto è stato speso l’anno precedente», ricorda chi ha partecipato alla trattativa per conto di Regione Lombardia. Di fatto, significa premiare chi spende di più e peggio. «Al ministero dell’Economia», prosegue Bertolissi, «hanno fatto i conti e si sono accorti che superare il criterio dei costi storici significherebbe rimetterci dei soldi. E di trasferire fondi alle Regioni, a Roma, non hanno alcun interesse: per questo, preferiscono lasciare tutto com’è».

Contro le «repubblichette» e la «secessione dei ricchi», sono tornati a farsi sentire giuristi, accademici e sindacati, preoccupati dalla possibile accelerazione del percorso verso l’autonomia, che metterebbe in discussione – a loro dire – l’unità nazionale. «Chi più ha, più ottiene; chi meno ha, si frega», ha scritto l’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Per impedire il regionalismo differenziato, circa 200 intellettuali hanno sottoscritto un disegno di legge costituzionale d’iniziativa popolare, con l’obiettivo di modificare la potestà legislativa delle Regioni e il rapporto tra periferia e Stato centrale. «Manutenzione straordinaria», la chiama il professor Massimo Villone, emerito di diritto costituzionale all’università Federico II di Napoli, tra i firmatari della proposta di legge. «Agli attacchi pieni di slogan e non argomentati siamo abituati», ragiona ancora il professor Giovanardi. «Eppure, al di là di quello che pensano Villone e gli altri, la formulazione dell’articolo 116, comma 3, della Costituzione non lascia spazio a dubbi. Si può provare a cambiarlo, certamente, ma finché quell’articolo c’è deve essere attuato. Non si tratta di un atto eversivo, come ha ribadito il presidente Zaia: le iniziative regionali rispettano la nostra Costituzione, che non può essere utilizzata a sostegno di argomentazioni di parte solo quando fa comodo».


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