L’assemblea sembra un funerale e la scena se la prende Speranza
Roberto Speranza (Ansa)
Tra i candidati alla segreteria colpi bassi e la gara ad abbracciare gli ex di Articolo 1.

«Abbiamo bisogno di un nuovo partito, non di un nuovo segretario. E per un nuovo partito serve una base politica, e il manifesto la dà, una base che ci mette nelle condizioni di essere molto ambiziosi per il futuro». Con queste parole Enrico Letta ha aperto l’assemblea costituente del Pd (in una sala quasi deserta e mesta, molti hanno preferito lo streaming) ieri a Roma, l’ultima da segretario, illustrando i risultati della «Bussola», la consultazione tra i militanti effettuata in questi mesi. Poco «sereno» e per nulla allegro, Letta ha dichiarato: «È stato giusto tenere duro e arrivare qui, anche se le amarezze e le ingenerosità le tengo per me. Questo è stato un periodo duro per tutti noi, per me in particolare. È giusto che chi ha guidato il partito nel periodo elettorale guidi questa fase, in cui c’è da prendere solo colpi». Poi rifererendosi ai quattro candidati alla sua successione, Stefano Bonaccini, Elly Schlein, Gianni Cuperlo e Paola De Micheli ha aggiunto: «È quello che ho accettato di fare per consentire a voi quattro candidati di risollevare quello che siamo».

Non è mancato l’invito a evitare le solite divisioni e ad approvare regolamento e manifesto: «La nostra è una vera comunità, non è né un cartello né un comitato elettorale, siamo una comunità che non considera il proprio capo il centro di tutto, è la comunità il centro. Non la segretaria o il segretario, non siamo un partito personale e rivendichiamo questa grande forza». Dalla Bussola «emerge una richiesta di nettezza delle nostre posizioni, che viene dai nostri militanti. Il nuovo segretario non può passare l’intera giornata a mettere tutte le sue energie nella composizione degli equilibri interni e poi a fine giornata pensare a cosa dire agli italiani, perché così siamo condannati».

L’assemblea ha poi approvato il regolamento congressuale, con 11 voti contrari e 24 astenuti, e il manifesto per il nuovo Pd, con 18 voti contrari e 22 astenuti. Secondo il regolamento, le assemblee di circolo, con il voto sui candidati, si svolgeranno dal 3 al 12 febbraio con l’eccezione di Lazio e Lombardia, dove ci sarà tempo fino al 19 febbraio. Per il manifesto dei valori, bersaglio di polemiche, il punto di equilibrio tra l’ala riformista e la sinistra dem, è stato il «lodo Letta», una formula che tiene insieme l’esigenza di avere una base di discussione per un nuovo Pd e allo stesso tempo non abroga il manifesto attuale, come chiesto dal fronte di Bonaccini. Nel documento, vasto programma, di cui Letta ha rivendicato la responsabilità insieme a Roberto Speranza (omaggiato da un commosso Bonaccini), è stato ampliato il riferimento al controverso «cambio di paradigma», che ora coinvolge tutto il campo economico e sociale. Inoltre, per guardare al futuro, c’è il richiamo a una parola del passato: «il grande partito di popolo».

«Il tentativo di sostituirci è fallito. Sono sicuro che vinceremo le prossime elezioni», ha detto il segretario uscente, assicurando: «Non costruirò un partito alternativo». E l’epoca del «dem-democristiano» Letta finisce con l’evocazione del liturgico Canto delle tre tende.

Invece nei loro interventi i candidati hanno sottolineato le loro differenze. «Se vincerò chiederò a Elly, Gianni e Paola di darmi una mano, se perdo mi metterò a disposizione di chi ha vinto, senza chiedere nulla per me», ha assicurato Bonaccini, ribadendo che un percorso congressuale così lungo è da marziani. Per la Schlein bisogna «ripartire dai diritti civili e dire no all’Autonomia di Calderoli», ribadendo l’ipotesi del cambio di nome del Pd. Idea respinta con forza dalla De Micheli: «Temo che il praticantato di qualche candidato non stia andando molto bene». Mentre per Cuperlo «siamo in crisi profonda ma possiamo rialzarci», forse grazie anche al ritorno di Articolo 1, di Bersani & Co.

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